Col cuore in mano…

La mia sensazione? La mia sensazione è che c’è gente che, a volte, è come quei cagnolini che sono stati maltrattati e abbandonati sull’autostrada. Cani che sono stati trovati da un padrone buono e gentile. Cuccioli che hanno paura e che, nonostante il nuovo padrone non sia come il precedente, purtroppo non si fidano più di nessuno. Ho avuto un cane così: Patty.

Una pincherina che mamma riportò da Napoli, pochi mesi dopo che era morto Schizzo. Stetti davvero male, quando Schizzo morì. Avevo perso il senno, eppure ero grande, avevo 19 anni; ma l’avevo cresciuto io e gli volevo tanto bene. La prima volta che lo vidi fu nel bidone della cenere del forno della nostra pizzeria, una mattina, andando ad aprire il ristorante. Sentii miagolare e lo trovai là dentro. Sua mamma aveva partorito nel caldo nella cenere durante la notte e i suoi fratellini erano morti soffocati, mentre lui si era salvato. Lo presi tra le mani e, da quel giorno, diventò la mia ombra.

Pensava fossi la sua mamma. Quante notti ho passato ad allattarlo, ogni due ore, con quella mistura di tuorlo d’uovo, latte condensato e chili di zucchero. Un odore nauseabondo di una pastella semisolida che inserivo a fatica in una pompetta arancione, che sterilizzavo dopo ogni poppata e che, ad intervalli di 5 secondi, schiacciavo per fargliela inghiottire. Poi lo mettevo nel mio letto, stando attenta a non schiacciarlo, e ci addormentavamo. Crebbe con me. Per non perdere il ritmo delle poppate, lo portavo a scuola, in una scatola di scarpe. Tutti i miei compagni di classe facevano rumore, quando lui iniziava a miagolare, evitando di farmi scoprire dai prof mentre lo allattavo. Era un ribelle, come tutti i gatti che sono liberi di vivere la loro vera vita; andava via per giorni interi e poi tornava da me, la sera, dopo le sue avventure. Mai una sera che non fosse tornato a casa, a parte due volte. Mia mamma, scherzando, diceva che assomigliava a sua madre (io) perché era uno zingaro vagabondo che tornava a casa solo quando voleva lui.

Quando tornavo da scuola sentiva il rumore della mia auto da lontano. Diceva mia mamma che rizzava le orecchie e poi andava a graffiare contro la porta del ristorante perché voleva uscire per correre fuori ad aspettarmi. Dopo pochi secondi, io arrivavo e lui si fiondava correndo verso di me per saltarmi addosso e farmi le fusa. Un giorno, decisi di mettergli un collarino. All’interno ci avevo scritto: “Sono Schizzo. Se mi trovi, chiama Rosa P…..: 0184 xxxxxx”.

Ce l’ho ancora quel collarino. È appeso dietro la mia porta. Mah, sarò stata previdente, non lo so. Il fatto è che, qualche settimana dopo, sparì e io andai in isterismo per due giorni cercandolo ovunque; arrivai perfino su al Poggio di Sanremo nel mio girovagare a piedi chiamandolo. Al terzo giorno mi chiamò il proprietario del ristorante più chic e costoso di Sanremo, che stava davanti al Casinò. “La signora P….? Si? Ecco, senta, noi abbiamo un gatto qua che non si vuole muovere dalla cucina e graffia tutti quelli che si avvicinano. Non è che se lo verrebbe a prendere perché continua a miagolare e ci sta anche mangiando il pesce più buono?”. Quando arrivai non feci in tempo ad aprire la porta che un batuffolo grigio, correndo e miagolando attraverso il lungo corridoio, mi saltò addosso e nascose la testa nel mio collo facendo le fusa senza più smettere per ore. Ci volevamo bene. Un bene grande come il mondo intero. Ma lui era anche un gatto dispettoso, proprio come me 🙂, e aveva preso di mira il proprietario della spiaggia che si trovava di fronte al nostro ristorante. Andava là, proprio davanti a lui, nel mezzo della spiaggia piena di gente, e gli faceva la pipì davanti. Poi scappava via, mentre lui lo inseguiva con la scopa, urlando che prima o poi l’avrebbe ammazzato a bastonate. Quante volte, quante risate, quante volte ho dovuto chiedere scusa. Fino a quando, un giorno, sparì per la seconda volta. Quella notte stetti male, ma pensai che l’avrei ritrovato in quel ristorante,magari. La mattina dopo, invece, mamma mi chiamò a scuola. Qualcuno aveva trovato Schizzo dentro una siepe, vicino al ristorante. Graffiava chiunque cercasse di prenderlo e non capivano perché continuasse a stare sdraiato invece di scappare via. Si fece prendere da me e, miagolando di dolore, si fece portare dal veterinario. Mentre guidavo gli dicevo che sarebbe andato tutto bene. Che non si doveva preoccupare. Che non sarebbe più stato male. Che ce l’avremmo fatta, io e lui assieme. Che non doveva più temere perchè ora c’ero io. Sbagliato. A volte, per quanto forte possa essere l’amore di due esseri che si vogliono bene, non si riesce a far succedere le cose che vorremmo. Qualcuno lo aveva bastonato così tanto da rompergli tutte le costole. Non una o due, ma proprio tutte. Aveva anche una zampa fratturata in più parti, in modo irrecuperabile e, mentre lo tenevo stretto, il veterinario gliela ingessò tutta, fino all’inguine. Ricordo che gli feci perfino una foto, per riderne assieme, pensai, quando sarebbe guarito. Gliel’avrei sventolata sul muso per ricordargli di non andare più in giro a fare il cretino.

Gliela feci non volendo ricordare quello che il veterinario mi aveva detto: “Rosa, ascoltami. Gli ingesso la gamba, non perché penso sia necessario per farlo guarire, ma perché gli voglio alleviare il dolore. I pezzi delle costole rotte stanno entrando nei polmoni e ormai li hanno danneggiati irreparabilmente. Gentile e buono quel veterinario. Ogni volta che gli portavo gli animali che raccattavo in giro, diceva che prima o poi i miei genitori mi avrebbero buttata fuori di casa assieme a loro. Non successe mai. Almeno quello, la libertà di fare del bene agli animali che trovavo in giro, me la lasciarono. Gli fece tante punture e poi me lo diede in braccio. Due giorni e due notti. Non dormii per due giorni e due notti. Lo tenevo accanto al mio letto. Ad ogni suo sospiro o rantolo di dolore prendevo quella pompetta, che anni prima avevo usato per allattarlo, la riempivo di acqua fresca, gli facevo cadere qualche goccia sul muso e poi lo accarezzavo piangendo, mentre le mie sorelle si lamentavano dei miei singhiozzi perché le disturbavo, mentre dormivano. L’ultima notte ero stesa sul letto, ad occhi aperti, e sentii che il momento era arrivato. Lo senti. Quando arriva quel momento, lo sai. Mi inginocchiai accanto a lui e lo guardai negli occhi. Faceva un caldo pazzesco. Non so se sudavo per il caldo o per quello che stava per succedere. Ci guardammo negli occhi. I suoi occhi scuri, neri e profondi sembravano guardare oltre; così tanto più oltre di dove ero io in quel momento. La sai una cosa? Sono sicura di averlo visto sorridere prima di andarsene. O forse era una smorfia di dolore. Non lo so, ma a me piace pensare che mi abbia sorriso, per confortarmi, prima di lasciarmi da sola per sempre. Un attimo e lui non era già più là, con me. Non so dove sia andato, ma non era più con me. In tutta la mia vita, ogni volta che ho visto un morto, ho pensato questa cosa. Ogni sacrosanta volta. Quello che vedi, dopo che se ne vanno, è solo un semplice involucro che è servito a contenere l’essenza, l’amore, l’anima, la vita “dentro” che non è più là. Ne sono sicura. Diventeremo tutti come dei sacchetti vuoti, messi da parte dopo che hai fatto la spesa, e andremo da qualche parte che io non so dove è ma so che c’è. LO SO. In quel momento, sono impazzita, lo ammetto. Mia mamma dice che sono andata nella loro camera da letto, con il gatto in braccio, e le ho solo detto “Schizzo è morto”. Poi mi ha vista uscire di casa, così come ero vestita, mutandine e canottiera, senza nulla ai piedi. Dice di avermi inseguita, di avermi chiamata, mentre scendevo le scale, di avermi chiesto cosa stavo facendo e, quando l’ha capito, dice di avermi urlato che gli avremmo fatto una tomba in campagna, che mi dovevo fermare, che stavo uscendo pazza. Io ricordo solo che c’erano ancora dei clienti, nel ristorante sotto casa nostra, che stavano mangiando nel dehor e ricordo di essermi chiesta che cosa ci stessero facendo ancora là, alle due di mattina. Poi ho attraversato la strada, mi sono fermata un attimo a baciarlo sulla testina morbida, ho pigiato il piede sulla staffa, facendo alzare il coperchio, e l’ho buttato nel cassonetto della pattumiera. Non mi chiedere cosa mi sia successo. Non me lo chiedere. Non lo so. Vorrei tanto che qualcuno mi spiegasse perché ho fatto una cosa del genere. Che cercasse di darmi delle ragioni, delle opzioni, delle cose che mi facciano capire. Sono anni che cerco qualcuno che mi possa dare delle risposte. Mia mamma mi aveva raggiunto. Mio padre e i miei fratelli erano fuori sul balcone. Lei cercò di aprire il cassonetto, ma io le afferrai le braccia dicendole a voce bassissima che, se si fosse permessa di tirarlo fuori, l’avrei picchiata. Così, almeno, lei dice. Per giorni interi, settimane, mesi piansi. Lo vedevo ovunque. Qualsiasi gatto era lui. Qualsiasi miagolio era il suo. Andavo a cercarlo nei suoi posti. Piangevo notte e giorno. Nessuno capiva. Nessuno. Nessuno a parte mia mamma. Un giorno, poco prima di Natale, i miei furono invitati al battesimo del figlio di un caro amico di mio padre, che abitava a Napoli. Tornarono a notte fonda qualche giorno dopo. Mia mamma mi svegliò: “Rosè, guarda cosa ti ho portato. Ha tanta paura, è stata trattata male e ha pure le pulci. Magari tu ci riesci a fare amicizia, la vuoi?” Un pincher marrone piccolo. Una piccola cosina che non faceva rumore e tremava tutta: Patty.

Ma questa è un’altra storia. Dio, questi pesciolini che muovono la rete dei miei ricordi… Patty era rimasta legata a una catena da quando era nata. La picchiavano, la prendevano a calci, la trattavano davvero male, mi diceva mia mamma. I pincher sono dei buoni azzannatori e sono un incrocio tra i dobermann e non so quale altro cane. Sono feroci, se li tiri su per attaccare. Lei l’aveva letteralmente rubata al padrone; per me. Il giorno dopo mamma ci fece il bagno assieme perché avevamo entrambe le pulci 🙂. Tutti, in famiglia, la consideravano una causa persa. Ma io riuscii a farmela amica facendo solo una cosa: le permisi di dormire nel letto con me. Quando io partii per Londra, non fui più la sua padrona. La lasciai a mia mamma e fu la sua compagna fedele e affettuosa fino all’ultimo giorno della sua vita. Era un cane prezioso e sperduto. Uno di quei cani che, quando li vedi nel canile, ti chiedi come cavolo ci siano arrivati perché è raro trovarne in quei posti. Era uno di quelli che hanno sempre paura. Qualsiasi rumore li spaventa e, per timore di essere aggrediti, abbaiano e aggrediscono tutti. Uno di quei cani che non saranno mai sereni, non importa quanto amore gli darai. Lei era così.

E io, ora, ho quella stessa sensazione. Ti è mai capitato di vedere un cucciolo sperduto che ti fa tanta tenerezza e che vorresti abbracciare e confortare e magari portare a casa con te? A me è successo tante volte. Bambini, ragazzi, donne, uomini. Gli tendi la mano per fargli una carezza. Non ti muovi, stai ferma e ti abbassi affinchè capisca che ti metti al suo livello, che non ha da temere. Lo guardi negli occhi e gli parli dolcemente, mentre continui a tendergli la mano. Lui annusa il tuo profumo e vorrebbe anche farsi accarezzare, perché “sente” che sei buona, ma non si avvicina e, anzi, arretra di qualche passo e cerca di nascondersi perché ha paura di essere bastonato, abbandonato, maltrattato di nuovo. Questa è la mia sensazione, quando incontro certa gente. Cosa faccio? Niente, che vuoi che faccia? 🙂 allungo la mano e aspetto, altro non puoi fare, ed ha sempre funzionato… 🙂

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