L’atlante del camorrista

L’altro ieri stavo andando a prendere Laura a scuola. Vado sempre di fretta, anche se non sono in ritardo. Mi sembra sempre di essere in ritardo. Ah, la vita frenetica delle donne che lavorano. Una volta, incontrai una signora al supermercato che, senza io le dicessi nulla, guardò prima il mio carrello, poi il suo orologio e poi disse: “passi, passi pure prima di me. Io, ormai, sono in pensione, ma lo so cosa vuol dire fare la spesa prima di andare a prendere i figli a scuola e mi sa che lei sta proprio facendo quello, eh?” Figa, fighissima signora che non ha dimenticato. Vedi? Bisogna ricordare. I ricordi sono la cosa più importante. Senza i ricordi non si cresce e non si impara. Beh, stavo guidando verso la scuola e mi sono dovuta fermare al semaforo di via Rembrandt, quello accanto al giornalaio che mette fuori mille cartelloni pubblicitari sulle sue riviste e, facendo scorrere l’occhio che andava di fretta, ne vedo uno dove c’è scritto: “L’atlante del camorrista”. Azz… mi sono detta, si sono organizzati bene, i signori! Pure l’atlante ora hanno… Non è che mi sia venuto il dubbio, eh? Voglio dire, qualcuno sarebbe ritornato su quel cartello a cercare di capire meglio, ma io ho proseguito velocemente con il mio percorso visivo verso quel rosso malefico che non diventava verde pensando che la camorra, ormai, si è davvero organizzata e che quell’atlante sarebbe servito a qualcuno che conosco. Così, ricordo dopo ricordo, sono arrivata a quando avevo 8 anni circa e mio padre aveva il ristorante “Pace e bene” che, dalla Cittadella, portava sulla via dell’entrata dell’autostrada del Sole, vicino a Casoria. In quel ristorante si fermavano tutti i camionisti che venivano dal o andavano al nord e… tutte le prostitute che stavano a riscaldarsi davanti alle fiamme delle gomme bruciate che giacevano sul ciglio della strada. Ce n’era una che si chiamava (o almeno, si faceva chiamare) Maria. Una prostituta molto poco prostituta. Secondo me, col senno di poi, lo faceva part-time. Sai perché? Perché era una che non sembrava tanto prostituta. Voglio dire, aveva una voce un po’ da uomo, ma era donna, giuro. Aveva gli occhiali spessi, spessi da miope, quella gonna corta a scacchi rossi e blu e quelle scarpe con la zeppa altissima. I capelli corti, tinti di biondo, con la permanente e un viso pulito senza trucco. Maria stava con noi ragazzini quando i miei genitori lavoravano. Mangiavamo assieme; a volte il rognone con le cipolle, che io adoro, a volte “ò suffritt”, una roba piccantissima napoletana che a me piace da impazzire, soprattutto quando c’è il sughetto dove ci puccio dentro la mollica di pane. Quasi orgasmica come cosa, direi… 🙂 Quando Maria si sedeva accanto a noi per mangiare e mia mamma la serviva, ricordo le che diceva sempre, “Marì pulìzzete à vocca annanz è piccerille, eh?” E lei, come una bimba, ubbidiva. Ma che bestemmioni e che parolacce le sentivo dire, appena voltato l’angolo. Era una di famiglia, si fa per dire :-). Mi diceva che agli uomini non bisognava credergli e che lei, un giorno, se ne sarebbe andata in America. Lo spero. Spero che l’abbia fatto e che ora stia bene. Erano anni difficili. Erano gli anni dell’austerità causata dalla crisi petrolifera. C’erano giorni in cui le auto non circolavano per niente e noi avevamo l’AUTOSTRADA a nostra disposizione. Una sensazione bellissima. Quando mio padre chiudeva il ristorante, si tornava tutti a casa a piedi. Dal ristorante fino alla Cittadella, dove abitavamo. I miei avevano comprato un appartamento nuovo di zecca al quarto piano del palazzo sopra il ristorante “La cittadella”. La prossima volta che vado a Napoli ci torno; promesso. Comunque, anni difficili ma, stranamente, di bei ricordi almeno per me. Quest’estate, parlando con mia sorella, ricordavo quei tempi e lei mi ha detto che è stato il periodo più brutto della sua vita. Mi spiace. Mi spiace che la gente soffra così tanto per errori che hanno fatto gli altri. Ma, se ci pensi bene, gli altri fanno tutto quello che fanno, pensando di fare bene perché altro non possono fare. E, cosa più importante, chi siamo mai noi per giudicarli? Beh, la sera, tornavamo a casa con mio padre. Mi vedo e mi sento ancora mentre camminavamo mano nella mano con lui zigzagando in mezzo all’autostrada vuota e cantavamo. Con mio padre si cantava sempre. La canzone che ricordo di più è http://www.youtube.com/watch?v=zlma3ZFkwCo Dio che magone… Mio padre mi guardava e sorridendo cantava con noi. Ricordo che passavamo sotto il ponte dell’autostrada e urlavamo di più per fare un eco più forte. Voglio bene a mio padre, tanto bene e va bene così. Voglio bene a mia mamma, tanto bene e va bene così. Ognuno scende nella casa che gli necessita. Vabbè… 🙂 E c’era pure quest’altra canzone http://www.youtube.com/watch?v=Mmrz35L65pM&feature=related Bellissima. Eravamo felici? Non credo. Eravamo là e ancora là stiamo. Io ci credo. Marò, questi pesciolini che scatenano altri pesciolini… Beh, mio padre era, diciamo, uno molto conosciuto. Un giorno, uno dei camionisti che mangiava sempre nel suo ristorante, il tempo di entrare, mangiare un primo, un secondo e pagare, rientrò dentro disperato. Era un veneto, se non sbaglio. Ricordo ancora il suo sguardo spaventato mentre cercava di parlare ma l’unica cosa che riusciva a fare era balbettare indicando fuori. Tutti si spaventarono e corsero all’esterno e, secondo loro, non c’era nulla di strano… Il tizio, incazzato, incominciò a urlare che non c’era più il suo doppio bilico con due container appena ritirati al porto di Napoli e che anzi, c’era si, ma era solo il suo fantasma sostenuto dalla base di ferro che era stata “gentilmente” risparmiata e adagiata per terra. Niente di niente. Io mi domando ancora: ma come cacchio si fa a portare via un intero doppio bilico, con tutto il treno di ruote compreso, senza che nessuno ti veda e per di più in così poco tempo? Il ristorante era tutto facciate di vetro. Quel camion era là davanti. Il tizio stava per avere un infarto e mio padre si impietosì. Così, gli disse di aspettare un momento. Che lui andava a fare una commissione ad Afragola e che sarebbe tornato presto ma, prima di andare, gli chiese per che ora doveva essere in consegna al nord. Il povero cristo, naturalmente, non capì e mio padre lo lasciò perdere nella sua ignoranza dicendogli solo di fidarsi di lui e di tornare là dopo tre ore. Il tizio tornò. Il camion era là, come se non l’avessero mai portato via. Entrò nel ristorante, sfatto dentro e fuori di sé e ricordo che non riusciva a ringraziare abbastanza mio padre. Ecco, ora io vedo l’atlante del camorrista e penso che si sono organizzati così bene che avranno creato delle mappe dove andare a rubare i camion. È stata una questione di attimi. Tutti questi ricordi mi sono venuti in mente in un flash e ho fatto la mia furba e intelligente deduzione, ma poi mi sono detta: “Cretina, torna a guardare quel cartellone, và…” e, infatti,

🙂 🙂 Marò, meno male. È solo stato un attimo di sbandamento della mia presbiopia anticipata. Sennò mi sarei davvero preoccupata…

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