Le incoerenze del Kamasutra

C’è una cosa che non capisco, tra le tante. D’estate, da qualche anno, di sera trasmettono i film di “Bollywood” che sono, in breve, la versione indiana delle pellicole di Hollywood (più o meno…). A me e Laura piacciono tantissimo. Sono molto carini grazie alla fotografia, alle musiche, ai balli e alle scenografie orientali. Le storie sono molto simili ai film strappalacrime napoletani degli anni ’80 dove Mario Merola & Co si troverebbero a loro agio 🙂 A me, a parte le reminiscenze campane, piacciono perché mi riportano alla mia vita indiana. No, non sono mai stata in India, ma mi ha sempre affascinato. Vesto etnico da sempre e gli incensi e le musiche indiane, per me, non hanno misteri. A un certo punto della mia vita avevo pure deciso di andarci (verso i 18 anni) ma poi, naturalmente, non successe. Già avevo difficoltà a far capire a mio padre che volevo andare a Londra per tre mesi, figurati se gli avessi palesato l’idea di andare a Bombay… Te l’immagini la sua faccia?! Vabbè.. Dio vede e provvede, mai smetterò di dirlo. Andai a Londra, ci rimasi 10 anni e vissi il mio pezzettino di vita sotto il cielo indo-pakistano per alcuni anni, senza muovermi dal suolo inglese, grazie a due persone splendide i cui cognomi, guarda caso, iniziano con la G. Avevo perso il lavoro come chef de rang presso il Ramada Inn di Kensington perché stavano per chiuderlo e, sfiga o fortuna solo Dio lo sa, persi pure l’alloggio presso la famiglia inglese che mi ospitava perché si sarebbe trasferita alle Canarie. Così, da un giorno all’altro, mi trovai letteralmente con il culo a terra, sprofondato nella fredda neve di West Kensington, a chiedermi se sarei morta prima e con meno dolore buttandomi sotto un black cab o un red bus. Prima di farlo, però, decisi di bermi l’ultimo thè inglese ed entrai in un coffee shop. Non so come successe. Il cartello diceva: “Help wanted”. Guardai la signora dietro il banco. Era grassa, alta, truccata e vestita come una delle attrici di quei film. I suoi capelli lunghissimi e neri scivolavano sulle spalle ad ogni suo movimento e i suoi grandi occhi vispi e attenti, racchiusi nel kajal, capirono subito che avevo un bisogno disperato. Non avevo un soldo nemmeno per comprarmi i fazzoletti che avrebbero dovuto asciugare il mio mare di lacrime. Mrs Gill, questo era il suo cognome, e mai la chiamai in altra maniera. Non mi chiese nemmeno se sapessi fare il lavoro. Mi assunse aiutarla nel suo coffee shop di Fulham Road e mi diede un tetto sotto il quale dormire. Mi adottò e mi trattò come una figlia (forse sarebbe stato meglio di no…) per un anno e mezzo. Abitavo con loro e vivevo la loro vita. Tra me e lei ci fu, dall’inizio alla fine, uno spropositato amore-odio che non saprò mai spiegare. Sorrideva in maniera così materna che non avrei mai immaginato cosa mi avrebbe fatto fare come prima cosa. O, forse, ero così abituata bene al Ramada Inn dove, praticamente, comandavo perché ero la coccola degli altri chef, che pensavo che il mondo andasse sempre e solo così.. Non so, la sensazione che ebbi era di essere atterrata in un racconto di Dickens. Ad ogni modo, mi sorrise bonariamente, mi accompagnò dietro la cucina dandomi pacche sulle spalle e ripetendo come il serpente incantatore del libro della giungla: “Gut gherl Rrossa! Gut gherl! Nau iù pil onnionz ok? Onnionz, ok? Dìs onnionz iù pil for ttis ivnin, ok Rrossa?” Non sono mai riuscita a farle capire che esisteva pure la “S” dolce… Mi scaricò davanti un sacco di juta da 50 chili di “onnionz” rosse come il più rosso dei tramonti sul Gange e mi mise in mano un coltellaccio che più volte, nei mesi a venire e durante i momenti peggiori (che furono pochi ma intensi, lo ammetto) avrei voluto affondare nel suo grasso sedere avvolto dal sari variopinto e luccicante. Lavoravo con lei dalle 5 di mattina alle 5 di sera. Ah, se mai mi fossi preoccupata delle lacrime che piangevo prima di essere assunta da lei, beh, da allora in poi potei dare una spiegazione fisiologica a quelle che le seguirono. Pelavo cipolle dalla mattina alla sera, quando non c’era gente o da pulire la cucina. Cucinavo l’English breakfast per gli operai del mercato di Fulham road e non sai quante volte mi è venuto da schiantarle la paletta della griglia in testa quando diceva che i green tomatoes non dovevano diventare neri ma “svuitly redd, Rrossa, svuitly redd, Rrossa!” Ma come si fa, dico io, a far diventare i pomodori verdi alla griglia “dolcemente rossi?!” non avevo mica il dono della maturazione dei pomodori tramite la grigliatura?! Marò… Materna, sì, ma uno stakanovista le avrebbe fatto mille e più pippe al minuto, a Mrs. Gill, credimi. La verità? Mrs Gill e la sua famiglia furono la cosa più bella che mi potesse capitare in quel periodo. Avevo bisogno di una famiglia. Mi coccolò, mi rimproverò, mi fece scoprire le gioie e i dolori (con i suoi coprifuochi alle 10 di sera a 23 anni!!) condividendo con me la sua vita familiare indiana in una società che solo da pochi anni aveva iniziato ad accettare il fio della colonizzazione. Mi diede una camera bellissima, arredata come nelle favole e tutta mia nel sottotetto di casa sua. Mi insegnò a cucinare il curry e a capire chi avevo davanti dipendentemente dal tipo di curry che sceglievano. A me piaceva la keema (una sugosissima e gustosa carne trita con piselli e carote) e mai l’avrei mangiata con il riso, ma solo con le naan e quando glielo dissi mi diede uno scapaccione ridendo e dicendo: “See Rrossa?! Iù are indian and iù dddon’t know it! Iù cam fromm a loong way. Iù are an old indian soul..” Sarà ma a me piaceva solo perché adoro il piccante e mangiare con le mani; così le risposi e così mi beccai un altro scapaccione. Io e sua figlia Shazia che aveva la mia età vivemmo una complicità che mai avevo condiviso con le mie sorelle. Ridevamo assieme e guardavamo sognanti le cassette dei film indiani e pakistani in lingua originale e dei quali lei cercava di farmi la traduzione simultanea senza riuscirvi perché ci perdevamo i pezzi; non sai le risate. L’unica volta che piangemmo assieme fu l’ultima volta che vidi lei e la sua famiglia. Mr Gill faceva finta di comandare ma, fisicamente, era un terzo della moglie e moralmente un uomo taciturno che apriva bocca solo per dire cose sagge e, credimi, lo erano davvero. Attraverso i suoi occhiali, spessi più di un fondo di bottiglia, osservava il mondo e mi insegnò a fare il vero thè inglese passando prima da quello indiano che, per me, aveva un sapore orrendo con quel grasso che chiamavano ghee invece del latte. La ragione per la quale me ne andai fu che Mr Gill non disse la cosa più importante nel momento più importante di sua figlia. Sono sicura che avrebbe cambiato il suo destino. Mrs Gill aveva deciso che Shazia si sarebbe dovuta sposare con un suo lontano cugino pakistano che si sarebbe trasferito da lì a poco a Londra. I signori Gill non sapevano che Shazia amava, da lontano e contraccambiata (perché certe cose si capiscono anche senza dirsele) un avventore del coffee shop. Le lacrime condivise, sai, sono una cosa strana. Shazia piangeva all’idea del matrimonio forzato. Io piangevo per lei e per me che amore non avevo ancora trovato. Cercai di far capire a Mrs Gill che forse doveva iniziare a pensarla in maniera diversa. Cercai di far capire a Mr Gill che forse c’era qualcun altro nella vita di Shazia. Lui capì e concordò con me, ma stette zitto. Mrs Gill non volle guardare oltre i suoi principi e le sue tradizioni, troppo presa dai preparativi e dagli accordi pre-matrimoniali. Il cugino arrivò e, lo ammetto, era un bel ragazzo bravo, gentile e affettuoso, ma non servì a nulla. Per metterla all’inglese: “The Heart knows reasons that the Reason does not know”, vero? Beh, ti dirò che le provai tutte. Istigai perfino Shazia alla fuga. Poi, alla fine, mi arresi. Mi arresi perché potevo arrivare fino a un certo punto. Mi arresi perché non si può essere troppo presuntuosi e combattere contro certi principi, per quanto sbagliati si possano ritenere; è una questione di rispetto. Mi arresi, ma non riuscii a sopportare la pena di vederla legarsi a un uomo che non amava. La mia cara e dolce Shazia. Non dimenticherò mai i suoi occhi bellissimi e tristi. I suoi abbracci e le sue risate profumati di incenso in quella soffitta bellissima permeata dal curry saranno sempre nel mio cuore. Cercai un altro lavoro e lo trovai. Shazia capì le mie ragioni. Mrs Gill no. Si incazzò come una iena e mi disse che ero un’ingrata. Forse lo ero, forse no, le risposi, ma almeno io avevo la possibilità di scegliere. Silenzio. Da allora non mi parlò più. Ho una foto, nei miei album di Londra. La foto di un matrimonio pakistano in una Town Hall di Londra. Io non c’ero. Me la mandò Shazia. Lo sguardo tristissimo dei suoi stupendi occhi, ogni volta che la guardo, mi fa mancare un battito al cuore. Ho una foto e ho un anello. Ho un anello d’oro che rappresenta il numero 8, l’infinito. Un anello che una ragazza pakistana donò a una ragazza italiana, una sera d’estate, pochi minuti prima di dirsi addio per sempre; un anello d’oro che infilò al suo dito dicendo: “Sisters forever, Rosa”.

Oh… Quasi quasi dimenticavo perché avevo iniziato a scrivere questo post… Mi chiedo, ma perché una società come quella indiana, che ha inventato il Kamasutra, la gioia di vivere e la compassione, continua a fare questi film dove MAI e sottolineo MAI gli attori si baciano?! È una roba che non capisco e che mi fa girare le palle perché sono così belli che gli manca solo il bacio finale per renderli stupendi; te ne consiglio due: Senza zucchero e La moglie dell’imperatore. Ecco, io non dico che vorrei vedere le scene di nove settimane e mezzo ma, che cavolo, un bacio finale, casto, alla Humphrey Bogart e Ingrid Bergman potrebbe anche andare bene, no? Ho cercato su internet la ragione di questa cosa. Forse, ci fosse qua Shazia, me lo saprebbe dire. Su internet, le spiegazioni sono molteplici, dicono. Per me ce n’è solo una: a volte, la gente decide di fare cose assurde e deleterie pur sapendo che tali sono e non ha il coraggio di cambiarle, se non per sé stessi almeno per chi verrà dopo. Vabbè, spero solo di non essere come loro; almeno non troppo spesso…

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