Vecchie foto

Ha fatto la stessa cosa quando ero in crisi depressiva post-parto, a causa dello scompenso ormonale. Io non conosco la depressione. Non ho mai sofferto di depressione, grazie a Dio, e quando l’ho sperimentata dopo il parto è stato sconvolgente e debilitante in tutti i sensi. Dio, quanto capisco chi ne soffre e quanto vorrei che non esistesse. Nessuno mi poteva aiutare. Nessuno poteva capire. Nessuno vedeva. Nessuno si poneva il dubbio. Ogni giorno mi avvicinavo sempre di più al parapetto del terrazzo con mia figlia in braccio e ogni giorno mi chiedevo sempre di più quanto tempo ci avremmo messo a toccare il marciapiede, io e Laura, se fossimo volate nel vuoto, abbracciate giù dal sesto piano. Di depressione post parto, all’epoca, se ne parlava poco e male e tutti rispondevano sempre: “Ma dai, con una bambina così bella, cosa vuoi essere triste a fare?!”. Stavo così male che non sapevo nemmeno come respirare. Poi arrivò lui.

Lui non mi ha mai chiamata di sua iniziativa, nemmeno quando ero a Londra. Non perché non gliene freghi, bada, ma solo perché non ci è abituato. Lui è taciturno. A lui devi dire poche parole, ma messe bene perché non si possono sprecare le parole. Se gli chiedi aiuto, lui è là. Tu sai che su di lui puoi contare. Magari è un po’ imbranato ad offrirtelo, però te lo offre e si offre. Successe, così che, dopo l’ennesimo pericoloso avvicinamento al parapetto, squillò il telefono. “Ciao Rò, sono Giuseppe, volevo solo sapere come stai.” Piansi. Piansi come non mai. Piansi le lacrime mie, di mia figlia, della mia vita presente e di tutte quelle passate. Piansi e basta. Lui, certo, non se lo ricorderà. Io si. Piansi e il perché non lo so e non lo voglio sapere. Piansi e lui rimase là, per non so quanto tempo, ad ascoltarmi piangere e basta. Non ricordo cosa mi disse, forse nulla o forse cose importanti e la vecchiaia me le ha fatte dimenticare. Fatto sta che, da quel momento in poi, non pensai più al parapetto e non mi sentii più sprofondare nel baratro nero fatto del nulla zeppo di paura e terrore.

Ora l’ha fatto di nuovo. Non mi ha chiamato, ma mi ha inviato delle foto. Non ha nemmeno scritto una riga. L’oggetto dell’email è: “Vecchie foto”. Si vede che le ha fotografate e non scansionate. Foto di me e della mia famiglia. Foto di me e Maria del Mar nel mio appartamento di Londra. La ragazzina con le trecce, alta più di tutti  bimbi fotografati, sono io e stranamente riguardandomi, credimi, mi farei una carezza, tanta è la tenerezza che mi ispira. Foto di mio nonno poco prima che morisse. Foto di noi a Montevergine, da bambini. Foto. Vecchie foto che mi riscaldano il cuore. Si vede che le ha messe assieme per dirmi qualcosa. Forse niente di particolare, forse qualcosa di importante. Fatto sta che io ci ho letto un messaggio che ora mi fa stare molto meglio e che mi fa pensare che, nonostante tutto, io ho una famiglia d’origine stupenda e preziosa e che la famiglia che ho costruito lo è altrettanto perché ci ho messo cuore e anima. Forse, questo mi voleva dire mio fratello, forse no, forse chi lo sa. Una cosa, però, io so: ti voglio un bene infinito, Pè, perché nei miei momenti peggiori, proprio quando penso che non c’è più via di uscita, tu stai sempre là e, consciamente o no, riesci a tirarmi su, a darmi speranza e farmi capire che non è vero che non c’è via d’uscita ma che, in realtà, ho una strada asfaltata proprio sotto i piedi. 🙂

3 pensieri riguardo “Vecchie foto

  1. Mi hai commosssa
    cn qst post

    Un abbraccio e mi raccomando
    corri sempre veloce su qlla strada asfaltata
    sotto i piedi, stai attenta alle buche
    respira forte e via più veloce del vento
    solare sempre cm lo sei nonostante
    i momenti off

    Un abbraccio. Ciao

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  2. la famiglia che vorremmo noi evidentemente non esiste, chiediamo troppo, la perfezione.. ma se guardiamo il bicchiere e lo vediamo mezzo pieno invece che mezzo vuoto, ci rendiamo conto che quel mezzo pieno è fatto di persone meravigliose, di momenti bellissimi, di affetto impagabile.
    un abbraccio anche da me Romala

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