Solitude

Luglio 1979, Arma di Taggia. Ho capito perché scrivo questo blog: per non dimenticare. Le strade sono vuote e la gente sta godendo della siesta post-abbuffata domenicale. E’ un piccolo paesino, Arma, che assomiglia a uno di quelli dei meravigliosi racconti di Gabriel Garçia Marquez; irreale, nella sua normalità di villaggio allungato sulla spiaggia. E’ l’apoteosi delle cose buone e normali e delle cose cattive e nascoste. Un cimitero, un comune, due chiese, un asilo, una scuola elementare, due cinema, qualche bar, una scuola media, un liceo, tanta spiaggia libera, pochi ristoranti, quel tanto che basta di tolleranza nei confronti dei non-liguri, nomi comuni di persone comuni che non sono comuni perché hanno più soldi degli altri, nomi comuni di persone comuni che non sono comuni perché ne hanno meno degli altri. Guardo le parole che scrivo e capisco: tutte anelano a non dimenticare. Tutte sono dirette verso la memoria. A 14 anni urlai in faccia a mia madre che la differenza tra me e lei sarebbe stata la memoria. Io, a differenza di lei, mi sarei ricordata di come ero a quell’età e non mi sarei permessa di fare errori con i miei figli e con la gente che mi amava. Ovviamente, mi mandò a cagare. Non riesco a dormire di pomeriggio. Se lo faccio, dopo, ho sempre mal di testa. Tutta la mia famiglia va in letargo, dopo pranzo. Io, invece, esco e mi arricchisco del silenzio. Adoro la solitudine. Ogni anno, ogni giorno lo stesso percorso. Dalla pizzeria Napoletana (dei miei) fino alla fine della passeggiata, un’accozzaglia di scogli e mare che poi diventerà la Darsena; poi, di nuovo indietro, dal lungomare fermandomi, se possibile, nel mio angolino tra gli scogli a leggere per l’ennesima volta “Cime tempestose”. Arma la attraversi in 20 minuti, se tutto va bene. Il cinema Cerri dà l’ennesimo film di Bud Spencer & Terence Hill, alle 16:00 sarà pieno di ragazzini che fanno casino. Arrivo davanti a villa Boselli e sento una musica lontana. Certi momenti non li dimentichi. Mi guardo intorno e cerco di capire cos’è. Qualche parola… “in my solidude…” mi entra nel cervello. Questa musica, come i topolini del pifferaio magico, mi attira verso di sé. Tutti tendiamo, inesorabilmente, verso il non-oblio. Immagino quella capsula lanciata nello spazio, anni fa, che contiene le canzoni, le immagini, le opere più belle e la storia dell’umanità. Dimmi quello che vuoi, ma è il desiderio di non essere dimenticati ad avercelo fatto fare. Chissà se hanno messo anche lei, in quella capsula. Quel caldo, quell’afa, di allora… La stessa di ora. Una voce di donna, graffiante, triste, ipnotica. E’ così sola, così disperata, così rassegnata. Un filo invisibile. Chiudo gli occhi e mi lascio trasportare verso di lei. Arrivo davanti a una Citroen 2 CV rossa. Ha le portiere aperte e, dalle ruote, cola dell’acqua. Qualcuno la sta lavando. Assurdo, con questo caldo. La musica è devastante, il volume è alto. Con che coraggio, chiunque, osa violare il silenzio di questo paesino che si illude di non aver problemi? Non posso impedirmi di avvicinarmi e osservare chi sta là, affondato nel cruscotto a spolverare. La mia cultura è prevalentemente napoletana e casalingo-pop. Papà insiste a mettere Massimo Ranieri quando serviamo ai tavoli e mamma, di rimando, gli sbatte in faccia qualche Rosanna Fratello che dice di essere una donna, non una santa o una Gigliola Cinguetti che non ha l’età. Ma, si sa, non dura molto questo tipo di canzoni, nelle famiglie patriarcali, proprio a causa delle declamazioni pseudo-femministe. Mi avvicino e la riconosco. Ci sono vite vendute al diavolo, vite sprecate e vite vissute come dovevano essere vissute. Se mi guardo indietro, riconosco di essere stata schifosamente fortunata. Ho vissuto la mia adolescenza nel pieno della generazione che si ribellava riempendosi il sangue di eroina o fumando spinelli in oratorio, durante il catechismo. Sono stata al funerale di ragazzi morti per assunzione di acido muriatico, tra atroci sofferenze, perché i genitori li avevano rinchiusi in casa per fargli passare la voglia e loro pensavano di sopperire all’astinenza bevendo un po’ di quella roba. Qualcuno se n’è andato facendo le gare con la moto giù da Badalucco, verso Arma. Ho visto come si prepara una dose e mai nella vita mi è venuto in mente di farlo per me. Sono stata in mezzo a spacciatori e spacciati e ne sono uscita fuori che meglio non si poteva. Voglio ricordare. Voglio ricordare. Voglio ricordarla nella maniera migliore. Voglio ricordarla che mi sorride. Voglio ricordarla senza i buchi nelle braccia. Voglio ricordarla libera dalla schiavitù dell’alcool. Voglio ricordarla che mi sorride. “Ciao… Non conosco questa musica, chi è?” Non ho paura di chiedere, perché il desiderio di sapere è troppo forte. La vedi? Capelli castani lunghi e ondulati, corpo perfetto, sorriso splendido, truccata giusto quel che basta. E’ ricca di famiglia, una delle più ricche. I jeans le fasciano le gambe lunghe e sinuose. Quanto è bella, Signore. Ma perché le cose belle le fai durare così poco? La musica continua e guardo lo stereo, quasi ad incitarla a rispondermi. Non ho temo da perdere, io, ti conosco. Tu sei pericolosa. Il Tuo sorriso. Non ci credi che ne possa aver avuto il coraggio. Quando cammini per Arma, la gente ti addita e ti parla dietro. Ne hai fatte mai così tante ai tuoi genitori. Ti guardi intorno per vedere se è uno scherzo. Sei più grande di me. Hai fatto cose molto più grandi di me e di te. Capisci che faccio sul serio. “Questa? E’ Billie Holiday. Ti piace?” Sì, mi piace. Mi piace così tanto che la canto ancora adesso, sai? Mi hai dato tante cose, da quel giorno. Me le hai date per poco tempo, ma mi sono rimaste tutte nell’anima. Il jazz è uno di questi. Mi hai educata come il migliore dei mentori. Mi mettevi alla prova con una voce o l’altra. Ho ancora tutte le tue cassette che non voglio mettere nello stereo per paura di romperle. Mi facevi sentire un pezzo di piano o una voce e dovevo dire chi fosse. Ai miei genitori mentivo, per venire a casa tua. Da quel giorno Thelonious, Ella, Billie e tutti gli altri non furono più un mistero. A volte, sai, faccio una cosa cretina. Quando la gente mi parla di jazz, faccio finta di non conoscerlo confondendolo con il blues. Penso che sia perché non ti voglio ricordare, in quei momenti, anche se sono passati 30 anni. Non ti voglio ricordare perché ogni tuo ricordo è prezioso e non lo voglio sprecare. Mi hai dato tanto. Mi hai dato davvero tanto e mi hai risparmiata da tutto il resto. Ancora adesso mi chiedo perché, ma Te ne sono grata.

3 pensieri riguardo “Solitude

  1. La vita è un mistero; nasciamo soli, è vero, ma apparteniamo a una famiglia, a un paese, a una città, a una generazione; ci muoviamo in branchi più o meno numerosi, guidati dal nostro istinto; all’interno dei branchi occupiamo dei posti di comando oppure di retroguardia; stabili o precari; e siamo guidati dalla nostra personalità, da ciò che siamo disposti a dare in termini di tempo, di dedizione, di convinzione e devozione; sono realtà che hanno una propria identità: al loro interno c’è chi è destinato a soccombere e chi invece è destinato a testimoniare; e c’è chi ci crede davvero, chi invece si ferma a metà strada; chi tradisce e chi conduce; forse ha ragione chi dice che ciascuno di noi ha un destino segnato; o forse si chiama Karma, o buona stella; Guccini e Allen Ginsberg hanno cantato a lungo il loro dolore per quei fratelli persi per strada; altri, come Jimi Hendrix, Billie Halliday, Jonis Japlin, Jim Morrison son morti troppo presto; altri ancora sono falsi profeti, o profeti del nulla; non toi faccio neppure i nomi: accendi la radio e li senti; sono in onda da mezzo secolo, anche se non hanno più niente da dire. La vita è un mistero. Ciao Albix

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  2. @ Albix: quanto hai ragione… la vita è davvero un mistero.
    @ Ivy: marò… con il momento che stai passando, forse, non era il caso di leggere ‘sto post… 😦 vabbè… mi rifarò.. 🙂 un abbraccio

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