Bisogna averci le palle…

Improvvisa vibrazione nella tasca del pantalone. Scatto felino verso il basso (inosservato dal resto degli astanti) della mano destra. Nell’ordine: sollevamento della cartellina portadocumenti della Mondoffice, occultazione del cellulare dietro la suddetta cartellina, visualizzazione della causa della vibrazione. Sms: “Ho bisogno ti te. Sto morendo”  digitazione di Sms: “Stai morendo dentro o fuori?” vibrazione ed sms: “Dentro, checcazzo!! Sennò che bisogno avrei di te?!?” Sms: “… Gentileeee 😛 Sono in riunione. Puoi aspettare fino alle sei, oppure pensi di chiamare Cupido per la somministrazione dell’estrema unzione prima di allora?!” vibrazione ed sms: “Cercherò di farcela” sms: “Bene, a dopo… e lavati, per favore, chè la volta scorsa puzzavi come un cammello!” Margini di guadagno attuali, margini di guadagno futuri, nuovi prodotti per guadagnare, eliminazione dei vecchi prodotti che non hanno dato guadagno, proiezioni “astrali” di prossimi guadagni, considerazioni dei guadagni passati, blah, blah, blah… E lei inizia a pensare a cosa escogitare, questa volta, per riportare l’ennesima anima persa nel mondo dei vivi, sofferenti e strafottenti. Per ogni dolore, c’è sempre una cura, dice sua madre. Che sia fisico o emotivo, con lei, la cura passa sempre dal supermercato e così, va a fare la spesa sperando in qualcosa di geniale. Mentre passa davanti al bancone della carne (naaa, per certe occasioni non va bene) si ricorda di quando le avevano tolto l’appendicite. Il medico, all’uscita della sala operatoria, aveva il camice strappato. Sua mamma, spaventata, gli aveva chiesto cosa fosse successo e lui, ancora più spaventato di lei, disse che con sua figlia (ventenne) l’anestetico non aveva funzionato troppo bene e si era svegliata prima aggredendolo e strappandogli il camice. 🙂 La mamma difese la figlia e, al ritorno a casa, le cucinò una bellissima bistecca impanata. La poveretta, affamata, non vedeva l’ora di sgranocchiare la carne croccante ma, al primo taglio, sentì che qualcosa non andava per il verso giusto. Troppo facilmente, quel coltello, era affondato nella carne e troppi occhi la stavano guardando, silenziosi, mentre lo faceva. Sua mamma la incitava a mangiare velocemente, i suoi fratelli la guardavano curiosi, suo padre faceva finta di essere interessato al telegiornale. Al primo morso, decise che proprio qualcosa non andava. “Ma è troppo morbida, questa carne, mà” “Magne, Rosè, magna e stai zitta” Secondo boccone, secondi di silenzio. “Mà, ma è proprio moscia questa carne! Ma come l’hai fatta?” “L’aggio bagnata nu poco nel vino bianco…. Rosè, devi prendere forze, sì stat ‘nospetale! Magne e stai zitta!” Atroce dubbio… Sua mamma le ha insegnato a fare le creme curative con i fiori e l’olio d’oliva, le ha insegnato a fare l’alcool alla ruta per i dolori alle articolazioni… Qua c’è qualcosa che non va… “Mà, ma che carne è questa?” Silenzio vergognoso e poi, un boato di risate dei suoi fratelli e suo padre dice: “Oiccànn, l’avevo ditto io cà a questa nun à putìv fòtter!!” Sua madre si gira verso i fornelli e borbotta qualcosa come: “lle or….” “Cosa? Scusa non ho capito!” “Rosè, ci volevano le forze, no?? E accussì ti ho fatto venire dal Piemonte e palle d’ò toro!!” MARONNA INCORONATA CON TUTTI I SANTI IN COLONNA!!! Le palle di toro??? Maròòòò!! Ma tu sì scema ‘ncapa!!!??? Ma che cazz….! Bleah! Sput! Sput! Spuuuttt!!! 🙂

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Ancora al pensiero le vien da ridere e, davanti al bancone della pescheria decide di prendere dei gamberoni, và… Che quelli non si possono confondere con le palle di nessuno, fino a prova contraria… 😉 Passa, lentamente, davanti ai vini e decide di prendere il più alcolico che ci sia. Non guarda nemmeno il nome, solo la gradazione e mette la bottiglia nel cestino. Poi, afferra con destrezza un avocado, della valeriana, un pompelmo rosa, una mela verde, dei grani di pepe verde e dei gusci di noce, per l’insalata che tutti guardano disgustati, quando lei la fa, ma poi se la inzuccano dentro come l’olio dentro l’imbuto… 🙂 Per una occasione come quella che l’aspetta non l’ha mai fatta ma, in questo caso, sa che servirà a sviare l’attenzione. Dolce? Mmmm fammi pensare… No, và… Prendiamo un altro pò di alcool buono 🙂 ed ecco il Baileys per lei e, per l’altro commensale, la grappina buona buonina. Serata bollente, neh?

Ma perchè, quando qualcuno ha bisogno di te, deve sempre stare dall’altra parte della città? Tre quarti d’ora a guidare, fare una telefonata velocissima a una persona, senza voler sapere tutto nei minimi particolari, ma solo per capire che chances ci sono, a pensare che tutto sarebbe così più facile se non avessimo l’incombenza di amare e, conseguentemente, soffrire e sei davanti al palazzo. Resti inebetita davanti al citofono che non riporta i cognomi, ma solo i numeri. E chi se lo ricorda il numero? Stai là qualche minuto… Non te lo ricordi. 😦 Affranta e demoralizzata, ammetti di aver perso contro il malefico aggeggio e chiami con il cell. “Non mi dire che non ce la fai!! Non me lo dire! Io sto moreeeendooo!!” “Hai ragione. Non ce la faccio. Non ce la faccio a citofornarti perchè questo cazz di citofono sembra che debba nascondere dietro il Pentagono! Aràpem ‘stu purtòn ò lo sfondo a calci!” Una risata, piccolina, lieve e quasi impercettibile, ma c’è… Ok, c’è speranza.. Sali su e lui ti apre la porta.

“Oh, ma che hai portato? La spesa?” Ti abbraccia forte forte, il testone. Ti abbraccia forte e tu senti che la cinghia della borsa che avevi messo a tracolla ti sta portando via la carotide, ma ti fai abbracciare… “Dio, meno male che sei qua…”

“Stàtt zitt… Ti sei lavato? Non sento puzza ma può solo darsi che sia il mio raffreddore…”

“Si, che cavolo! Manco fossi un zozzone…”

“Beh, solo in certe occasioni, diciamo… e più che un zozzone direi che sei uno sporcaccione! “

“Eddaiiii. Tu non capisci! Mi ha lasciato, hai capito? Mi ha lasciato per sempre. Io sto morendo. Io muoioooo. Come faccio a vivere? Come?? Ma uno non può sbagliare, nella vita? E che cazz…!! Un pò di comprensione!!” Si, come no. Peccato che lo capiamo solo dopo aver sbagliato, che abbiamo sbagliato. Ma forse, lo sapevamo già prima e non lo abbiamo voluto ammettere, neh??

“Senti, facciamo che muori dopo che hai mangiato, ok?”

Incominci a smanettare intorno ai fornelli. Lui, con l’aria smarrita, cerca di capire dove vuoi andare a parare. “Ma non eri venuta per consolarmi? Non mi devi parlare? Dire cose che mi tireranno su il morale? Guardare negli occhi per scoprire il mio dolore? Non servono a questo le amiche?” Annuisci senza dire nulla, apri il forno e, finalmente, ci trovi la padella. Soffritto leggero d’aglio (che non tiri via dall’olio, come tutti quelli della nouvelle cuisine, che sennò ti resta sullo stomaco. Lo vuoi il sapore dell’aglio? E allora lascialo nella sua benedetta padella a cuocere e sposarsi con i gamberoni, perdiana!). Versi un pò di quel buon e gradatissimo vino bianco nella padella e lo fai svaporare con i gamberoni. Una spruzzata di pepe, una di prezzemolo e, massì, dai, dato che li hai trovati, soli soletti nel frigorifero, ci metti dentro anche quei sette pomodorini ed ecco che il sughetto incomincia a sfrigolare. Lui continua ad ansimare e a farfugliare qualcosa. Tu annuisci e fai “Mmmm, già… ” più volte. Spegni il fuoco. Versi il vino in due bei calici dell’Ikea (li andasti a comprare con loro) e poi ti giri verso di lui, gli metti una mano sul petto e lo butti sul divano a sedere. “Caro, io sono amica sì, ma non cogliona. E, per di più, sono pure donna, perciò, non ho bisogno di guardarti negli occhi, come diceva Ron, per capire come sta la tua anima.” Ti guardi intorno. Caos completo. Saranno almeno tre giorni che è finita (forse). “Quando è successo il casino?” Lui si guarda intorno, smarrito. “Tre giorni fa, Domenica… Dio, se tu sapessi come sto male… Ho lo stomaco rattrappito. Non riesco a dormire. Non riesco a lavorare. Dovevo finire un progetto per l’altro ieri e ci ho mandato una altro architetto… Sono distrutto. Mi ha rovinato la vita. Ma come si può? Come? Andarsene via così, tutto d’un tratto, senza dire niente. Tu sai dove è? Ti ha chiamato? Alle mie chiamate non risponde. E’ la fine. Sono finito. Dimmi, ti prego, dimmi… Qualsiasi cosa, dimmi… Vorrei dimenticare tutto. Vorrei svegliarmi domani e non ricordare più nulla. Mi sveglio con la nausea, vado a letto con la nausea. Dio come sto male.. Dio, dio..” Lo hai lasciato parlare. Nel frattempo sei riuscita pure a bere due bicchieri di vino e pure lui, tra un “sto male” e un “dio, dio” si è ingollato un pò di alcool che lo ha indebolito abbastanza… “I gamberoni sò pronti, aiutami a fare l’insalata…” Lui ti guarda smarrito “Insalata?” Uhm… “Si, insalata, darling…” Lei gli fa cenno con il dito di seguirla e lui la segue come un cagnolino in cucina. L’aiuta in silenzio e, proprio quando lui sta pelando il pompelmo, sente tirare su con il naso. Si gira e lo vede là, con la testa contro l’anta della credenza stile country che hanno trovato in un mercatino d’antiquariato e che la tua amica gli aveva restaurato, ai due pirla innamorati. Le spalle sono scosse dai singhiozzi e tu senti, dentro di te, il suo dolore. Percepisci le lacerazioni, i singulti, i respiri addolorati. Siamo tutti così bastardamente uguali, fallaci, fallibili, dolorosamente colpibili ed espugnabili. Morte a chi ne approfitta, delle nostre debolezze. Morte dentro e dolore eterno (o quasi). Ognuno, deve passare dall’inferno, dice tua madre, per arrivare in paradiso. Vediamo se ci riesci. “Giorgio?” Sniff, sniff… “Si?” Le cose ti vengono naturali. Non è che ti metti a pensare a come dire, cosa dire, quando dire, cosa fare, come fare, quando fare. Lo fai e basta. Lo abbracci da dietro. Lui scoppia in un pianto irrefrenabile e fa per girarsi, ma tu lo blocchi. “No, Giorgio, resta così… Ti voglio raccontare una storia. Una storia di gente con le palle; una storia di palle.” Le tue mani gli cingono quella tartaruga di muscoli della quale lui si vanta tanto (è figo e lo sa) e lui ci si aggrappa singhiozzando e stringendole fortissimo. E’ in quel momento che decidi di raccontargli la storia delle palle del toro. Quanto ci sarà voluto per raccontargliela? Se lo vuoi, ci metti due minuti; se lo vuoi, duecento. Tu sei brava a raccontare le cose, dicono. E’ così che, parola dopo parola, senti che il suo respiro si normalizza. Riesci perfino a passargli un pezzo di Scottex, tenendolo stretto e senza che lui si giri. A tratti, qualche singhiozzo ribelle interrompe le tue parole. Alla fine, una risata spontanea e assurda esplode nella cucina dalle pareti rosso fuoco che a te stanno tanto sulle palle, ma che loro amano e hanno scelto assieme. Questa volta, lui si gira e t’abbraccia ridendo, così forte, che tu pensi che ti scoppierà il reggiseno. 🙂

“Come va?” Lui la guarda estasiato. “Perchè non mi sono innamorato di te?” Lei scoppia a ridere. Una risata argentina e seducente che, però, non avrà mai effetto su di lui. “Forse perchè sei gay?” Lui annuisce tristemente. Una tristezza fatta di gioie e dolori infiniti, di momenti di euforia alternati a smodata nostalgia dei tempi in cui non si doveva combattere per essere quello che si era, perchè nessuno te lo aveva ancora fatto pesare addosso. Un sorriso sincero, un altro abbraccio “Dai, finiamo ‘st’insalata e mangiamo.” Lei si alza, indossa il soprabito. “Non credo che cenerò io, stasera, qua…” Prende il cellulare, digita un numero, mentre lui la guarda stranito. “Operazione compiuta. Il pirla ha capito di avere sbagliato. Ora sali su e giurami solo una cosa, altrimenti non ti faccio entrare in casa – nè la mia, nè questa: entro due mesi devi trovare un set di palle di toro vere e gliele devi cucinare impanate e, IO, voglio vederlo mangiare tutto!!” Una roca e sexy risata arriva fino alle orecchie di un estasiato Giorgio. Lei si gira, si guarda intorno e pensa: “Già… missione compiuta…” Due minuti e Maurizio è già su. Omone barbuto, grosso e occhialuto. Così dolce, così simpatico, così innamorato, pure lui… Come noi tutti, poveri illusi. Baci e abbracci ai due pirla. Con un piede quasi fuori dall’uscio, lei rientra frettolosamente. Corre in cucina, noncurante dei due uomini abbracciati, e ritorna fuori urlando e dando una pacca sul sedere a entrambi: “Uè, bbelliii! Il Baileys, però, me lo ripiglio!” 🙂

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