Le porte che si aprono di giorno in giorno….

A volte, durante le feste, si è davvero stanchi di andare a trovare tutti i parenti; fare il solito giro istituzionale degli auguri e delle solite pirlate da dire e da ascoltare. Io, invece, quando torno dai miei, emigrati nella ventosa terra di Liguria nel secolo scorso, non vedo l’ora di incontrarli tutti perchè a Milano, a volte, nonostante il marito, la figlia e gli amici, ci si può sentire davvero “soli”. E ogni volta che vado da mia mamma o al ristorante di mio padre, mi nutro, letteralmente, di loro e di quello che li circonda. E’ proprio vero che tutti torniamo da dove veniamo. Quella volta delle porte è stata una delle più esilaranti e simpatiche. Eravamo andati a mangiare da papà con mia sorella e suo marito. In realtà, all’inizio, proprio non ne avevo voglia. Come in tutte le famiglie, c’era stato un momento di crisi e mi scocciava andare là e stare zitta a guardarci tutti in faccia, senza dirci niente di nuovo. A volte lo si fa per obbligo, morale o emotivo che sia, e questo mi rompe di brutto. Non amo fare le cose che non sento dentro. Comunque, inizia che già non c’era Gianni (mio cugino da parte di madre) al forno e invece c’era papà che stava preparando l’impasto per le pizze e smadonnava perchè Gianni era in ritardo, come al solito. Però c’era Vittorio (mio cugino da parte di padre) che stava apparecchiando i tavoli. A tratti caricava il bancone del bar (che vuol dire metterci dentro le bibite) e non capivo se parlava da solo o con Rosa la cuoca (marò, io uno più pazzo di lui non l’ho mai conosciuto) dato che continuava a parlare a voce alta proprio come faceva suo nonno (zio Vittorio). Mio padre tende a “raccogliere” i parenti. Lui, emigrato al nord che ha fatto fortuna, “scende” al sud, vede, magari, che qualche ragazzo di famiglia non ha lavoro? E allora gli dice: “Guagliò, vuò venì a Sanremo cà te faccio faticà?” e così raccatta gente che, puntualmente, impara il mestiere, lo perfeziona, lo ringrazia e se ne va, verso nuove avventure. 🙂 E vabbè, è la vita e a me piace che lui, comunque, non nutre risentimenti, anzi, ne è orgoglioso. Ad ogni modo; stavo là a vedere mio padre che smadonnava, Vittorio che parlava da solo e pensavo: vabbè, faccio questo sacrificio e poi stasera me ne sto calma e serena a casa a guardarmi il mare e a sentire mia mamma che parla, parla, parla di lei, di papà, di papà, di lei e poi ancora di lei e di papà fino a quando io non le dò un consiglio (uno qualsiasi, bada) e lei, contenta, sorride e dice: “aiccànn, proprio tu ci volevi a farmela capire…”. Mentre già mi godo (si fa per dire) la gioia del chiacchiericcio serale di mia madre,  arriva Gianni e prende il posto di papà mentre io e mia figlia Laura stiamo là a guardarci come a dire “cheppppalle”, perchè mio padre ultimamente non è uno di molte parole e non caga mai nessuno quando lo si va a trovare. Ma, proprio in quel momento, viene da me e con fare timido mi dice: “Rusinè, m’ò vuò fà o cartellone dò veglione?”. Per un attimo non ho capito. Poi mi sono ricordata. Sono stata sempre io quella che faceva i cartelloni da appendere fuori ai suoi ristoranti, bar o discoteche. Sempre io quella che addobbava, diciamo, e creava il materiale marketing per attirare i clienti 🙂 . Beh, perchè no, mi sono detta, almeno perdo qualche ora. Così ho preso i cartelloni, due pennarelli (uno rosso e uno nero, milanesità casuale per un ristorante napoletano…) e gli ho messo giù il cenone di capodanno rispettoso ma glabro. Un cartellone così fatto sembrava troppo poco e allora l’ho addobbato con pezzi di fili dorati tagliati dall’albero e altre decorazioni che avevo rubato in giro per il ristorante. Poi l’ho abbellito così tanto che tutti mi facevano i complimenti. Vabbè, mi sono detta, non ho perso la mano 🙂 15 anni di ristorante sò serviti a qualcosa. Poi lo abbiamo appeso fuori, io e Max (mio cognato toscano doc), ed era così bello che ne ho fatto un altro da appendere sul portone dell’entrata. Beh, sono tornata indietro nel tempo, lo ammetto. Poi abbiamo mangiato, verso le tre di pomeriggio, dopo che tutti i clienti erano andati via (e meno male che ne sono arrivati un pò, sennò papà avrebbe cominciato a menarla avanti e indietro, dicendo che non si fanno soldi, che la gente non spende più, che la crisi ha ucciso tutti, che solo i napoletani mangiano pure quando non hanno una lira)… e, così, solo per farlo contento… mi sò fatta fare i gamberoni e gli spaghetti allo scoglio, tiè! Ma la cosa più bella è successa quando Gianni e Vittorio si sono presi a male parole mentre finivamo di mangiare. Quando si mangia, la tele, nel ristorante, è sempre accesa e in quel momento stavano trasmettendo un programma su Berlino. Entrambi i miei cugini sono emigrati in Germania, con le rispettive famiglie, quando erano bambini ed entrambi sono tornati in Italia dopo la trentina. Secondo me, gli emigranti campani che sono andati in Germania sono una razza a parte. Hai mai sentito un campano (magari pure di campagna) parlare tedesco? Hmm… Non te la posso spiegare. Li guardo, questi pezzi di uomini, sangue del mio sangue e penso. Penso che, ovunque io guardi, vedo solo gente che torna da dove è partita. Si cerca tutti di scappare per trovare situazioni migliori o perdere i propri dolori nell’oblio della novità, dello sconosciuto, ma poi, si ritorna sempre da dove si viene. Se si riesce a scappare, materialmente, inevitabilmente, poi, si ritorna. Se non ci si riesce, con il cuore e con l’anima si è altrove e questo, davvero, è doloroso. Lo so perché ho vissuto entrambe le situazioni. Comunque, li avevo là, i miei ulteriori due esempi. Due persone diverse con esperienze diverse e racconti di vita diversi che erano tornati indietro. Vittorio commentava la trasmissione e diceva che Berlino è la capitale europea, checchè se ne dica, mentre Gianni lo denigrava dicendo che lui schifava la Germania e che semmai, lui avrebbe eletto Roma o Napoli come capitale europea… Marò, non l’avesse mai detto! Un bordello di parole e insulti che io, mio padre, mia sorella, mia figlia, la cuoca, mio cognato ci godevamo come se fossimo a teatro. Roba da ricrearsi, come si dice a casa mia… Insomma, quei duei (come è tipico dei campani) si insultavano di brutto, ma ridendo… Noi schiantavamo dalle risate perchè un ciccianese e un sammartinese che si insultano in dialetto sò troppo divertenti… Si vedeva, in Gianni, la “sguaiatezza e la boria della provincia napoletana” mentre in Vittorio notavi la “timida aggressività – se mi si consente e capisce – del contadino che sa le cose, ma non le vuole dire perchè non ti reputa abbastanza intelligente”. Peccato che non avessi la videocamera perchè, a un certo punto, senti Vittorio che dice:

“Gggiuà, ma tu sì proprio ‘gnurande!!! Ma Berlino tene à porta è Braddebburgher!! Chellà là separa la Russia dall’Europa! Ma ò vuò capì cà Berlino sta cinquantann annànz arroma e à nàpulee???”

Al che, vedi Gianni che si erge su tutti i suoi 100 kg per 1 metro e 80 (quasi si vede il fumo che gli esce dalle narici, come i tori) e, con la mano che va avanti e indietro, lo senti urlare: “Nè, ma tu che càzz stai ricènn, Vittò???!!! Ma cherè ‘stà porte è ll’hamburger è sòreta?! Nuje tenimm à Porta Capuana, Vittòòò!! Evvoglie verè io è cozze cà se magnano a Berlino, sott’à porta è r’hamburger, chilli curnùt è tedèsch!!!”

Maròòòò, sto ancora ridendo adesso. Era così tanto tempo che non vedevo mio padre scoppiare a ridere di cuore e godere di questi momenti. Per l’ennesima volta, dopo tutti i i grazie che ti dico per i parcheggi che mi fai trovare, Grazie Dio, pure per questa!

Le porte che si aprono di giorno in giorno.... 

 

 



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