Figli con le madri

Citta_del_Vaticano_Pieta_di_ Michelangelo

23 ottobre 2010

Ore 08:30 – Ci si sveglia lentamente e dolcemente, di sabato mattina; stiracchiandosi oziosamente nel letto dell’Ikea… però… uhm..: “Azz!!! Non sento più dolore alla cervicale! Porca l’oca!! Il Dr. Minzi è stato magico con quella puntura sul collo, dopotutto! Marò, erano secoli che non mi sentivo così bene!! Bellissimo! Oggi farò mille cose stupende. Metterò a posto mille cose. Bellissima, la vita, dopo una puntura nel collo!!” e sorridi, finalmente, dopo un pò di settimane d’inferno.

Ore 09:30 – Non la vuoi spaventare. Non le vuoi dire del dolore che ti sta mangiando, come un leone affamato, la schiena e il basso ventre. Non le vuoi dire del sangue scuro e spaventevolmente inaspettato che sgorgava al posto dell’orina, pochi minuti prima. Deve sembrare una cosa naturale; una cosa da niente, non la devi spaventare. Se la spaventi è un casino. Respiri profondamente. Ti avvicini a lei che si è appena svegliata. Le sorridi. Fai un altro bel respiro e, proprio in quel momento, una fitta ti fa vedere letteralmente le stelle. Ti pieghi in due, davanti a lei che è ancora nel letto e crederà che lo hai fatto per avvicinarti a lei e baciarla mentre, invece, era per non schiantare in terra, inerme, stordita dal dolore. Sorridi, Rosa, marò, sorridi. C’ià può ffà… Tu sì ffort, Rosè, cià può ffà… “Ciao batata bulenta… Dormito bene?” Non le dai il tempo di rispondere. “Senti Lalina, mamma ora va un attimino in ospedale a fare una cosa e poi torna. Niente di particolare. Stai buonina, si? Papà arriva all’una e ti farà da mangiare, ok? Stai serena e fai i compiti. Ci vediamo dopo.” Non le hai lasciato il tempo di porsi dubbi. Sorridendo ti ha risposto ok e si è riaggomitolata sotto il piumone. Guidando, nella nebbia fitta e leggera, verso il San Carlo piangi. Piangi perchè fa male e piangi perchè sei spaventata. Piangi perchè sei sola e piangi perchè vuoi che nessuno venga con te. Meno male che sò cinque minuti da casa all’ospedale. Entri ed è tutto vuoto. L’infermiere che ti accoglie ti fa le domande per decidere dove mandarti. Tu rispondi con precisione, senza lamentarti, ma tenendoti il ventre in mano ad ogni fitta. Lui ti dà codice giallo e ti manda dentro dicendoti di aspettare quando ti chiamano. Siete in due, tu e un signore anziano. Beh, pensi, si vede che ho beccato il momento di calma; mi faranno prima. L’infermiera del pronto soccorso la riconosci. E’ quella che ti accolse quando Laura si spaccò il labbro cadendo dal lettino e le dovettero mettere tre punti; Dio, che brutta esperienza… 😦 La senti rispondere al telefono dicendo il nome del reparto: “Rivalutazione, chi parla?” Rivalutazione. Rivalutazione. Che vuol dire, ti chiedi? Vuol dire che tu puoi dire tutto quello che vuoi ma che, poi, loro lo rivalutano. Bravi, mi sembra ‘na cosa giusta; marò che dolore, questa è fortissima, dio, dio, dio mièttece ‘na mano tu. Marò, marò…., rivalutare, si, giusto, stavo rivalutando. Sì, rivalutare è giusto, fosse mai che ci sbagliamo. Mi chiama mentre arriva una signora anziana, sdraiata su una barella, accompagnata dai ragazzi della croce rossa. Dicono il nome e altre cose. Infarto. 96 anni. La guardo mentre l’infermiera, dopo essersi scusata con me, le si avvicina e dice con una voce dolcissima: “Allora bimbìn, come siamo messe? Ti sei fatta male, stavolta? L’hai stancato troppo questo cuore. Ti sei messa a vedere C’è posta per te?…” Le fa una carezza leggera sulla guancia in pelle trasparente color avorio che sembra pasta fillo e le apre la vestaglia, davanti a tutti. Mi vergogno per lei, volto lo sguardo. L’infermiera non parla più. I ragazzi fanno un sospiro in dentro. La signora rantola. L’infermiera torna da me e mi chiede di pazientare un momento. Figurati, le dico io, e mi riaccomodo. La sento bisbigliare al suo collega: “Mi sa che non ce n’è tanto da aspettare. Ci ha un’autostrada a 8 corsie sul petto. Non le voglio più far fare male, povera stellina. Deve essere così stanca. Chiama il figlio che è in sala parenti, che decidiamo con lui…”. Si riavvicina alla signora e le dice: “Ora arriva tuo figlio, ninìn, va bene? Stai serena che va tutto bene…”. La donna biascica in milanese “Il Franco? Il Franco l’è andà via… Il Franco non c’è più. Il Franco l’è fuori..” Scuote la testa lentamente mentre uno dei ragazzi della croce rossa le tiene la mano e le accarezza la fronte scostandole i radi capelli bianchi come la neve. Lei, con l’altra mano, stringe la coperta militare. E’ dalla mia parte. Quelle dita. Quelle dita così magre e venate. Quelle unghie invecchiate con il giorno e la notte, pure loro. Quella pelle così trasparente che sembra fatta di mille fili di seta che non riescono più a stare assieme. Sto male. Mi piego in due. L’infermiera mi chiede di riempire un flacone con le urine. Quando lo vedo, mezzo pieno, mi viene male al cuore. Lo porto da lei cercando di nasconderlo ai ragazzi, al vecchio, alla ninìn che, ora ha vicino un uomo di circa 60 anni con i baffi che l’accarezza e le dice parole dolci, ad un’altra signora anziana che è arrivata sulla sedia a rotelle perchè si è rotta un piede e ad un’altra signora anziana che è, pure lei, in barella e si lamenta del dolore all’anca. Tutte e tre le signore hanno vicino, ora, un uomo di circa 60 anni. Le guardo tutte e tre. Sono stoiche e forti. Stanno zitte e si fanno coccolare senza, però, far vedere che hanno paura. Devo aspettare a dare il flacone perchè l’infermiera è occupata con la signora che si è rotta l’anca. Arriva un altro figlio che viene buttato fuori perchè il massimo di parenti è uno per malato. L’altro figlio esce e gli dà il cambio. Si assomigliano. Saranno gemelli. Le tre donne hanno gli occhi chiusi. Parlano e stringono la mano del figlio con leggiàdria. Nessuna lacrima. Solo qualche bisbiglio o lamento per il dolore. L’infermiera mi chiede il flacone. Cerco di non farlo notare agli altri ma l’infermiera, non appena lo vede, dice: “Cazzo!! Ma sei sicura di non esserti prelevata sangue, nel gabinetto?!?” Purtroppo no, le dico. “Ma qua non c’è scritto che orinavi sangue…” “Beh, guarda, io sò venuta solo per questo..” le dico. “E l’ho riferito subito al tizio dell’accettazione…”. Vabbè, mi manda con il codice rosso in chirurgia, mentre le tre signore anziane continuano ad essere accudite dai loro figli. Non so perchè mi sono fissata su queste tre donne con i loro figli. Prima di lasciare il pronto soccorso dò loro un ultimo sguardo. Il re morente con l’erede al trono. In chirurgia mi sono ritrovata la ninìn accanto che respirava in una maniera che faceva male al cuore (non solo il suo…). Il figlio, zitto, le accarezzava la fronte. Sentivo il suo odore. Gli anziani hanno quest’odore che è stranamente uguale per tutti. Sembra che, prima di andarsene, si debba ritornare tutti dalla stessa strada olfattiva; che strano. Zitti, lui e lei, mentre io aspettavo il risultato del radiologo. Lui sembrava così “legato” a lei eppure “impacciato”. Sembrava che sapesse che doveva stare là, ma che non sapeva come starci. Lei sospira e gira il capo verso di lui. Dio, quegli occhi… Ci ho visto dentro l’intero universo. Lui l’ha accarezzata e le ha detto: “Vuoi che chiami la Lucia?” Lei ha accennato a un sì. Volto la testa e vedo un ragazzino di 15/16 anni sulla sedia a rotelle con la mamma che, da dietro, lo avvolge in una spirale d’amore fatta del suo piumino nero Levi’s. Fa un pò freddo quaggiù… Lui rantola dal dolore mentre il tubo che dispensa antidolorifico gli arriva fin nella vena del braccio scoperto. Lei gli accarezza le guance e lui piange dal dolore tenendosi il ventre. Da lontano, avendone già viste con Laura, direi gastroenterite forte e bastarda. Li guardo. Dio, come si assomigliano. Lui così magro e giovane. Lei così magra e con le occhiaie profonde lo tiene fermo e lo dondola allo stesso tempo mentre gli bacia il capo. Mi viene in mente la Pietà di Michelangelo. Quanto amore, in quella statua; quanto amore in questa madre che, ne sono sicura, vorrebbe prendersi lei il dolore del figlio per non vederlo soffrire. Il chirurgo mi chiama. Oh, checccazz… 😦 Colica renale con infiltrazione di un maledettissimo calcolo di 3 mm attraverso l’uretere e relativo versamento di sangue… 😦 Mi manda fuori a fare di nuovo la pipì perchè vuole essere sicuro… ah, pure qua fate la Rivalutazione?! 😦 marò che dulore… Esco dalla toilette e la vedo, la ninìn, che ora ha aperto i cancelli del cuore perchè sta piangendo, lievemente, però. Sulla barella si è piegata una signora della mia età che la abbraccia e piange, pure lei. Piange come solo una nipote può fare. Il padre, paralizzato, tiene l’altra mano della ninìn… Ninìn sorride e, ne sono sicura, la vedo stringere più forte la mano del figlio. Lei fa coraggio a lui, pensa un pò, mi dico. Lei se ne sta andando e fa coraggio a lui. Beh, checccazz, allora non sarà mica poi così brutto andarsene… Il figlio si avvicina e dà delle piccole pacche imbarazzate sulla spalla della nipote che contina a balbettare “Nonnina, nonnina… Và che poi stai bene e ti portiamo a casa.” Ero paralizzata, con il barattolino pieno di  pipì e sangue in mano. Lo sguardo della ninìn ha incrociato il mio. Ho pensato solo una cosa e gliel’ho detta con gli occhi: “Ninìn, se tieni fiato, digli che vuoi morire a casa tua. Digli che non vuoi aspettare di stare bene qua. Digli che vuoi morire lontano da queste mura fredde e solitarie.” Lei mi ha guardato e mi ha sorriso. Mi ha sorriso e le ho sorriso, di rimbalzo, alzando il mio flacone delle urine, verso di lei, come se fosse stato un calice di champagne. In un pronto soccorso, del resto, non hai altri mezzi per salutare la morte…

4 pensieri riguardo “Figli con le madri

  1. 🙂 bene marghe, meglio di ieri mattina 😉 andiamo avanti a punture di voltaren a gogò e borse di acqua calda sul rene. ce la faremo.. e se riusciamo a scrivere sul blog vuol dire che meglio stiamo davvero.. 😉

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  2. è un pò che sn qui che leggo qst post
    sotto altri aspetti ho rivissuto un dejavù
    quelle maledettissime barelle
    e tt il resto

    la morte è quella mano gelida
    che ti stringe l’anima
    abbracciandoti ti porta cn se
    togliendoti a poco a poco
    il respiro

    Romala mi raccomando
    riprenditi..

    Ti voglio rileggere
    prolissa nel tuo dire..
    Un abbraccione. Ciao 🙂

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