I miei tessssori….

Chissà se esiste ancora il JD Wetherspoon di Shepherd’s Bush Green. Chissà chi ci va a bere e mangiare oggi. Io ci andavo, tanti anni fa. Quasi 20 anni fa. Avevo deciso che non avrei mai più dato a un uomo la possibilità di farmi del male. Avevo deciso che era meglio stare soli che, davvero, male accompagnati e la mia vita scorreva nella totale solitudine. Nel mio ufficio di 20 stanze vuote con un capo che non era mai là, ma sempre da qualche altra parte del mondo e io, dall’ombelico del suo portafogli, dirigevo tutto e tutti: alberghi in America, fabbriche di vestiti in India, gioiellerie nell’isola di Man e il figlio scapestrato che tutto voleva fare meno che lavorare. L’unica gioia che avevo era la mia pausa. Non potevo fumare in ufficio. Lui me l’aveva proibito e, anche se non c’era lui, io non fumavo. Così, uscivo e me ne andavo al JD. Non avevo un centesimo e lui mi pagava a dir poco una miseria. Quel lavoro lo avevo trovato nel mezzo della recessione che colpì il mondo intero in quel periodo. Ricordo ancora che stavo piangendo su una panchina del Bush perché non trovavo lavoro e avevo in mano un uovo sodo e un sacchettino di sale. Mi sarebbe dovuto bastare per tutto il giorno perché andavo in giro a cercare lavoro e i pochi risparmi mi permettevano solo sigarette e due uova al giorno o due panini con il burro o due pacchetti di patatine. Quello che costava poco. Non avrei mai chiesto i soldi a mio padre. Mai. Ne andava di me stessa. Piovigginava e non avevo nemmeno l’ombrello. Mi sedetti, presi il mio uovo, ci misi su un po’ di sale e incominciai a morderlo lentamente, piccoli bocconi mentre piangevo. Nessuno nel Bush. Solo io. Poi incominciai a fumare e tirai fuori il giornale gratis che avevo ritirato al Job Center e lo vidi. L’annuncio che mi salvò la vita. Davvero, come si fa a credere solo al caso…

Beh, il JD stava proprio sotto l’ufficio e ci andavo anche perché le patatine fritte (quelle calde) costavano poco e, qualche volta, quando me lo potevo permettere, prendevo pure i garlic bread. Patatine e gazzosa, quello era il mio pranzo. Lo è stato per anni, il mio colesterolo sa benissimo da dove viene :-). Ogni volta entravo, mi sedevo nel mio angolino, mangiavo, fumavo (allora si poteva ancora fumare nei pub) e stavo là un’ora a sorseggiare la mia gazzosa e fumare. Un giorno, prima dell’unico Natale che avrei trascorso a Londra, da sola, successe una cosa bellissima. Le cose bellissime succedono quando meno te le aspetti, credimi. Un vecchio signore si avvicinò e, guardandomi con gentilezza, attraverso i suoi occhiali appannati, mi diede un biglietto e disse: “No harm, lady. Just a card ‘cos you’re our main subject here and we like you lots, though you’ve got those sad eyes.” Poi, lentamente si andò a sedere accanto ad altri 3 signori. Stupita, aprii il biglietto e lessi: “To our Fair Lady. Merry Christmas from Ted, Albert, Paddy & Andy”. C’era anche qualcos’altro scritto ma non me lo ricordo. L’ho conservato… Prima o poi lo trovo.

I miei tesssssori… Come direbbe il tizio del Signore degli Anelli. Da sinistra, Ted, il mio amico sincero, che diceva che io ero proprio come My Fair Lady, altezzosa ma tanto timida e triste, poi Paddy, l’irlandese volante che andava di Guinness in Guinness, Albert il rubacuori che viveva solo per vivere e Andy, quello quasi più normale, il postino che faceva l’intervallo con noi. Ne abbiamo passate tante assieme. Sempre nel pub, però:-) non ci siamo mai spostati da quelle due panche, ma abbiamo viaggiato in tutto il mondo. Mi raccontavano delle loro storie, delle loro avventure. Mi insegnarono a bere la birra e ad amare la Guinness. Mi prendevano in giro perchè, secondo loro, non ero italiana perchè avevo l’accento più cockney del mondo. Mi aspettavano ogni giorno già con le patatine e la gazzosa e guai a volerli pagare. Il giorno del compleanno di Ted gli feci una tortina piccola, piccola, piccola e gliela portai. La tagliammo là. 5 fette perfette. Pianse come un bimbo. Ricordo ancora la barba sfatta delle sue guance quando gli diedi il bacio e come tremava. Il mio tesoro. Era un maestro in pensione. Aveva avuto una figlia da qualcuno che poi l’aveva lasciato e se l’era portata via e lui non l’aveva mai più vista. Era stato in Italia in guerra. A lui mi affezionai più che a tutti. Non so il perché. So solo che mi guardava e poi se ne usciva con le frasi più strane che solo io potevo capire, secondo lui. “Loosing doesn’t mean not having, you know?” oppure “You’re just as old as I am, but they won’t see. ‘Cos they don’t see your heart as I do”. Aveva ragione. Ogni mercoledì giocavamo la lotteria. Ricordo ancora i numeri e, qualche volta, li gioco. 19, 39, (i numeri di Ted, l’inizio della guerra) 45 e 8 i numeri di Albert (la fine della guerra) 11, 65 (i miei numeri, all’epoca pensavo di essere nata l’11 maggio). Una volta vincemmo pure 10 sterline e le risate che ci facemmo le stanno ancora sentendo nel mercato del Bush. Mi maledico perché un giorno mi diede una cassetta da duplicare di una cantante irlandese che gli piaceva e voleva che ne avessi una copia. Non lo feci perché non ne ebbi il tempo e gliela restituii dicendo che l’avrei fatto un’altra volta. Too late. Ted morì tra le mie braccia qualche mese dopo. Non ne voglio parlare. Non ne voglio parlare perchè mi fa incazzare il ricordo di qualcuno che una volta mi ha detto che non so cosa sia la vecchiaia. Io invece lo so eccome. Non bisogna essere vecchi per sapere cosa è la vecchiaia o stare accanto a un vecchio. Io volevo un bene dell’anima a Ted e l’ho curato per tanto tempo. La mia pazienza e il mio affetto lo hanno fatto rimanere in vita per un po’. Lo so cosa vuol dire essere vecchi perchè lo so cosa vuol dire stare dietro a un anziano che sta morendo. Lo so e non tornerei mai indietro perché, le cose, o uno le fa per amore o non le fa. Le “parole perse” sul sapere cosa vuol dire essere vecchi se le tenga chi non vuole accettare il fatto che ci si può sentire giovani anche se sei vecchio e non vuole vivere le cose bellissime che la vita ti offre, nonostante la vecchiaia, perchè sono così tanto, ma davvero tanto difficili da trovare. Ted non voleva che io lo andassi a trovare in ospedale, la prima volta, ma poi mi aspettava tutti i sacrosanti giorni e faceva il pazzo se non riuscivo ad andare. Nessuno dei suoi amici ci andò mai. Erano amici di bevuta, come diceva Albert. Io dico solo che erano persone che non volevano vedere come sarebbero finiti e avevano paura. Li capisco e gli ho voluto bene lo stesso. Le sue mani, tra le mie, le sento ancora, prima che smettesse di vivere. La sua pelle diafana, fredda. Il mio dolore. Il mio enorme dolore. Sento pure quello, ma la gioia di averlo conosciuto lo cancella tutto, il dolore. Le sue frasi. Il suo dolcissimo sguardo. Il suo sorriso a labbra strette. A volte lo sento ancora salutarmi: “See ya ‘morrow, love!”

Già… see ya ‘morrow, Ted. http://www.youtube.com/watch?v=l-JAP7Kf1cI&feature=related

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