Prima o poi…

Mi sta lasciando. Dolcemente, allegramente, fiduciosamente, la mia bimba mi sta lasciando. Giovedì scorso, al ritorno da scuola mi dice che 5 bambini, il giorno dopo, si ritroveranno davanti a casa di una di loro per andare a scuola da soli. Da soli. Lo so, è in quinta e, se ricordo bene, io andavo a scuola da sola già in quarta, ma erano altri tempi. Abitavo in un piccolo paesino ligure (a napoli ci portava mia mamma) dove nulla di strano mai accadeva . Era da un po’ che noi genitori ne parlavamo, in previsione del fatto che l’anno prossimo andranno tutti, praticamente, nella stessa scuola media, che dista solo pochi minuti dalle nostre case. E così, con un groppo nel cuore, ho detto “idea bellissima, lala, ok, a che ora vi dovete trovare?” lei, serafica risponde “alle 8 e 10. Tu comunque, svegliami alle 6 che non voglio fare tardi, ok?” Non sapevo se ridere o piangere così ho risposto sorridendo “beh, se questo ti preoccupa, facciamo che non torniamo nemmeno a casa, ora, e ci appostiamo con l’auto là davanti già da stasera, che ne dici?” mi ha guardato con astio e “non mi piaci, quando fai questi commenti scemi, mamma, lo sai?” si, si, lo so, lo so… ma è un modo per difendermi… cerca anche tu di capire, cavolo… Così, sveglia alle 7 e mezza. Lei salta su dal letto, non appena tiro su la persiana, e inizia, come un bravo soldatino, a prepararsi. La vedo che si lava la faccia con il sapone di Marsiglia che le ho comprato qualche settimana fa. Mi fermo a osservarla, è così piccola eppure così grande. Quel sapone lo abbiamo comprato perché le sono comparsi i primi brufoli sul faccino e la pediatra ha detto che solo quello avrebbe funzionato. Io ero preoccupata perché non avevo mai avuto brufoli. Mai. Tutta la mia adolescenza e anche dopo, mai visto un brufolo in faccia o dio sa dove. La mia pelle è stata sempre liscia e morbida e perfino nei momenti in cui ho perso tanti chili tutti d’un botto, non ho mai visto grinze o cose strane. A lei, sono arrivati questa estate, assieme alla prima peluria e alle prime avvisaglie di una presenza di ormoni che le ha arrotondato i fianchi e le ha fatto venire fuori due noccioline simpatiche sul petto. La mia bambina sta crescendo e io ho paura. Ho paura che possa soffrire come ho sofferto io. Ho paura che lei pianga tanto quanto ho pianto io. Ho paura che nessuno potrà alleviarle il dolore, anche se in tanti ci proveranno. Temo che un giorno mi maledirà per averla messa al mondo, perché tutto è dolore e tutto è lacrime, a volte. E poi, ricordo che ieri sera, prima di andare a letto, abbiamo fatto le coccole e lei mi stringeva forte e diceva “la mia mammona, la mia mammona tettona, lo sai che ti voglio proprio tanto ma tanto bene, mamma?”. Si, lo so, e io rispondo “io di più” e lei si stringe di più e dice “mamma, me lo prometti che quando muori starai sempre vicina a me? Anche se io non ti vedo?” che richiesta del cavolo… “si, certo, ci puoi contare, amore mio, sarò il tuo fantasma personale solo, ricordati di farmi posto, la sera, nel letto perché a me piace stare larga, ok? Perché già mò che stiamo in questo lettino con te, due orsi, un alce canadese e un babbo natale di peluche mi viene da soffocare?” ride e poi mi stringe ancora di più. Venerdì mattina ha fatto più velocemente di tutti gli altri giorni. Alle 8 meno 10 siamo già fuori. Siamo arrivate che piovigginava. Le nuvole grigie. Quasi, quasi le avrei detto di non andare perché pioveva. Mi avrebbe ucciso. Così, in allegria e con le ultime raccomandazioni, l’ho lasciata entrare in portineria e le ho detto che avrei messo a posto un attimo il retro dell’auto perché c’era un mercato rionale dentro (bugiardissima) e, di sottecchi, la guardavo, con il suo ombrellino in mano, l’aria così soddisfatta. Ho ravanato là dentro per 15 minuti fino a quando li ho visti uscire. 6 piccoli indiani in fila. Tutti meno quella testa di melone di mia figlia che se ne andava per la sua, quasi camminando in mezzo alla strada e io, mi spiace, non mi sono trattenuta: “Lalaaaaaa, stai accanto alle auto parcheggiateeeeee!!” ho urlato in mezzo alla strada perché quel tratto di strada non ha il marciapiede. E poi, quando ha iniziato a piovigginare forte, dopo che avevano fatto solo pochi passi, li vedo che solo la mia tiene l’ombrello aperto mentre gli altri temerari imitano il fighetto di turno che lo chiude.. Allora urlo di nuovo “uèèèèèèè!!! Aprite tutti gli ombrelli che, se non lo fate, vi carico tutti nella panda e vi porto senza fermarmi al semaforo!!!” li ho visti girarsi tutti… 😦 si vabbè, ma se poi si bagnavano??? Chi gliela cura l’influenza??? Sento l’amichetta di mia figlia dire “Lala, ma tua mamma fa la rappresentante di classe pure a casa???” Eccola… Piccola carognetta, la prossima volta che vieni a giocare a casa nostra, penso fra me e me, invece del panino con la nutella, ti darò pane, scorza e mollica. Ok, ok, va bene… Ho capito. Ma c’è quel tratto di strada che non va bene. Non ha i segnali pedonali e non vedo nessuno dei genitori degli altri bambini che stanno controllando… Qualcuno è al balcone, ma nessuno è sceso. Vabbè, vado io… Lentamente, procedo con la mia pandina, senza farmi vedere… Fino a quell’incrocio che mi preoccupa. Li vedo attraversare, tutti in fila, bravi e diligenti, sotto la pioggia che inizia a farsi forte e vedo mia figlia che chiude l’ombrello, unica superstite di un ammutinamento emotivmeteorologicogenerazionale. Accosto perché la voglio guardare che va via. Non la seguirò fino a scuola. Accendo lo stereo e incomincio a piangere. Nello stereo ci ho lasciato la cassetta che registrai a Londra quattro vite fa. Le note di “Every time we say goodbye” cantata da Mick Hucknall inondano il mio cuore e penso che tutti stanno andando via dalla mia vita. La guardo camminare con lo zaino sulle spalle, mentre continua a chiacchierare con la sua amica e penso che non mi ha nemmeno dato un bacio prima di andare via e proprio allora, lei si gira e mi manda un bacio. Anche questa è unione mentale. Rara ma tangibile. Sono una donna fortunata, lo so, ma a volte non riusciamo a vederla tutta ‘sta cazzo di fortuna… 🙂 si, forse dovremmo fermarci, pulirci gli occhiali emotivi e guardare meglio. Là vedremmo che davvero lo siamo, fortunati. Già…

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