Giuseppe e Pasquale. Ovvero: le mille sorprese del pulire il water!

Succede che ti ritrovi a pulire il cesso di casa di tua madre, una qualsiasi mattina delle tue sospirate ferie. Succede che volgi la testa distrattamente, mentre stai tirando lo sciacquone, e dai uno sguardo fuori dalla finestra, giù nei parcheggi del vostro condominio. In quel momento un’auto bianca con i parasole che si usano per i bambini, si infila proprio in uno dei vostri parcheggi che tuo fratello usa per il suo camion e sorridi con compatimento. “Povero pirla d’un villeggiante. Non sa cosa l’aspetta. Le cose sono due: o Giuseppe, di ritorno dal lavoro con il camion, gliela blocca senza dire né bah nè mah o mamma andrà di sotto e gli metterà un cartello sul parabrezza con sopra scritto: – Strùnz, questo paccheggio è pprivato. Nun l’è vist?” scatenando le ire di mio fratello che non apprezza certe “azioni pittoresche”. Lui è quello delle cose fatte con silenziosa ed efficacia calma. Dall’auto esce un uomo con i capelli lunghi fino a metà spalle; capelli biondi e lisci, corpo asciutto, magro e una fisionomia che, stranamente, mi è familiare. Dietro di lui, arriva il camion di mio fratello e mi si illumina la lampadina. Uh, marò! 🙂 Pasquale?!? Non ci posso credere. Erano anni. Erano davvero un bel po’ di anni che non lo vedevo. Mi è venuta una piccola strizza al cuore. Mio fratello scende dal camion e, senza proferire parola, iniziano a brigare intorno alle loro due auto e al camion. Dopo un po’ Pasquale inizia a parlare. Giuseppe, come al solito, agisce e annuisce. Confabulano su qualcosa e poi Pasquale lo guarda fare le cose che hanno deciso di fare e lo aiuta a mettere a posto le cose che stanno sul retro del camion. Li guardo di nascosto. Lo conosco da quando era un pirlottolino di mezzo metro. E ora ha pure una figlia. Sì, era un cosino piccolo e biondo che giocava sempre con Giuseppe. Ora, guardalo là. È diventato un uomo e fa le cose da uomo. Certe persone, lo ammetto, non riesco a vederle da adulti. Pasquale è uno di questi. Per me rimarrà sempre il bambino che giocava con mio fratello, fosse pure che ne sforna altri 50 di figli. Con lui, del resto, ci ha passato tutta l’infanzia, l’adolescenza e quello che è venuto dopo, mio fratello… Emigrati anche loro, come noi, in Liguria il secolo scorso, ma dalla Calabria. Ancora più lontano della Campania. Certe anime, ne sono sicura, si possono ritrovare dopo secoli, nonostante tutto, nei posti più strani designati dal destino. Se si devono ritrovare, tu nun te preoccupà che si ritrovano. Giuseppe andava a scuola con sua sorella e lui conobbe Pasquale e, da allora in poi, amici ritrovati da sempre… Mi vien da ridere. Pasquale parla come una moglie che sta spiegando le cose. Giuseppe annuisce come un marito che fa finta di ascoltarti, mentre pensa a come far entrare quella scala nel retro della sua FIAT Idea. Pasquale si passa le dita tra i capelli lunghi e folti e, quel gesto, me lo fa rivedere, ragazzino, che viene al ristorante, vestito di tutto punto anni ’80, per uscire con Giuseppe e andare a caccia delle turiste svedesi. Si lisciava sempre i capelli in quella maniera. Bizzarro, penso sorridendo. Anche là, nei capelli, c’è l’equilibrio del contrappasso.  Lui ha i capelli che ha perso mio fratello, pelato come un uovo sodo. Li guardo e mi viene un moto di affetto profondo. Amici da sempre. Amici da quasi 40 anni. Finite le scuole, Giuseppe si mise a lavorare nel ristorante. Pasquale faceva il l’apprendista fabbro. Quante volte sono passata sotto il pontino del lungomare e l’ho visto sudare sotto le scintille :-(. Quando Giuseppe decise che ne aveva avute le palle piene di fare il pizzaiolo, chiese a Pasquale se lo voleva aiutare ad aprire un’azienda di fabbro ferraio o forse è successo che Giuseppe non sapeva cosa fare della sua vita e Pasquale gli ha dato le indicazioni. La sanno loro la storia. E’ così che hanno continuato il loro cammino assieme. Lo vedo, certe sere, a fare le fatture. A fare i conti. Sento mia mamma che mi dice che va in Piemonte a far lavorare i ferri e penso che la vita è proprio strana. Ci vogliono punti fermi, nella vita. Sono necessari come l’acqua nel deserto per un assetato. È questo quello che desidero per Laura. È questa la ragione per la quale continuo a restare dove sono, a Milano. Mi ci aggrappo come una forte e verde edera a un soleggiato muro di tufo. Voglio restare in quel quartiere. Vorrei che Laura avesse delle amiche di sempre. Mi fa così piacere, credimi, passare davanti alla cartoleria e salutare la proprietaria; oppure sorridere al tizio che vende le vernici o fare un cenno cordiale alla portinaia del 23. In questo obbligo morale di villaggio globale che ci viene imposto dalla società, io sento il bisogno vitale di un villaggio reale tutto mio al quale fare riferimento. Una casa, la tua casa, è l’unico punto fermo fisico che hai. Se te lo tolgono, quanto male puoi stare dentro? Io mi ricordo ancora il male che mi fece venire in Liguria, a nove anni. Dicono che il trasloco sia una delle maggiori cause di stress per un essere umano. Sai quante case ho cambiato, nel corso della mia vita? Se te lo dico, non ci credi. A Napoli ne ho cambiate 9, ad Arma 5, a Milano 7, a Londra 12. In totale, 33 case. 33 traslochi. 33 volte che la mia vita, la mia anima e il mio cuore si sono spostati da una parte all’altra. C’è gente che, durante tutta la vita, non si muove nemmeno dalla strada nella quale è nata, lo sai? E magari mi invidia. Si sappia: non c’è una mazza da invidiare in queste cose. Non una piccolissima, infinitesimale, minuscola mazza. Non mi meraviglia che mia madre mi chiami zingara… 🙂 le prime 14 volte sono state scelte dei miei genitori. Le altre 19, sono state solo scelte/obblighi miei. Ti so organizzare un trasloco meglio della Traslochi Express, credimi, 😦 Ad ogni modo, guardo Giuseppe e Salvatore che svuotano il camion e penso che sia stupendo avere un punto fermo anche per il cuore, oltre che per la casa. Magari non si piangeranno davanti, da veri uomini, ma si danno supporto, si consolano, si mandano a cagare, si perdono per qualche ora e poi si ritrovano, più contenti che mai, di “aversi”, in questo piccolo mondo antico che si posa lievemente sulle rive del mare, noncurante del resto dell’universo. Li vedo armeggiare con le auto e mi rendo conto che stanno per ripartire. È in quel momento che decido di fargli una foto, più foto, con il cellulare. Corro in cameretta a prenderlo, sperando che non siano già andati via. Spero che non mi becchino. Spero che non si arrabbino, se ho scritto di loro; quei due sò strani. 🙂 Vorrei dirgli che mi hanno regalato un sorriso, una stupenda sensazione e una speranza. Vorrei dirgli che mi hanno resa felice per un attimo, mentre pulivo il gabinetto (che cosa tanto felice non è ;-)). Che mi hanno dato speranza per la mia bimba, che vorrei tanto avesse un’amicizia sincera e confortante come la loro. Penso a Elsa e mi dico che siamo davvero fortunate. Anche noi, nei secoli, ci siamo ritrovate e Dio solo sa quanto sono grata di averla come amica. Li guardo e vorrei dirgli che sono felice per loro e che gli auguro, con il mio cuore da zingara, di rimanere sempre assieme, nella buona e cattiva sorte perché gli amici veri, quelli che, nel tempo, nonostante tutte le tempeste e i bei tramonti, rimangono sempre presenti (anche se non vicini) sono davvero preziosi. Preziosi come il ferro che forgiano nel fuoco e modellano con l’acqua. Il ferro non sarà oro, è vero, ma è forte, dura nel tempo e sostiene le case dove i cuori e le anime si ritrovano, secolo dopo secolo. Che cosa vuoi mai di più? 😉

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