Un pugno di mosche

Stava ferma da quasi un’ora. Aveva seguito da lontano l’avvicendarsi della gente che, silenziosamente, arrivava e poi andava via, trascinandosi con stanchezza attraverso il lungo viale di ghiaia che portava all’uscita. In piedi, accanto al salice piangente, era rimasta incantata ad osservare le mani delle due donne, di poco più giovani di lei, che, nonostante la pioggia leggera ma insistente, avevano messo fiori nel vaso, eliminato le erbacce e sistemato il lumicino; la luce eterna, come la chiamava sua mamma. La luce eterna. Erano andate via quando il tramonto aveva iniziato a stendersi leggero sulle cime lucide dei cipressi. Solo allora, molto lentamente, si diresse verso l’ala del muro ricoperta di profumati gelsomini e si avvicinò alla tomba di marmo grigio che si ergeva tra l’erba bagnata. Ferma, col capo chino da un lato, accarezzò con lo sguardo la fotografia protetta dal vetro. Chiuse l’ombrello lasciando che le ultime gocce di pioggia si raccogliessero sulla falda del cappello impermeabile che le nascondeva il viso. Si chinò e allungò la mano facendo fare un lento giro alle dita intorno all’ottone ormai scurito della cornice. Non resistette e accarezzò il vetro. Le sembrò di sentire le rughe della sua fronte sotto i polpastrelli. La prima volta che lo aveva visto si era detta che non era come lo aveva immaginato. Era successo tutto per caso. O no? Una telefonata. Una di quelle telefonate dove tu sbagli l’ultimo numero da digitare e lui aveva risposto. Da allora, tanti sms. Un po’ per scherzo, un po’ no. Si, non era proprio come lo aveva immaginato. Era più alto di quello che pensava e con i capelli brizzolati. I fili d’argento. Così lui li aveva chiamati, la prima volta che si erano "davvero" sentiti al telefono. Sorrise al ricordo di quella prima vera telefonata. Pioveva anche allora e lei stava guidando verso casa. Avrebbe sentito la sua voce perché lui voleva parlarle per chiederle un appuntamento. Un violentissimo temporale estivo aveva assalito la città. Stentava a tenere l’auto dritta in balìa delle forti raffiche di pioggia e vento che la scuotevano, mentre le altre vetture procedevano lente zigzagando tra le pozze d’acqua che si erano formate sulla circonvallazione. Lo squillo del cellulare l’aveva paralizzata. Facendosi coraggio, aveva risposto dicendo una cosa cretina, per sciogliere il ghiaccio. Lui ci stette e lei, col cuore, lo ringraziò. Si parlarono per un tempo infinito. 25 anni sono tanti. Anche lei avrebbe mentito. Anche lei lo avrebbe fatto se avesse provato quello che provava lui e avesse avuto 25 anni di più. Ora lo poteva ammettere. Non era stato facile, ma lo aveva perdonato. Aveva imparato, allora, che perdonare davvero vuol dire dimenticare col cuore. Le aveva insegnato che perdonare è davvero possibile e facile se si perdona amando. Tante cose erano diventate facili da allora. Accettare gli errori di chi sbaglia con amore era stato più facile. Non esistevano più solo il bianco o il nero. Le aveva insegnato che ci sono i toni di grigio e che possono essere altrettanto belli, se li si guarda bene. Chissà se glielo aveva detto. Si, sicuramente glielo aveva detto. Era l’unico uomo al quale avesse mai raccontato tutto di sè stessa. Solo a lui. Le aveva insegnato a fidarsi, a lasciarsi andare. L’aveva accettata per quello che era. Dall’inizio. Da sempre. Con lui non aveva dovuto fingere di essere nulla di più di quello che era veramente. Al primo appuntamento non si era truccata più di tanto e si era vestita come al solito. Glielo aveva chiesto lei. Lui le aveva risposto, sollevato, che non sapeva come vestirsi e che aveva gli stessi dubbi.

Anche allora pioveva. Lui stava in piedi con l’ombrello in mano e si guardava intorno quasi con ansia. L’aspettava. Era la prima volta che si trovavano così vicini. Lo aveva osservato bene senza che se ne accorgesse. Almeno per tre minuti. Se l’era detto. Aveva pensato che aveva ancora la possibilità di scappare via, di far finta di niente ed evitare tanti casini. Ma non poté. Qualcosa dentro la spingeva verso di lui e decise che preferiva avere rimorsi piuttosto che rimpianti. Allora sorrise, all’idea di quello che stava per fare, e gli mandò un sms dicendogli: "Sono tre minuti che ti sto osservando". Lo vide. Vide che lui sentiva il cellulare suonare, lo vide prenderlo dalla tasca e leggere il messaggio. Lo vide sorridere, scuotere la testa e girarsi alla ricerca di lei. Fu in quel momento, probabilmente, che si innamorò perdutamente di lui.

Era tanto stanca. Tanto vecchia e stanca. Era rimasta in piedi per troppo tempo. Sperando che nessuno la vedesse, si accomodò sul marmo liscio, scusandosi mentalmente con lui. Accavallò le gambe sistemandosi meglio e sorrise, pensando che i suoi 70 chili di tanti anni prima, ora parevano lontanissimi. " ‘More mio" pensò sorridendo alla foto "dimmelo se peso troppo". Lui era solito prenderla in giro sul suo peso, solo per vedere la sua finta faccia corrucciata e la sua reazione da bimba arrabbiata. Da lui lo accettava. Era bello scherzare con lui sul suo peso. Era bello perché lui l’amava. Dagli altri non l’aveva mai accettato. Uno dei suoi ex, scherzando, una volta l’aveva chiamata balena vestita di nero. Dio, quanto lo aveva odiato. Si, 25 anni sono tanti.

Si alzò stancamente, facendosi forza con le mani sulle ginocchia. Le faceva male la schiena. Raccolse l’ombrello e alzò lo sguardo verso il sole che ormai stava scomparendo oltre il muro del cimitero. Un nugolo di mosche girava in tondo sotto un cipresso. Fu allora che ricordò. Ricordò che, un pomeriggio di tanti anni prima, lui, steso sul loro letto, ad un tratto era "fuggito via" col cuore e con la mente. Se ne era accorta e gli aveva chiesto con dolcezza cosa lo facesse stare male. Lui aveva esitato. Aveva opposto resistenza alla sua allegra irruenza. Lei aveva insistito promettendo che non avrebbe replicato o detto nulla. Voleva solo ascoltare. Lui stava zitto e la guardava come se temesse potesse essere l’ultima volta che l’avrebbe vista. Lei voleva sapere e lui le confessò che aveva paura. Aveva paura di andare avanti con la loro storia, nonostante tutto, e di morire prima di lei. L’aveva guardata con dolcezza e le aveva detto piangendo: "Esiste una cosa, che si chiama calcolo delle probabilità, grazie alla quale è più possibile che io muoia prima di te e che ti lasci con un pugno di mosche in mano. Io ho paura. Ho paura di lasciarti con un pugno di mosche in mano". Ricordò tutto.. Ricordò di aver asciugato le sue lacrime con baci dolcissimi e di avere incominciato a parlare, parlare, parlare, smentendo la sua promessa di stare zitta ad ascoltare, cercando di convincerlo che già quello che le aveva dato era il massimo che un uomo potesse dare a una donna. L’amore con la A maiuscola. Non era bastato. A volte non basta. Succede.

Così, da quella sera, non lo vide più. Era stata l’ultima volta che avevano fatto l’amore. L’aveva cancellata dalla sua vita. Lo aveva cercato disperatamente per settimane. Aveva pianto fino a non avere più lacrime. Ma un giorno, non tanto lontano da quella sera, smise di piangere e decise che non avrebbe più avuto nessun uomo. Nessuno poteva amarla come l’aveva amata lui.

Nel vecchio cimitero, ormai vuoto, risuonò la sua breve risata leggermente roca. Gli uccelli, che fino ad allora avevano cinguettato in attesa del buio, si azzittirono. Un pugno di mosche… Sorridendo, lo guardò ancora. Si baciò le punte delle dita e accarezzò la foto. "Se tu sapessi" pensò "Se solo tu sapessi, ‘more mio. Ma forse tu lo sai. Si, tu lo sai…" In quel momento, il cellulare squillò. Ci mise un po’ a trovarlo nella sua borsa. Dall’altra parte, una giovane voce maschile disse: "Mamma, sto arrivando.. scusami ma sono in ritardo. Questa strada, a quest’ora, è un casino." Sorrise, guardando la foto. "Non ti preoccupare ‘more mio, non è un problema, sto uscendo adesso. Ti aspetto fuori".

 

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