Message in the bottle

Io non conosco la depressione. Beh, diciamo che l’ho conosciuta rarissimamente ma, quando è successo…”

Sai quando hai davvero bisogno di qualcuno, qualcosa, qualsiasi cosa che ti salvi dalla disperazione? Sai quando stai proprio là, sull’orlo del baratro e, guardando in basso, vedi che i tuoi piedi sono a metà, tra la terra che li trattiene e l’aria che li attira giù verso il buio più profondo? Quando ti affacci dal terrazzo e l’unica cosa che ti viene in mente, sperando di avere il coraggio di buttarti giù, è il male che farai a tutti coloro che ti stanno accanto e allora ti rendi conto che, anche per quella volta, quel semplice pensiero ti ha impedito di farlo veramente? Se sai cosa voglio dire, sappi che lo so anch’io. Le reazioni fisiologiche al dolore, quella invisibile spada che ti perfora, ti lacera, ti straccia, ti maciulla, giorno dopo giorno, il cuore e l’anima, non le enuncio. Non c’è bisogno. Ognuno ha la sua e poi, sarebbe davvero macabro e disgustoso farlo. Così, nella disperazione più profonda, ti guardi intorno e cerchi una mano che qualcuno, chiunque, possa tenderti; anche solo per tenerti fermo, magari; non dico salvarti (perché ciò è impossibile) ma solo per tenerti fermo un attimo. E quella fottutissima mano non c’è. E allora te la vai a cercare. Chiami le amiche. Una è al mare; una è con la figlia e sta aspettando ospiti; una è a una festa di compleanno e figurati se te la senti di chiamarla piangendo, povera crista.

Allora chiami sorelle, madri, cugine. Una è arrabbiata col marito e a te non ti caga di striscio e anche se sente che tu stai schiantando, ti incomincia a fare la lista di tutte le cose per le quali lo mollerebbe. L’altra ti parla del nuovo lavoro e non ti chiede come stai e tu figurati se ci provi a dirglielo. L’altra ti inizia a dire che la vita è una merda e che la morte sarebbe la scelta migliore per tutti. “Un bel trilione di quintali di Napalm sulla terra e, bum, tutti a posto; non credi?” Si, certo, perché no? Grazie.

Disperazione, strazio, dolore, umiliazione, annientamento di te stessa. Non vali più nulla e nessuno ne vuole sapere. Chiami pure tuo marito, fosse mai, e lui, naturalmente, ti chiede se te la stai spassando mentre lui è in montagna con vostra figlia. Beh, questa sì, che è unione mentale…

Allora, nel momento in cui, diciamocelo onestamente, la situazione sta davvero degenerando perché, a parte il fatto che tu non riesci nemmeno più a bere l’acqua tanto ti si stringe lo stomaco, quella merdosissima mano tesa non la vedi nemmeno a 10 km di lontananza, tu inizi a fare il rosario. Ti metti a letto, piangendo, singhiozzando, dandoti pugni sulle cosce per non farti sentire dai vicini e, mugulando di dolore, intrecci tra le mani il rosario e preghi. Nulla. La verità o l’altra? Mi sono pure tirata fuori dal letto e mi sono inginocchiata sulle fredde piastrelle implorando un po’ di sollievo all’anima, al cuore, a tutta la mia vita ma l’unico pensiero che mi ha illuminato è che c’era una montagna di polvere sotto il comò. Il nulla. Vabbè, vorresti riprovare con le amiche ma è troppo tardi. Sono le due di mattina e accendi la tele e, clic dopo clic, arrivi sui canali strani dove trovi le cartomanti. Speranza. Flebile, inutile, stupida e bastardissima speranza. Non te ne frega nulla del costo. Nulla di nulla. Vedi quella signora, che signora non è, che parla con una voce roca maschile promettendoti felicità e prosperità con un bonus di 5 numeri da giocare al lotto e allora prendi il telefono e vai. Peccato che il tuo telefono ti dica che tu (povera pirla che non aveva previsto questo magico momento) non hai abilitato questi numeri e peccato che tu, che in questo istante non ti ricordi nemmeno il tuo nome, naturalmente, non sai come minchia si faccia a disabilitarlo e allora lo sbatti contro il muro e il giorno dopo vai al MediaWorld a comprarne un altro.

Allora? Allora ti viene in mente una volta. 10 anni fa, quando avevi appena partorito e, nella depressione post-partum, con tutto il corollario di cui sopra, nella stessa malevola, infida, profondissima disperazione, avevi chiamato il telefono amico (e non ti dico il tempo per trovarlo, quel maledetto numero, perché all’epoca internet non c’era e sull’elenco del telefono non si facevano tutta ‘sta pubblicità) e cosa era successo? Avevi digitato il numero piangendo e, sempre piangendo avevi detto: “Pronto ciao, sto tanto male, avevo bisogno di parlare” e dall’altra parte, dopo un attimo di silenzio, una voce sullo scazzato andante ti dice: “Ah, ok… Mmm, senti, scusa ma in questo momento siamo occupati, potresti chiamare, diciamo, tra mezz’ora?”. Certo, perché no? Figurati! Anzi, scusami un attimo che mi vado a suicidare e poi ti richiamo… Ma vaffanculo, và!! E’ così che mi ha salvato il Telefono Amico, anni fa: non salvandomi. E così, quelle rarissime volte che mi viene un pò da deprimermi, che la mia rinomata allegria, il mio buonumore, il mio “dietroangolismo” non danno i loro soliti effetti, io mi ricordo del telefono amico e incomincio a ridere come una pazza perchè, mò ce vò, più sfigati di così, davvero, si muore!

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