Fingere di te…

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Ci ho messo un pò ma, forse, ne valeva la pena. Sono riuscita perfino a mettere la musica di sottofondo che mi ha accompagnata mentre scrivevo questo post (Don’t ever leave me di Keith Jarrett)  ;-). E sono pure riuscita a bloccare il juke box che andava, ogni volta che si apriva qualsiasi pagina… 🙂

Ad ogni modo, bisogna avere un po’ di pelo sullo stomaco per sorbirsi tutto ‘sto papele di post, vi avverto. 🙂 La chicca sta in fondo e, se ci si lascia prendere dalla fretta, non si gusta appieno la sorpresa finale. A voi l’ardua decisione, oh viandanti dotati di chili Citrosodina… 😉

Giuseppina De Santis, vedova Varriale, spirò il primo gennaio del 2000. Aveva 87 anni ed era molto stanca. Tutti le dicevano che doveva vedere l’anno 2000. Embè, lo aveva fatto eppoi se ne era andata. Si, era davvero stanca. Stanca di vivere di ricordi che andavano sbiadendosi, giorno dopo giorno, tra una minestrina scipita, la sera, e la robiola dello Zio Nanni accompagnata da un insipido purè a mezzogiorno. La casa di cura, dove le sue tre nipoti l’avevano amorevolmente “depositata”, nell’attesa della sua personale data di scadenza, era stata appena ristrutturata. Negli anni ’70 era stato l’unico lussuoso albergo di prima categoria della piccola cittadina ligure dove Giuseppina e suo marito si erano trasferiti, nel ’38, dalla Campania. La sera, quando lei e suo marito scendevano giù dalla collina, per andare a gustarsi un gelato e godere dell’aria fresca del lungomare, passavano davanti alla “Residenza Le Peonie”. Si guardavano sempre in silenzio prima di sbirciare, quasi con timore, gli anziani ospiti che venivano pazientemente accompagnati dagli inservienti a fare una passeggiata nello striminzito giardino di oleandri e cactus bruciati dal sole estivo. Sembrava l’ora d’aria dei carcerati. Stare là, la faceva davvero stare male. Non perché non accettasse di essere curata e accudita, ma perché.. Beh, Giuseppina non era mai stata socievole con la gente e meno che mai lo sarebbe stata con gli altri ospiti della struttura perché, lei, in quella casa di cura non ci sarebbe mai dovuta andare, secondo la sua opinione. Non perché preferisse starsene a casa sua, anzi. In realtà, se ne sarebbe voluta andare via da un’altra parte, molto lontano; così tanto lontano, che nessuno sapeva ancora dov’era. In parole povere, avrebbe voluto evitare il disturbo alle sue sinceramente preoccupate nipoti aiutando personalmente la morte a compiere il suo dovere ma, le povere donne, scioccate dal primo – ed unico – tentativo di suicidio dell’anziana signora (che si era dimenticata di chiudere la finestrella del bagno di servizio, prima di accucciarsi per terra sulle fresche piastrelle di granito della cucina e appoggiare lentamente il capo sullo sportello del forno a gas), decisero che la cosa doveva assolutamente accadere in modo naturale. Così, facendo una colletta tra nipoti e familiari vari alla velocità della luce, portarono Giuseppina, quasi di forza, alla Residenza Le Peonie. No, socievole non lo era mai stata. A lei bastava leggere tutti i libri che Pietro le comprava, andare al cinema, ascoltare la musica, viaggiare con lui, quando se lo potevano permettere, passeggiare sulla riva del mare e andare in chiesa, di tanto in tanto. Suo marito le aveva sempre detto che avrebbe dovuto farsi delle amiche, perché lui se lo sentiva che se ne sarebbe andato via prima e gli spiaceva pensare che lei non avesse amicizie sincere e profonde con le quali condividere il dolore e, magari, anche i momenti buoni che le sarebbero rimasti da godere. Ogni volta che lui diceva così, lei lo guardava per pochi, intensi attimi in silenzio, poi gli carezzava la guancia dolcemente e rispondeva: “Piè, quanne te ne vaje tu, me ne vaco pure io, nun tè preoccupà. Tànt, che ce rimàng à ffà, ccà?.” Già. Lui sospirava e sussurrava un semplice, leggero e fragile “Grazie”. Un grazie sospeso nel tempo, come gli aquiloni dei bambini che si librano nel limpido cielo estivo. Un grazie che veniva da lontano; molto lontano davvero. Un posto lontano che si conosceva, però.

Pietro Varriale fece il biglietto di sola andata, destinazione universo, il 3 luglio del 1998. Quella sera l’Italia aveva perso ai mondiali contro la Francia. Quella sera, come ogni sacrosanta sera degli ultimi 59 anni, da quando si erano sposati, si erano coricati, uno accanto all’altra. Lei si era girata verso di lui, come sempre e lui le aveva preso la mano, come sempre. Si erano guardati, come sempre e lui le aveva detto, come sempre: “Chiure l’uocchie, Pinù. Ninna nanna signurina bebbè..” Lei aveva sorriso e aveva chiuso gli occhi, felice. La mattina dopo, Giuseppina si svegliò con la mano che era ancora stretta in quella, fredda, di Pietro, che non respirava più.

Tre giorni dopo, aveva tentato di suicidarsi. E non ci era riuscita. Antonietta, Finizia e Claudia (figlie di sua cognata che se ne era andata, pure lei, da un pò) decisero di marcarla stretta perché le volevano bene davvero, ma non potevano tenerla con loro. La “Residenza Le Peonie” era stata prenotata e lei doveva solo dire che cosa voleva portarsi dietro. I figli delle tre donne avrebbero provveduto a portarglielo. Lei e Pietro non avevano avuto figli. Non li avevano cercati. Ad ogni modo, bisognava fare una cernita delle cose che l’avevano accompagnata negli ultimi anni della sua vita. Tutti si prospettavano giornate di lavoro intenso e pesante, a svuotare credenze, impacchettare libri, nascondere vestiti, buttare tutto il resto e, invece, Giuseppina disse che, di tutto quello che c’era in casa, potevano farci quello che volevano. Gli anni passano e, chissà come mai, tendi a liberarti delle cose che ti circondano, piuttosto che accumularle. Ci si libera di quelle cose che, magari, a 40 anni le ritieni assolutamente necessarie. Gli anni passano e tu inizi a buttare giù la zavorra; proprio così, la zavorra. Come se ti stessi preparando per un volo leggerissimo con una stupenda mongolfiera verso il cielo azzurro e terso. Piano, piano è come se ti liberassi di quel peso inutile che, tanto, non ti servirà, quando andrai, dove devi andare. Si, beh… 🙂 potevano disporre come meglio ritenevano di qualsiasi cosa trovassero in casa, meno la sua dentiera, il kukident, la cornice in ferro battuto degli anni ’30 che proteggeva la foto del suo matrimonio dove c’erano lei, Pietro e suo fratello Nicò, e una piccola scatola di cartone per cappelli. Una scatola che aveva contenuto, la prima volta, il borsalino di feltro di pelo nero di coniglio che Pietro aveva indossato al loro matrimonio e che, ora, con le sue stringhe di cuoio e fibbie lucide di ottone custodiva il tesoro più prezioso di Pinù: una cartolina; una cartolina di Benevento del 1938 con un francobollo intonso.

benevento fronte

Era successo nel settembre 1938. Aveva 25 anni. Suo fratello ricevette una cartolina da Benevento. Gliel’aveva inviata Pietro, il suo migliore amico. Lei adorava suo fratello maggiore. Era lui che l’aveva sempre protetta, l’aveva aiutata a fare i compiti durante le elementari, la portava in paese a mangiare le granite la domenica, dopo la messa, parlava con lei delle cose che studiava all’università dove era stato deciso che lui andasse e lei no. A volte, negli anni, era anche andata con Pietro e Nicola a pescare, passeggiare, oppure ad aiutare, con loro, i genitori a tagliare il tabacco nella loro piantagione persa nella campagna avellinese, durante le torride estati campane. I genitori di Pietro avevano deciso che doveva diventare prete,  contro il suo volere, e così era stato mandato in seminario. Lui, invece, avrebbe voluto fare il muratore. Gli piaceva costruire. Gli piaceva vedere le terre incolte che venivano popolate dalle case e dai bambini che ci giocavano intorno. Gli piaceva vedere il risultato del suo lavoro. Con Nicola, che stava studiando per diventare architetto, sognavano di fare case bellissime, disegnate da Nicò e costruite da lui. Ma, così non fu. Giuseppina si era innamorata di Pietro la prima volta che lo aveva visto. Lui la trattava come una bambina, anche se la differenza d’età era di soli 3 anni. Tenere tra le mani la cartolina di Pietro la emozionava. Prima di consegnarla al fratello, mentre saliva le scale della solida casa padronale che giaceva mollemente nella quieta campagna intrisa di brina autunnale, con delicatezza, staccò il francobollo, perché li collezionava. Con sua enorme sorpresa notò che, sotto il francobollo, c’era scritto qualcosa. Si paralizzò. Le parole erano minuscole, ma chiare. “Ho ricevuto i tuoi saluti. Il mio cuore batte solo per te. Non mi dimenticare, mai, mai.” Se eri donna e non frequentavi gente, certe cose non le potevi capire, all’epoca, ma lei, in pochi attimi, ricordò tante piccole occasioni, tante piccole cose che, assieme, ne facevano una grande. Nicò e Pietro che giocano a calcio tutti i giorni. Pietro e Nicò che vanno a Benevento per una gita domenicale e tornano felici. Nicò e Pietro che stanno a parlare, fino a notte fonda, accanto al camino. Pietro e Nicò che si guardano, per brevi, ma intensi attimi, quando don Vincenzo chiede a Nicò se metterà mai la testa a posto e si sposerà. Suo fratello che piange di nascosto, lievemente, la sera, da quando Pietro è diventato seminarista.

La cartolina non la consegnò mai al fratello. Comprò un francobollo e ce lo appiccicò sopra. Pietro passò, la sera di Natale di quell’anno, per fare gli auguri alla sua famiglia. Nicola era al settimo cielo e lei pure. Fu così che, quella notte, si ritrovarono in 3 a parlare davanti al camino. A Giuseppina batteva forte il cuore. Aveva un progetto. Aveva un sogno. Voleva andare via. Voleva andare via da quel paesino inospitale. Voleva vedere il mondo. Voleva visitare tutti i musei che poteva perchè amava l’archeologia e la storia. Voleva andare al cinema. Voleva andare a ballare. Voleva passeggiare, voleva essere libera di osservare, commentare, comprare. Voleva discutere di politica. Voleva tante cose, ma non poteva perché era femmina. Per lei, decisamente bruttina e poco socievole, non c’era molta scelta. A 25 anni, all’epoca, iniziavi già ad essere considerata una zitella. Avrebbe fatto la sartina con sua madre fino a quando la sua famiglia non avrebbe deciso di metterla in un convento. A San Martino ce n’era uno e lei, certe sere, già li sentiva i suoi genitori parlarne, perché nessuno l’aveva ancora chiesta in sposa. Fu così che, la notte di Natale, di fronte al fratello, propose a Pietro di sposarla, dopo averli resi partecipi di quello che aveva inavvertitamente scoperto. Loro avrebbero potuto incontrarsi quando volevano. Lei avrebbe potuto vedere il mondo. Non le sembrava un brutto affare. Fatto sta, che Pietro la chiese in sposa il giorno dopo. Fatto sta, che si sposarono a maggio del 1939 e Nicola fece loro da testimone. Fatto sta che andarono a Montevergine in viaggio di nozze e là, Giuseppina lasciò il cuore di seta, perle e merletti che aveva cucito sua mamma per lei, come pegno per la grazia ricevuta. Fatto sta che Pietro e Nicola furono felici per un anno, perché Nicò morì di polmonite il 13 dicembre del 1940. L’anno dopo, Pietro e Pinù, si trasferirono in Liguria e, con loro, la cartolina di Benevento. Gli anni che seguirono furono sereni e quieti; intrisi dall’affetto reciproco e dalla complice gratitudine che li aveva fatti sposare.

Epilogo:

Qualche anno dopo la morte di Giuseppina, uno che la sorella chiamava Pè, passò davanti a un negozio di antiquariato e comprò un lotto di cartoline antiche. Pè, un giorno di luglio del 2010, decise di regalare tutte le cartoline di Napoli che aveva a sua sorella che si chiamava Rosa e, delizia delle delizie, le regalò anche l’unica cartolina di Benevento, perché lei era nata là. Era una cartolina del 1938, alla quale avevano tolto il francobollo e che, per metà, ne aveva ancora appiccicati i rimasugli. La sorella, stupita, gli fece notare che sotto quell’avanzo di francobollo c’era scritto qualcosa.

benevento retro

Lui, noncurante, le disse che la tizia che gliel’aveva venduta era solita togliere i francobolli a tutte le cartoline che raccattava e che all’inizio del secolo si usava scrivere sotto i francobolli, per non farsi beccare dai fascisti e la cosa morì là, per lui. 🙂  Troppo banale, per lei che osservò bene le uniche parole  “ufficiali” scritte sulla cartolina da chi l’aveva mandata: Nome, cognome, “Seminario Regionale Pio XI e la data: 26 settembre del 1938. Troppo banale, per lei, che restò incantata davanti alla leggiadra calligrafia della A con i ghirigori dell’indirizzo di spedizione “Allo Studente Nicola…”. Una A che pure lei scriveva così una volta, quando si usava ancora la penna stilografica. Troppo banale per lei che tornò a Milano; fece la scansione della cartolina fronte e retro dopo aver inveito contro il suo pc e mandato maledizioni allo scanner che non ne voleva sapere di funzionare. Accese il suo bollitore per il tè. Ci passò sopra, delicatamente, il pezzo di cartolina con la scritta sotto il francobollo e, delicatissimamente, mentre parlava al telefono con la figlia che le raccontava del disegno manga che aveva appena finito di fare, ne tolse ogni minuscolo pezzettino. Che cosa c’era scritto sotto? Decidetelo voi… 😉

angolo

P.S. Gli avvenimenti e i personaggi di questa storia sono puramente casuali e ho messo lo scotch rimovibile bianco sui cognomi. Giusto in caso partisse la querela… 😉

 

7 pensieri riguardo “Fingere di te…

  1. che bellina che è ‘sta storia!
    sì, certo… decisamente "femminile", ma insomma… :_)
    mi ricorda quando, decenni fa, al mercato di porta portese mi mettevo a guardare vecchie foto di scolaresche di settant’anni fa e più… e mi immaginavo le vite di quegli scolari, che fine avessero fatto, come erano diventati.
    a proposito, secondo me non è la lunghezza dei post che inibisce la lettura… ma è il fatto che le colonne di quasi tutti i template sono strettissime, costringendo mentre si legge a dover scorrere il video. che cell’avemo a ffà i monitor stralarghi da 19, 24, 42 pollici e un mignoletto… n’se sa’…

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  2. @ ivy: grazie! bel complimento

    @ elle: hai ragione

    @ spaz: mi affascinano immensamente le cose che vengono dal passato, da sempre. io, in quel mercatino, ci metterei la tenda! 😉 e pensa che sono stata a Roma decine di volte ma non ci sono mai andata! Ma c’è tutta la settimana? Ho cercato di modificare le colonne, ma non ci sono riuscita. Hai ragione. Ora ho uno schermo enorme e c’è mezzo mare di spazio a dx e sx.. 😀

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  3. il mercato di porta portese c’è solo la domenica, ma oramai quasi non trovi più quel genere di cose, assomiglia molto di più ad un normale mercato di ambulanti… purtroppo.
    guarda che mica sei la sola ad avere una trentina di pollici di schermo inutilizzati… 🙂

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