DEI MARZIANI E DEL RUOTOLO DI RAME

Sono sul treno che mi porta a casa. Ti ho lasciata al mare con la nonna Anna. Mi manchi tanto, Laura. Mi viene sempre da piangere quando vado via e tu non sei con me. Sin dalla prima volta. La prima volta che ti lasciai da lei, anni fa, piansi come una disperata durante tutto il viaggio fino a Genova. Poi, da là a Milano, cercai di darmi un contegno ma, quando arrivai a casa, non salutai nemmeno tuo padre. Mollai tutto per terra e corsi in cameretta, mi buttai sul tuo letto e, piangendo, respirai il tuo profumo sul cuscino, me lo tenni così stretto cercando di ritrovare il tuo corpicino morbido e fresco ma c’erano solo le mie lacrime. Dormii là tutte le notti di quell’estate fino a quando non tornasti tu. Che dolore. Ma tu ami stare con lei. Sei legata a lei. Avete un rapporto incredibile. Con lei sembra che tu trovi la pace che non riesci a trovare altrove. E lei sembra che viva solo per renderti felice. Ogni volta che ti chiedo se ti fa piacere stare dalla nonna Anna tu mi guardi con quell’aria stranita e mi dici: “Certo! Con la nonna Anna è il paradiso!”. Piccola profittatrice che non sei altro… Che Dio se la porti via il più tardi possibile. Sarà bruttissimo quando non potremo più godere dei suoi detti, delle sue debolezze, delle sue paure, dei suoi racconti disarticolati, del suo napoletano antico, del suo italiano sgarrupato. Lei dà a te tutto quello che non ha dato a noi figli per tanto tempo. Quanto tempo sprecato. Quanto amore violato, umiliato, buttato via. Ti coccola, ti tratta come una piccola principessa, ti chiama la sua stellina del mare. Gelosa? No, oddio, No. Non potrei mai esserlo. La mia parte buona di lei io l’ho avuta. Moltissimi anni fa, sicuramente e ancora adesso, qualche volta, inaspettatamente viene fuori. Come quando mi prepara il rognone con le cipolle che solo io, in famiglia, mangio, per quando arrivo da Milano a tarda notte; oppure quando quella volta che mi spiaceva così tanto che stessero demolendo il cinema Cerri (il cinema della mia maledetta adolescenza) e glielo dissi, il giorno dopo, tu e lei, tornaste a casa con un sorriso che andava da qua all’eternità e mi diceste che avevate una sorpresa per me: un mattone del cinema Cerri. Lei ti rende complice delle sue inaspettate gioie. Se ci penso bene, anche io faccio così con la gente. Forse l’ho imparato da lei a farlo. Dare gioie inaspettate alle persone e non chiedere nulla indietro… o si? Lo faccio spesso e mi piace tanto vedere la faccia scioccata di chi non se l’aspetta e non sa cosa dire. Si, come quella volta che mi spiaceva che stessero distruggendo la vecchia stazione per farne una nuova a Taggia e me la ritrovai in cucina il giorno dopo che stava lavando forsennatamente uno di quei tubi mastodontici con tutto il bullone che tengono fermi i binari. L’aveva rubato per me. E ora, come il mattone, fa da fermalibro nel mio salotto. Si, bei ricordi. Bei ricordi, offuscati da brividi di profondo dolore. Se solo penso a come mi ha lasciata là, da sola, in un corridoio d’ospedale, su una barella a piangere dal dolore e a urlare per le contrazioni del post-cesareo. Se penso che lei è scappata via dall’ospedale, un’ora dopo che avevo partorito, perché quel giorno c’era là anche mio padre; l’uomo che le ha dannato la vita e le ha fatto vivere un matrimonio da inferno. Se penso che è scappata via invece di curarsi di me che ero la sua prima figlia che partoriva, beh, direi che sono un pochino basita. È un’altra persona. Completamente diversa da quella che io e i tuoi zii abbiamo conosciuto. Premurosa, amorevole, buona, permissiva, piena di inventiva, paziente, giocosa, fantasiosa. Se ricordo bene, è proprio quella persona che io ho conosciuto quando ero bambina. Molto bambina. Quella che ci costruiva i giocattoli con i pezzi di legno trovati in giro. Quella che cantava le canzoni di Canzonissima, mentre era china sulla macchina da cucire che portava sul balcone del quarto piano, per prendere un po’ di fresco, quando abitavamo a Napoli. Quella che ci riempiva, con acqua e sale grosso, la grande bagnarola azzurra di plastica e ce la metteva sul balcone permettendo a noi tre bambini di sguazzarci dentro come matti fingendo di essere al mare. Quella che mi comprò la tartaruga (Spinaci) per il mio sesto compleanno e me la portò a scuola per farmela vedere. Si, forse rimase così fino alle elementari. Fino a quando non è morto mio fratello appena nato e ci siamo trasferiti tutti al nord. Si, allora è tutto cambiato. È diventata una donna arrabbiata col mondo intero. Una donna chiusa nel suo mondo pieno di acrimonia e di rimpianti. Una donna ferita che cercava solo di andar avanti, giorno dopo giorno, salvando il salvabile. Certo, la vita cambia la gente ma non credo che la vita possa togliere dal tuo cuore l’amore che ti porta a fare cose belle e stupende a coloro che ami. La vita può benissimo cambiare la gente ma non può cambiarla in tal modo da rendere il loro cuore sterile e vuoto. Non ci credo. Non è possibile. L’amore è una cosa troppo grande da perdere per strada per colpa di qualcuno che ti fa del male. Non si può permettere a nessuno di farci così tanto male. Se così fosse, io allora sarei la donna più bastarda del mondo. In tanti mi hanno fatto del male ma mai e poi mai penserei di trattare male qualcuno solo perché sono stata trattata male io. Soprattutto i miei figli. Ma forse è solo una questione di ignoranza. Non cattiva ignoranza. Solo una questione di poca conoscenza di sé stessi e del mondo intero. Di intuizione di quello che c’è al di là del nostro universo. Di tentativo di capire o sapere se c’è qualcosa al di là del nostro universo. Sai cosa penso spesso? Quando sono sul terrazzo di casa della nonna Anna, guardo il mare che si fonde con il cielo e penso che è impossibile che ci siamo solo noi. A volte mi viene male al cuore a guardare quella riga dove il cielo si incontra con l’orizzonte e il cervello quasi mi scoppia perché guardo anche oltre, molto oltre. Guardo fisso e penso che noi non sappiamo cosa c’è veramente oltre. Non lo sappiamo. Non lo sappiamo proprio. Mandiamo su nel cielo sonde, missili voyager, astronauti, pezzi di mondo che si scioglieranno contro i raggi del sole o chissà cos‘altro e non sappiamo dove andranno mai a finire. Che sciocchi che siamo. Sai cosa immagino allora? Rapporto tutto al mio corpo, al tuo corpo, ai nostri corpi e immagino che quello sia l’infinito, l’universo. All’interno di questi corpi ci sono microbi, cellule, gocce di sangue, piccoli trasparenti esseri che vanno avanti, vivono, magari ragionano (nel loro modo, naturalmente), parti di corpo che non si possono spostare da dove stanno e pensano che il nostro corpo sia il loro universo, il loro infinito solo perché non hanno la possibilità di arrivare al suo confine. Mica un globulo rosso va dal cuore e gli dice “uè, ma lo sai che ieri sera sono passato davanti all’iride e ho visto una roba da non crederci?”. Voglio dire: e se pensi alle formiche Siciliane e alle formiche di Milano? Cosa cavolo ne sa, quella Siciliana che ce n‘è una, magari con un accento diverso, migliaia di km lontano da lei e su un continente, perfino? Non so se mi segui. Insomma, non capisco perché l’essere umano lo chiami infinito. È infinito solo perché noi non ne vediamo la fine, ma questo non vuol dire che sia infinito, capito? È impossibile che sia infinito? È possibile che sia finito? E chi lo sa. Da bambina, di notte, mentre mio padre guidava e io stavo nel sedile di dietro, mi giravo cercando le auto che ci seguivano. Ero contenta quando avevamo delle auto dietro e davanti nessuno. Mi sembrava che mio papà fosse il padrone della strada che si allungava davanti a noi e sicuramente non sarebbe mai finita. Mio padre, per me, era il padrone dell’infinito. E poi, guardavo nella notte e mi chiedevo dove andassero le stelle quando arrivava il mattino e chi ci abitava sopra. Allora mi veniva il panico. Non lo sapevo. Non potevo saperlo e sembrava che nessuno lo sapesse. Nemmeno i miei punti di riferimento. Mia mamma, mio padre. L’unico che mi diede una risposta, a dir poco sorprendente, fu mio nonno paterno. Decine e decine di anni dopo. Eravamo in cima alla collina della Madonna della Guardia, prima di Sanremo. Sai, è là che i ciclisti della Milano-Sanremo fanno l‘ultima salita. L‘ultimo sforzo. Una salita infame. E noi eravamo proprio sul culmine di quella salita; dove si trova una chiesa. Proprio là davanti; seduti sulla panchina dietro la chiesa che ti fa vedere tutto il mare; a volte, se sei fortunato, riesci perfino a vedere la punta della Corsica tanto è chiaro il cielo, almeno così dicono. Io non l’ho vista mai. Sarà perché sono miope. Beh, eravamo saliti fin lassù con la mia 126 rossa che aveva le frecce e il clacson rotti. Eravamo di ritorno dalla Francia, dove eravamo andati a comprare i suoi sigari toscani. Ancora adesso, al pensiero, mi vien da ridere. Dato che non potevo avvertire le auto che avrei svoltato, lui aveva deciso che lo avrebbe segnalato, ogni volta che io ne avrei avuto bisogno, sventolando il suo bastone attraverso il finestrino; non ti dico cosa succedeva quando dovevo girare a sinistra. Io dicevo “nonno, freccia a sinistra” e lui, ogni sacrosanta volta, rischiava di portarmi via il lobo frontale e tutti i due occhi con il suo bastone di legno. E quando dovevo suonare il clacson che andava a vuoto, lui usciva fuori con la testa e urlava “e muòveeeeete struuunzzzzz!”. Beh, è stata una bella avventura. Di quelle che a me piace ricordare. Poi, al ritorno, lui mi aveva chiesto di andare lassù a vedere il paesaggio o forse glielo avevo suggerito io, non ricordo. Fatto sta, che ci trovammo lassù. Il tramonto rosa toccava quella linea che era sempre stata fonte di dubbi e di domande da parte mia. E lui mi raccontava delle sue cose, di mio padre e degli errori che aveva fatto, di sua moglie che era morta troppo presto, di un figlio che sapeva di avere avuto da una fidanzata, quando faceva il contrabbandiere negli anni trenta, che non aveva mai conosciuto, di lui che era vecchio e se lo sentiva tanto addosso ma non nel cuore. Di me che, lui diceva, ero la più intelligente delle sue nipoti e che, secondo lui, dovevo diventare avvocato. Lo diceva a tutti i suoi nipoti, il malandrino. Di suo padre che aveva fatto il poliziotto in America e che era anche un po’ mago e che un giorno aveva letto la mano, a me e mia sorella quando eravamo bambine, e aveva detto che lei avrebbe avuto grandi soddisfazioni professionali nella vita (e così fu) mentre io avrei sposato un uomo un più vecchio di me (e così fu). Di lui che mi chiedeva se sarei tornata in Italia prima che lui morisse. Diceva che lui si sentiva dentro che non mi avrebbe più rivista e che sarebbe morto prima che io riuscissi a vederlo per l’ultima volta. Aveva ragione. Arrivai tre ore in ritardo. Quel maledetto aereo che non arrivò mai a Napoli e dovette fermarsi a Roma e quel maledetto treno che da Roma a Napoli ci mise un’eternità. Quella volta, sulla Madonna della Guardia, fu l’ultima volta che lo vidi. L’ultima volta che vidi i suoi occhi e sentii la sua voce vibrare accanto alla mia. Vabbè. A me, comunque, giovane e sciocca quanto ero, veniva da ridere. Non pensavo che sarebbe mai morto. Non mi sembrava possibile. Non mio nonno. Non lui. Ma lui era serio. Tanto serio. Al che, mi feci coraggio e gli posi quella che, secondo me, era davvero una domanda seria: “Nonno ma, secondo te, esistono i marziani?” Temevo che mi avrebbe mandata a cagare; che mi avrebbe detto che ero pazza. Lui, fascista che teneva il busto di Mussolini sul comò e la foto con Almirante che gli dava la mano sul letto, invece del crocifisso. E invece, continuando a guardare l’orizzonte assieme a me, prese il bastone con il quale mi colpì dolcemente le gambe e sorridendomi disse “Stunàta! E certo che ci sta qualcun altro là. Mica possiamo pensare di essere gli unici nell’universo!”. Ecco, dopo tanti ma davvero tanti anni, avevo avuto la mia risposta e, per di più, da una persona autorevole della quale io mi potevo fidare. Una persona che sicuramente sapeva che quello che stava dicendo era vero. La stessa persona alla quale, se avessi chiesto conferma se quelle cosine quasi trasparenti che volavano nei raggi di sole della camera da letto dei miei genitori, nei caldi pomeriggi d’estate, erano delle fatine, come pensavo io, sicuramente mi avrebbe detto di si. E non come mio padre che mi disse che era semplice polvere. Sorrisi. Ancora adesso sorrido. Ci sono delle cose, nella vita, che non dimenticherai mai. Che si voglia o no. Non si dimenticano certi momenti, certe sensazioni, certe emozioni, certe parole; parole belle, brutte, allegre, dubbiose. Non si dimenticano. È giusto che sia così. Solo così si impara a vivere bene. Sono regali della vita. Regali belli e brutti che non possiamo rifiutare. Mia mamma, questo natale, mi ha regalato un “ruotolo” di rame che mia nonna paterna, (Nonna Rosa) usò per l’ultima volta, prima di morire, per portare su da Napoli il migliaccio di riso a suo figlio. Lo trovarono a Spotorno, tra i resti dell’Ape Piaggio, guidato da mio nonno, che si distrusse nell’incidente che le costò la vita. Non so perché, ma mia mamma pensava che io sapessi che era della nonna Rosa e che lo avevo sempre voluto. Davvero non so perché. Fatto sta che io ho visto “consciamente”, veramente, sinceramente, con i miei occhi , quel “ruotolo” di rame solo il giorno di natale 2007, quando ho tagliato la pastiera che lei aveva fatto il giorno prima. Mentre cercavo di sezionare molto faticosamente il dolce, tra me e me, mi chiedevo “ma come mai mia mamma l’ha fatta proprio qua dentro?? Con tutte le padelle e le pentole nuove che ha, proprio qua dentro l’ha dovuto fare?” La pastiera si rompeva a pezzi e io maledivo quell’idea malsana. Beh, il giorno dopo, a pastiera finita, mia mamma me lo fa vedere, bello lavato e pulito e mi dice “Tu te lo ricordi questo, vero?” io sorrido pensando al mazzo che mi ero fatta il giorno prima per fare le 12 porzioni e penso che lei lo aveva notato e annuisco. Al che, lei dice: “Lo so, lo so, è di nonna Rosa ma te lo volevo regalare. È l’unica cosa di lei che mi è rimasta, quando è morta, a parte l’orologio”. Io la guardo in modo strano perché mi rendo conto che non avevo capito una mazza e, non so perché, dico: “Ma proprio questo coso mi devi dare da mettere nella valigia, con tutto quello che ho già?” stronza insensibile che sono e lei risponde: “Vabbè, lo teniamo qua; te lo prenderai quando spartirete l’eredità, ok?” Oh, ma tutti da me devono venire quando parlano di morire? Beh, quel ruotolo ora è appeso in cucina e te lo regalerò quando sarò molto, molto vecchia, dopo che ti sarai rotta il mazzo a cercare di tirarne fuori delle fette di dolce regolari. Me lo sono trovata sul letto la mattina dopo. Lei me lo ha messo. Donna di poche parole, nonna Anna. Io l’ho preso. Figlia di poche parole pure io (magari!). Le voglio un bene infinito. Tanto. A te, però, voglio più bene. Molto di più. Più di tutti. Ma tu, questo, lo sai già.

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