Il tram indeciso e le bianche scogliere di Dover…

Possono dire quello che vogliono, di Milano e dei milanesi (se ce ne sono ancora rimasti ancora, a parte mio marito, di milanesi) ma è proprio vero che l’organizzazione teutonica, ligia alle regole e sempre più rispettosa dei lombardi si trova in pochi posti. Per una come me, che è vissuta tanti anni a Londra e che sa cosa vuol dire “fare la coda” in silenzio, con calma e rettitudine, tornare in un paese dove il più furbo (e cretino) cerca sempre di fregare chi non ha voglia di litigare per i propri diritti, è davvero “incazzante”. Fatto sta che pure la sanità, a Milano, eccelle. Ci sono posti per tutte le malattie (sembra macabro, ma nessuno è perfettamente sano, no?) dove puoi andare sapendo che c’è gente capace di lavorare con abnegazione e passione. Beh, io ho la psoriasi (amica della mia pelle) e il centro Dermatologico di Via Pace è davvero un paradiso perchè sono organizzati, precisi, puntuali e capaci. Cosa potrei volere di meglio? Per andarci, dall’angolo di via Foppa, prendo il tram 29/30 🙂

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29 oppure 30? Non ho ancora capito se è perchè non hanno ancora capito dove deve andare una volta per tutte o se, avendo pochi tram, gli hanno dato due numeri; mah, misteri dell’ATM 😉 Ad ogni modo, è un tram stupendo perchè ha tutti gli interni in legno lucido, caldo, scuro, accogliente e dolcemente levigato dal tempo e dalle migliaia di viaggiatori che ne hanno goduto le lisce protuberanze dei sedili,

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il predellino che si apre ogni volta che sali o scendi, sempre in legno anche lui,

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le maniglie per tenersi in equilibrio di cuoio scuro invecchiato dal tempo e dalle mani della gente che ci si è aggrappata negli anni,

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i vecchi segnali di una volta con le misure delle valigie di cartone che ti era permesso caricare (dio, quanto ne vorrei una da tenere in casa)

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e poi, le lampade (no, dico, delle vere lampade, capisci?) che illuminano la vettura; bocce di vetro stile anni trenta, dolcemente ingiallite dalle lampadine ad incandescenza che tra qualche mese non commercializzeranno più.

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Il viaggio che fa è quasi un salto indietro nel tempo. E’ proprio vero che le cose più belle ti capitano quando meno te le aspetti. Nel grigiore di una mattinata milanese, tipicamente uggiosa e stanca, di un qualsiasi mercoledì di ottobre, questo viaggio in tram mi ha dato delle emozioni che non immaginavo. Sarà che davvero ci si accontenta di poco, quando non ci si aspetta nulla di particolare, ma improvvisamente sono saltata indietro di quasi 100 anni e, sballonzolando sulle rotaie del tram assieme a tutti gli altri viaggiatori, mi sembrava di essere una bambina che era andata sulla giostra per la prima volta. Meglio di no, và 🙂 a me le giostre danno la nausea solo a vederle in funzione. Si, un vero viaggio nel tempo. Lo vedi attraversare i navigli; accostarsi gentilmente alle vecchie botteghe che ostentano ancora, con orgoglio, le insegne di legno mentre accanto c’è un Turkish Kebab o un Call Center che pubblicizza le tariffe per l’Afghinistann (proprio così, Afghinistann) a 3 cent al minuto; fermarsi piano piano ai semafori sbuffando con simpatica stanchezza. E’ così dolce lasciarsi cullare dal suo sferragliare attraverso i binari che scorrono, lievi e puliti, lungo le caotiche strade del traffico milanese mattutino. Il conducente (che, dai cartelli che circondano il suo gabbiotto, ho scoperto che si chiama MANOVRATORE)07102009133 a tratti fa tintinnare il “clacson” del tram, invece di insultare i passanti incoscienti che attraversano le rotaie quando non devono. Mi guardo intorno e, lo ammetto, godo dentro di questa piccola vacanza di quasi un’ora. Da qualche parte lessi, anni fa, che la cosa migliore di una vacanza non è il posto dove starai ma il viaggio che farai per andarci. Sono d’accordo. Da allora è come se “bevessi” con l’anima, attraverso il mio sguardo attento e infantile di riscoperta, tutte le cose che vedo quando viaggio. Beh, diciamo quasi… 😦 I miei colleghi stanno ancora ridendo di me che, qualche anno fa, facendo la figa mentre stavamo andando in Inghilterra per un viaggio di lavoro ed eravamo in aereo, proprio mentre stavamo attraversando la Manica, vedo dal finestrino la costa inglese e urlo a tutti “Uèèè!! Le bianche scogliere di Dover!! Affacciatevi tutti, non ve le potete perdere!!!”. Uhm, proprio in quel momento, il pilota dell’aereo pensò bene di scendere giù in picchiata di non so quanti chilometri e io mi sentii arrivare nel cervello i 7 metri di intestino che stavo usando per digerire un succo d’arancia bevuto a Malpensa. Marò, che incubo orribile fu il resto del viaggio. Stavo così male che pregavo Dio di farmi morire (e lui quasi mi accontentò). Quando atterrammo ero più morta che viva e non sapevo più come si facesse a camminare. Vomitai l’anima dentro e fuori dall’aereo (dio che imbarazzo…) e le mie colleghe mi tenevano da sotto le ascelle come se fossi stata una che si era scolata tutta la fabbrica del Jack Daniels il giorno di San Patrizio 😦 All’uscita dell’aereoporto ci aspettava il taxi dell’azienda. Io non ce la facevo a salire sull’auto. Avevo ancora da dare, gastrointestinalmente parlando, e così mi accostai a un’auto rossa e mi ci appoggiai con le braccia cercando di svuotare (se ancora fosse stato possibile) i 7 metri di cui sopra. Le mie colleghe mi dicevano qualcosa, ma io non le ascoltavo, volevo solo che finisse tutto. A un certo punto, con la coda dell’occhio, noto che i fari dell’auto alla quale mi ero appoggiata si illuminano a intermittenza e fanno uno strano “bip bip” (sai come quando uno apre le portiere, da lontano, con il telecomando?). Beh, in quel momento sento le espressioni di sgomento delle mie colleghe e, tirando su la testa con lentezza cosmica, che ti vedo? L’auto alla quale mi ero appoggiata, e sulle cui ruote avevo depositato i miei resti gastrointestinali italiani, era nientepopòdimenoche una Lamborghini e il proprietario (inglese) stava fermo, davanti a me, con aria a dir poco stupita, senza dire una parola. Ah, il British aplomb… :-/ Non dimenticherò mai il suo sguardo. Quando si dice che le parole feriscono, ma gli sguardi ammazzano… Marò 😦 mormorai un olezzante “I’m ever so sorry…” e fui trascinata via velocemente dalle mie colleghe. Beh, come sono arrivata qua? E chi lo sa. Succede sempre così. Fossi una scrittrice, non credo che avrei il panico della pagina bianca. 🙂 Ad ogni modo, godo di questo viaggio con il mio dolce, caldo e rassicurante tram indeciso. Osservo la gente che fa jogging su per i navigli, i ragazzi di tutte le nazionalità che salgono alla fermata della Bocconi, le signore con la pelliccia che si mettono a parlare con la vicina dichiaratamente terrona e dicono “Eh, sciura, non sono minga più i tempi di una volta, sa?” riferendosi alle ragazzine con l’ombelico fuori che sono salite a Porta Genova. Poi, arrivo. Mi sorprende una lieve pioggerellina, ma corro contenta verso via Pace perchè so che là qualcuno si prenderà cura di me e mi darà consigli ottimi per smettere di grattarmi le gambe e le braccia; mi darà delle pomate; mi rasserenerà; mi dirà che è una cosa che succede. Entro. Vado alla macchina che rilascia il biglietto per pagare il ticket e la signora che sta nella guardiola mi dice che è rotta da tre giorni e che i numeri li chiamano a voce. Ops, penso… E come fanno a sapere quale è il mio numero? La signora sembra leggermi nella mente e dice “Nun ze preoccupasse, signò, è nummer è tengo io dinta à capa!” Ah, beh, siamo a posto… Non so come ma, dopo dieci minuti, sono davanti all’impiegata che, dal microfono, mi chiede tesserino ASL, prescrizione, foglio di visita e numero di prenotazione. Fighi ‘sti milanesi!! Fighissimi! E io, che avevo già preparato tutto nella mia busta di plastica trasparente, glielo passo attraverso la fessura che sta sotto il vetro che ci separa. La vedo smanettare col pc, aggrottare la fronte,  rismanettare con il pc, coprire il microfono con una mano, parlare animatamente con la sua collega che, pure lei, va a smanettare di nuovo il pc e poi le vedo sbiancare entrambe. E allora sbianco pure io, ovviamente, chiedendo, con un filo di voce, quale fosse il problema. “Ehm, sembra che lei non abbia appuntamento con il Dr. Carrera, oggi…”. Come no? Scusa, bella!! Io ho un numero di prenotazione! Io, che sò filo inglese, mi sò pure fatta dare il nome della tizia che me l’ha confermato (lo vedi che l’ho scritto sotto la data???). Io ho perfino scritto tre volte la data sulla prescrizione, in caso mi fossi ritrovata improvvistamente numerico-dislessica!! Massiamomatti??? Uèèè!! Io mi sono fatta tre quarti d’ora di viaggio da una parte all’altra di Milano su un tram che puzzava di marcio, al freddo e pure con la pioggia e tu mi dici che non avete “salvato” l’appuntamento??? Che c’è stato un errore di salvataggio?? Ma tu ssì sceeemaaa??? E a me chi me la paga la mezza giornata di permesso che mi sò presa per venire fino in culo al mondo?? Lei mi guarda scorata e dice “Sa, succede, non siamo mica perfetti…” Io strabuzzo gli occhi e dico: “Ma voi siete milanesi!!”  pensando che possa capire tutto il discorso di perfettitudine organizzativa che ci sta dietro e, invece, lei mi risponde serena: “No, guardi, io sono di Bitonto”. Marò 😦 Un’altra cosa che ho imparato, nella vita? Un uomo è saggio quando ammette di avere detto una cazzata. Ecco, ora io sono una donna saggissima. Al diavolo l’organizzazione milanese. Se tanto mi dà tanto, perfino la Moratti è in realtà una napoletana travestita da milanese e Berlusconi, con il suo accento da “sciùr padrùn”, sicuramente ha tre quarti di sangue siciliano nelle vene. Perciò? Perciò, quando lui, la sera, mi chiede come è andata la visita, lo guardo di sbieco e borbotto solo: “Puah, voi milanesi! Vi fate grandi sempre e solo con il sangue di noi terroni!” Lui sgrana gli occhi e, accompagnando la frase con la mano, dice con serafica calma: “Ma và à dà via el cul…”. Già… 🙂

2 pensieri riguardo “Il tram indeciso e le bianche scogliere di Dover…

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