Io sono un uomo

“Ma stai zitta, và! Tu sei solo una povera sognatrice. Una che potrebbe benissimo andare a caccia di balene con un amo annodato ad un filo di spago lungo due metri  e il rosario in mano, che non si sa mai. Tu credi sempre che ci sia del bene nell’anima degli altri. Tu e il tuo fottuto beneficio del dubbio.” Mi intriga e mi ipnotizza. Non la storia della balena, che potrebbe pure essere vera, conoscendomi,  ma il suo accento così musicale. La sua pronuncia dolcemente strascicata mentre cerca di insultarmi e non ci riesce. La cadenza delle parole che, pur essendo a me note, sembrano venire da lontanissimo perché non è la mia cadenza, quella della mia nazione, ma la sua. Essendo vissuta in Liguria mi è, comunque, familiare. Sì, i brasiliani parlano come i liguri. È una lingua così musicale, così sensuale, così dolce e inquietante. Così sua. Sto zitta e lo guardo. O la guardo? Già, tutto ‘sto discorso del cacchio è iniziato da questa vocale equivoca. Eravamo al supermercato e, tra una chiacchiera e l’altra,  gli ho detto di andare pure in cassa a pagarsi la sua spesa, che avevo dimenticato le puntarelle. Lo so. Ogni volta che ci si incontra, di solito al super o nei negozi di via morgantini, ci salutiamo, scherziamo, ridiamo, ci abbracciamo e facciamo casino. La colpa, però, è sempre sua, credimi. È colpa della sua prorompenza.  Io ne farei pure a meno dello show, ma a lui piace scioccare la gente e a me piace aiutarlo, lo ammetto, perché proprio non posso fare a meno del mio animo di sfruculiatrice. La gente inizia a guardarci come se fossimo degli animali extraterrestri messi in gabbia e lui sfodera ancora di più il suo charme mentre le sue mani si muovono in quella maniera così particolare che nemmeno la più femmina delle femmine riuscirebbe a farlo alla stessa maniera. Come lo invidio. Lo invidio perché ti infonde gioia, serenità, allegria, voglia di vivere solo al vederlo. Poi, in realtà non è così, lo so. Non è così perché piange e ride come tutti noi. Penso che qualche volta pianga un po’ di più. Però credo anche che non dipenda da lui. Credo fermamente che sia colpa della mentalità medioevale, ristretta e bigotta della gente che critica e condanna ma poi, alla fine della fiera, non sa una mazza di niente, ha sempre paura di ciò che non si conosce e chissà quanto darebbe per aver fatto quello che ha fatto Marrazzo senza essere scoperti. Mò te lo dico. Se non fosse che è fuori dalle mie preferenze “amatoriali” direi che è proprio un bel figo. Non so cosa direbbe mia mamma se lo invitassi a farsi qualche giorno di vacanza al mare da noi. Sicuramente direbbe che è ‘nu bravo guaglione… Vabbè, lui va alla cassa e io arrivo alla nostra fila quattro persone dopo di lui. Io faccio la fila non superando. Mi dà fastidio farla sporca perché non lo sopporterei dagli altri e lui lo sa. Dopo aver pagato, però, succede che, tanto è sensuale e sexy e simpatico, tanto è tonto e rimbambito e si dimentica di me e del suo sacchetto con i trucchi comprati da Marionnaud e se ne va per la sua, verso l’uscita dell’Esselunga di via Morgantini. Le prime volte mi dicevo che era cretino forte, poi, con il tempo, ho capito. Per essere “troppo” da qualche parte (fisica o mentale) bisogna, per forza, essere svaniti da qualche altra e lui è di uno sbadato che non ci si crede. Tant’è che non ho la prontezza di spirito di chiamarlo per nome e lui si avvia verso l’uscita, a lunghe e sensuali falcate avvolte nei jeans straripanti che si incuneano negli stivali aggressive con il tacco a spillo. Vabbè, mi dico, lo prendo io e glielo porto dopo a casa. Tanto, abita nel palazzo prima del mio. È così che l’ho conosciuto, una sera di qualche anno fa. Si era chiuso la porta dietro per andare a comprare qualcosa in fretta e furia e aveva  dimenticato le chiavi, i soldi e il cellulare in casa. Te l’ho detto che è stonato di brutto. Era estate, era in pantofole e pantaloncini corti e non voleva chiedere ai ragazzi del bar degli egiziani di prestargli il cellulare per chiamare uno dei suoi amici. Così, sono arrivata io..

Vabbè, la commessa se ne accorge e così pure un cliente che, inaspettatamente, prende il sacchetto esita per un po’ di secondi perché sembra non sappia cosa dire e inizia ad urlare, insieme a lei, prima debolmente poi in crescendo: “Signora! Signora! Il sacchetto! Signoraaaa!!!” Lui smette di sculettare, si gira e sia la commessa che il cliente si dicono a voce bassa: “Signora?!” Io sospiro e gli sorrido. Lui si batte la mano in fronte. Marò, che stunàto! Così direbbe mia mamma. La faccia più genuinamente stupita del mondo. Quante volte l’ho vista. Arriva, prende il sacchetto, mi guarda sorridendo e si ferma ad aspettarmi. Nel mentre, passandosi le mano nei lunghi capelli corvini in maniera indecente, fa un colpo di tosse e poi dice con voce calma, serafica, rauca che si può sentire fino al frigorifero dei surgelati, rivolgendosi alla cassiera: “Signora un cazzo… Io sono un uomo!” Ah beh…

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