Almeno tu, nell’universo

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Se ne dicono tante sulla musica. In realtà, basta solo dire, secondo me, quali canzoni ci danno un’emozione particolare e, magari, riuscire a descriverla. Una canzone che mi viene sempre in mente è “Almeno tu, nell’universo.” La canto sempre e l’ho “legata” a mia figlia tanto che, all’interno di un’anta del suo armadio, ci ho attaccato un foglio con il testo. Quando l’ho fatto le ho detto che era perchè, se la mattina si svegliava male o se qualcosa la faceva incazzare e io non ero là per sfogarsi, bastava andare là e leggersi quel foglio ricordandosi che io, ascoltando quella canzone, già pensavo a lei, ancora prima che nascesse, perchè lei è semplicemente stupenda. 🙂 Mi ha preso per cretina, e vabbè, che ce vuò fà?

La canto, di solito, quando sono da sola. A me piace stare da sola. Mi piace la solitudine “mia”. Forse perchè ho sempre così tanta gente intorno, durante il giorno o forse perchè in tanti mi chiedono sempre aiuto per qualsiasi cosa che, quando sono da sola, sò felice di aiutare me stessa e basta. Sì, mi piace la solitudine che dà frutti. Mi ci crogiolo. Mi faccio le mie cose, costruisco i miei pensieri, rifaccio le mie considerazioni e canto.

Quando ero a Londra, e lavoravo nel Delicatessen di Pascale, la cantavo sempre. La cantavo, però, per la maggior parte del tempo, quando ero di sotto, nella cucina del seminterrato, a infornare le baguettes. Il suo negozio aveva tutte le specialità europee che non si trovavano a Londra all’epoca. 20 anni fa era difficile trovare una forma di grana intero a Londra, così come una coscia di prosciutto di Parma o il caffè colombiano da macinare o il gelato Hagen Daazs (si scrive così?) :-). Lei era una che vedeva solo il dollaro, come paperone. Io mandavo avanti il suo negozio da sola. Facevo gli ordini, sistemavo la merce che arrivava da tutte le parti del mondo, cucinavo le zuppe di cipolla o di pomodoro o di funghi e che poi vendevamo durante la pausa pranzo e cucinavo pure le baguettes che ci arrivavano semicotte da Delice de France con tutti i formaggi più strani del mondo. Fu in quel negozio che mi tranciai un pezzo di pollice destro (che non è mai più ricresciuto bene) tagliando all’affettatrice l’ennesimo pezzo di Parma Ham (come lo chiamano in Inghilterra). Marò, che shock… 😦 Me lo ricucirono a crudo (è proprio il caso di dirlo :-D), quei pirla di medici inglesi e la cosa più ridicola fu che io, Pascale e 5 clienti che erano là nel momento che la cosa successe, diventammo pazzi a cercare quel pezzo di pollice tra formaggi e dolci esotici, nella vetrina del frigo dove qualcuno aveva detto di averlo visto fiondarsi. Mah, a volte si diventa proprio cretini… 😀

Ad ogni modo, quella canzone io l’adoro. Andavo di sotto, di prima mattina (verso le 5 e mezza), e accendevo il forno. Dalla finestrella della cucina, che dava sul marciapiede di sopra, si vedeva la neve scendere e io guardavo sempre su, mentre aspettavo che il forno si scaldasse. Poi ci piazzavo dentro 6 baguettes alla volta e aspettavo che fossero cotte. Mentre aspettavo, cantavo: “tuuuu, tu che sei diveeeeeerso… almeno tu, nell’universoooo” con una voce flebile e leggera, cercando di non farmi sentire dal pasticciere che stava accanto a noi. I muri, in Inghilterra, sono davvero fini e per niente spessi, credimi. E là, mentre cantavo quella canzone e tiravo fuori le baguettes, mi veniva sempre in mente un altro ricordo di me bambina. Una volta, tantissimi anni fa, andai a fare una specie di corso di psicoterapia. Era una cosa per migliorare il rapporto che abbiamo con il nostro passato. Il terapeuta era una persona fantastica che spiegava le cose in maniera talmente comprensibile da rendere tutto così lapalissiano… Beh, lui mi disse anche come funziona la nostra mente. È come se avessimo una rete da pescatori in testa. In questa rete ci stanno i nostri ricordi, come i pesci catturati dai pescatori. Noi non lo sappiamo, ma ogni pesce comunica con tutti gli altri, anche se stanno tanto lontani. Basta che uno agiti la coda un pochino e la rete si muove e manda le sue vibrazioni a tutti gli altri pesci, a partire dal più vicino e così via. Ecco, così funzionano i ricordi e così si possono ricordare cose che pensavamo di avere dimenticato. Io ci credo perché, con lui, sono arrivata a ricordare cose che non mi piacevano per niente e che avevo messo nel posto più lontano della rete. Le ho affrontate e le ho superate e mò sto qua, a rifarlo come mi ha insegnato lui, specialmente quando faccio la doccia, senza alcun trauma. E’ così terribilmente facile, da fare. Così, quel ricordo del forno con le baguettes, mi riporta a me che ho 9 anni. A me che vedo mia mamma incinta e che ha dentro mia sorella che, un giorno, per tanto che io la crescerò, curerò, amerò, seguirò, mi chiamerà mamma senza nemmeno farsi venire il dubbio che io, sua mamma, non lo sono proprio. Io sto là, vicino al forno e mia mamma va via, in casa, a stirare e fare i lavori. Io resto nel ristorante con mio padre perché, anche di pomeriggio bisognava rimanerci, per servire i gotti di vino a 50 lire l’uno ai vecchi pensionati milanesi che venivano a svernare in Riviera. Nell’assenza dei clienti, quando faceva freddo, io mi andavo a sedere vicino al forno elettrico dove, la sera, si cuocevano le pizze. Un forno enorme, per me che ero una bambina magra magra come uno stecco (sò ingrassata dopo, purtroppo :-)). Facevo una fatica immane a tirare su la leva che lo apriva. Sento ancora la plastica dell’enorme maniglia sotto le mani. Sai cosa facevo, allora? Pensavo che da tanto tempo desideravo una cosa, fortissimamente forte, come tutte le bambine della mia età. Pensavo alla Barbie che i miei genitori mi avrebbero comprato a Natale, ma che io volevo prima. Io non avevo bambole. In realtà non mi sono mai piaciute le bambole ma, questo, l’ho già raccontato. Però, la Barbie la volevo perché l’avevano tutte le mie amiche e non potevo giocare con loro perché, lo sai come funziona, no? Facciamo che siamo amiche e andiamo a fare shopping, facciamo che ci scambiamo il guardaroba, facciamo che abbiamo il fidanzato e via che arriva il Ken o l’altro di turno. Io? Io niente. Io facciamo che non ce l’ho e perciò non mi fate giocare. Beh, io guardavo il forno ed esprimevo il mio desiderio. Facevo la mia preghiera. Pregavo, pregavo, pregavo tanto e forte. La porta del forno era chiusa e io credevo che Dio mi avrebbe ascoltata e che una Barbie, anche magari mezza abbrustolita e con la plastica dei piedi sciolta, me l’avrebbe fatta apparire. Allora, con il cuore che mi batteva all’impazzata, te lo giuro, sento ancora ora l’emozione, aprivo lo sportello tirando giù quella manovella e… e una bella mazza di niente. Non sai la delusione che provavo, trovandoci nulla dentro. Ma te l’immagini, voglio dire? Magari, Dio, la Barbie, me l’avrà pure mandata, nel forno, ma quella si sarà dissolta alla velocità della luce cù chìll cazz è cavèr che faceva dentro al forno! 🙂 E poi pensavo che Dio davvero non mi stava ad ascoltare, che di me non gliene fregava un bel niente. Mi sentivo ancora più miserrima, sola e meschina che mai. Negli anni ho capito. Soprattutto dopo aver visto un film di una suora che era stata uccisa in una missione e della quale avevano ritrovato il suo ultimo diario o qualcosa del genere. Non mi ricordo il titolo, non me lo chiedere. So solo che l’attrice era famosa. Beh, nella sua ultima pagina di diario lei aveva scritto qualcosa simile a questo: “Nella mia vita ho pregato il Signore perché l’ho sempre sentito accanto a me. Mi immaginavo a fare il percorso della mia vita su una spiaggia deserta e ho sempre visto, accanto a me, le sue orme. Ma, nei momenti di disperazione, mi giravo indietro e vedevo solo un paio di orme. Così, nella mia solitudine colma di profondo dolore, gli chiedevo: perché? Perché mi abbandoni nel momento in cui ho più bisogno? Perché mi hai lasciata da sola? Perché non ti curi di me? Pochi giorni fa, ho sognato il Signore che mi ha risposto. Ho sentito la sua voce che diceva: “Guarda meglio. Voltati e guarda meglio, dietro di te. Vedi? Quelle orme non sono le tue. Quelle orme, sono le mie; sono io, che ti sto portando in braccio“.

Bello, vero? E vero, spero. Questa, per me, è fede. E io ho fede. Fede in qualcosa che, nei momenti più brutti, riesce a portarmi in braccio (nonostante sia un pò ingrassata) farmi cantare “Almeno tu, nell’universo” e alleviare i miei momenti dolorosi. 🙂

6 pensieri riguardo “Almeno tu, nell’universo

  1. ahahaha, no che non ho la segretaria elettronica, anzi..! 🙂 è che ricordo velocemente e scrivo altrettanto velocemente; questione di abitudine e del piacere che provo a scrivere e raccontare… 😉 dai, vi lascio sereni per almeno un giorno và… 😉

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  2. ” I gotti di vino a 50 lire!” Che potenza Romala! E’ una visione poetica! !!!!
    Quindi abbiamo dei pesci in testa? Adesso si spiega tutto: i calmi con la bonaccia; i nevrotici con il mare sempre in tempesta; i pazzi per colpa dello tsunami……..Scherzi a parte, capisco che la psicoanalisi deve essere una cosa seria, anche se io sono fermo a Freud, con qualche sprazzo di Adler e Jung……. Bella la storia della suora portata in braccio, piuttosto che abbandonata…………………..
    E’ bello avere fede, anche se a volte ti assalgono i dubbi. Che cosa saremmo senza fede? Non potrei mai davvero rassegnarmi a considerarmi un accidente dello spazio-tempo, una casualità effimera, che perirà con la decomposizione della materia che racchiude il suo spirito……… Dobbiamo aver fede, per forza, anche se la mia mente non arriva a capire. Eppoi, per quel poco che ho (ma che è pressapoco tutto ciò che desideravo avere) sono debitore a Dio. Lui mi ha davvero accompagnato, anche quando Gli ero lontano, per mezzo di Suo figlio Gesù, che invece ho sempre sentito vicino e dal Quale mai mi sono voluto allontare (almeno con il pensiero, se non con gli atti e i fatti imprecisi ed imperfetti che ho posto in essere, cercando sempre la Verità). A presto Albix

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  3. La musica riesce a scandire il nostro tempo, a regalarci e farci assaporare un momento anche in futuro, diverse volte; ti ricordi probabilmente di Londra così bene, anche per merito di questa favolosa canzone, che ti fa sognare ancora adesso! Un saluto

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