… and here’s why…

9 marzo 2012 – Lo so che sei arrabbiata con me; lo sento. Lo sento dentro e fuori di me. Ti guardo e mi vien da piangere. Ti tocco e sento la tua freddezza. Se tu sapessi, amata mia… Se tu sapessi… Ma tu lo sai… Sì, tu lo sai. Stamattina mi hai fatto piangere senza fare nulla. Tu non hai mai fatto nulla. Sei sempre stata là, ad accogliermi, coccolarmi, riscaldarmi il cuore e l’anima, proteggermi e consolarmi. Come ho potuto, davvero, come ho potuto? Tu lo sai… Sì, tu lo sai. Altro non potevo fare, ormai, davvero, credimi. Era impossibile andare avanti… Ma come farò a dimenticarti?  Ogni tua stanza, ogni tuo angolo è stato parte di me per 15 anni. 15 lunghi, dolorosi, felici, incompresi, desiderati, inaspettati, allegri, sorprendenti anni. Chi può capire? Chi mi può capire? Chi può condividere con me il dolore e la tristezza dell’abbandonarti; del lasciarti a qualcun altro che non abbia i miei occhi, le mie mani, il mio profumo, la mia cura per te? Chi può condividere quest’angoscia che mi appesantisce il cuore? Ma chissenefrega, poi, se c’è qualcuno che la condivide? L’empatia, sai, a volte fa molto comodo. 7 lettere dietro le quali ci si può nascondere per far finta di niente e non impegnarsi troppo con discorsi profondi… A volte, mi dà fastidio, l’empatia… Troppo comoda. Mia e quella degli altri. Dire: “ti capisco” non mi fa stare meglio, anzi, se lo vuoi sapere, mi fa stare di merda pensare che c’è qualcun altro che ha provato quello che sto provando io. Home is where your heart is… so goes the saying… Il mio cuore, dolcissima, per ora è incatenato agli infissi delle tue bianche finestre, ai muri delle tue camere, al parapetto del tuo terrazzo, a quelle porte scalcagnate degli anni ’60 e alla tanto odiata doccia del bagno rifatto a nuovo, ma non per me. Amata, ricercata, voluta, accogliente, curata, desiderata: questo, tu sei stata lo sai? Per una come me, che non aveva mai vissuto così tanto a lungo in una casa, sei stata il miglior rifugio del cuore e dell’anima. Mamma mi ha sempre chiamata zingara perché mai stavo ferma; mai restavo abbastanza nello stesso posto. Forse sapevo già perché. Prima di te, nessuna era riuscita a tenermi stretta a sè per così tanto tempo. In te ho riflesso il mio amore per l’amore, la mia gioia di vivere, i momenti di sclera dove mettevo al massimo la musica sudamericana o irlandese e ballavo da sola per sfogarmi o solo per la gioia di sentire i miei piedi scalzi sui tuoi pavimenti e le tue pareti vibrare della mia musica. A te ho rivolto le mie ambizioni, le mie gioie e i miei dolori. Ti ho vezzeggiata, coccolata, amata, curata al meglio che potevo. Ogni attimo, ogni ora, ogni giorno con te era devoluto allo stare bene assieme, io e te. Ti arredavo e ti riempivo di cose belle, calde ed accoglienti. Ti pulivo, ti lucidavo, ti curavo… così come tu curavi me. Chi ci pensa mai a quelle come te? Chi? Vi diamo tutte per scontate… Le tue pareti vuote. I chiodi dei quadri che ho appeso. Le ombre delle mensole sulle quali ho posato i miei libri. Dio, quanto ho pianto, stamattina, mentre appoggiavo le guance alle tue fredde pareti. Ti parlavo e singhiozzavo pensando che il sesto piano, davvero, è diverso dal secondo. Non hai più il mio odore, lo sai? Sono entrata con timore, stamattina e già non profumavi più di me, della mia famiglia, di Laura, di noi. Già non eri più nostra. Avevi un odore di casa che aspetta qualcun altro… non più noi. Ho pianto ed ho baciato l’intonaco freddo, non mi vergogno a dirlo.  ‘Fanculo chi mi prenderà in giro. Nessuno può capire questo dolore immenso. Nessuno può sapere cosa vuol dire traslocare 33 volte nella propria vita e non restare in una casa per più di 5 anni al massimo e poi, trovare te… 15 anni, sai, sono una vita intera… Una vita intera di qualcuno e di nessuno. E a nessuno, pensavo, gliene frega un’emerita mazza di te. A nessuno. Marco e Laura sembrano non essere toccati da questo “passaggio”. Sembravano scocciati dal mio continuo richiedere il loro aiuto a portare i mobili da una parte all’altra. Lui bestemmiava, lei sospirava. Lui non si faceva trovare, lei arrivava in ritardo. Tu stavi là, inerme, mentre io ti spogliavo delle nostre vite assieme. Io? Io sono in mezzo e, mentre snocciolo le chiavi del solaio, della cassetta della posta, della porta blindata, del portone, del garage, dal mio portachiavi napoletano con il cornetto e il gobbo (ad ogni chiave tolta, un fiume di lacrime le accompagna…) penso che in questa vita la mia missione sarà di imparare a “lasciar andare”. Imparare ad accettare con gioia i cambiamenti… E più ci penso più piango e più piango più mi dico che mi sa che devo fare almeno altre tre vite su ‘sto maledetto pianeta prima di impararle bene, ‘ste due lezioni perché, almeno in questa, proprio non l’ho capite… Crollo… Crollo per terra..

E sono qua… a guardare la tv che non c’è più. Sono per terra, in mezzo a quello che due mesi fa era il mio adorato, accogliente, caldo, arredato, salotto con le centinaia di libri, l’aroma di cannella, arancio amaro e mela che si stendevano oziosamente fuori dal bruciatore per arrivare sotto le mie narici e farmi sospirare di piacere mentre chiacchieravo al telefono con Elsa o guardavo la tv o leggevo un libro… Mi sento come quando, da ragazzina, stavo imbambolata a guardare per ore la tv che aveva solo due canali e (ricordi?) per mesi e mesi trasmettevano su un ipotetico 3° canale sempre la stessa scena: due signore che si accomodano su un divano, provano dei foulards (che stronzata, provare dei foulards…) e chiacchierano del più e del meno mentre una voce fuori campo, a intervalli regolari, dice “prove tecniche di trasmissione”. Ci sto provando, credimi, ci sto provando a non pensare a te, a non parcheggiare sotto di te, a non prendere le tue chiavi, a non entrare e cercare i tuoi angoli. Ci sto provando mentre sono qua, seduta sul freddo pavimento e aspetto l’amministratore che verrà a prendersi i tre mazzi di chiavi della tua porta che, ho fatto il conto, sai… ho aperto e chiuso almeno 10,950 volte, se conti due volte al giorno. Quella porta il cui pannello esterno ho danneggiato irreparabilmente togliendo la targhetta di ceramica sulla quale avevo dipinto il mio cognome e quello di Marco, illudendomi che là saremmo rimasti per sempre, uniti e vicini, io, lui e Laura per sempre… per sempre… Nothing is for ever…

Sai la cosa più assurda? E questa è proprio una cosa surreale, credimi. Esattamente un anno fa, Marco lasciava questa casa. Esattamente un anno fa lui ti ha lasciata. Manco l’avessi fatto apposta, mi dicevo. Manco l’avessi pensato davvero, di far passare un anno. Da sola non riuscivo a mantenerti, lo sai… Un anno fa, il dolore della separazione da lui, per quanto da me decisa, troppo dolorosa comunque. Un anno dopo, la separazione da te; un altro tipo di dolore, per una come me che è così appiccicata al suo angolo, al suo rifugio, al suo nido accogliente, ma sempre un dolore assurdo.

Come farò senza le mie rondini? Come farò senza il tuo terrazzo? Come farò senza i tuoi cigolii? Senza le scritte negli zoccoletti che faceva Laura come i carcerati di San Vittore? Come farò senza i tuoi tramonti e le tue albe? E gli sguardi complici tra me e la dirimpettaia che smise di mettere le luci di Natale sul balcone l’anno che morì il marito? Come farò senza di te? In quella cameretta ci ho portato Laura appena nata e là è rimasta fino a 10 giorni fa. In quella camera da letto, forse, l’ho concepita e ho amato e pianto e litigato. In quella cucina ho imparato a cucinare coreano. In quel salotto ho ospitato centinaia di amici e decine di feste. Su quel terrazzo ho trascorso attimi bellissimi con gli amici durante le cene estive o in compagnia delle mie piante, del tramonto e delle stelle cadenti che, forse, solo dal sesto piano, si possono vedere… In quel corridoio ho appeso i quadri dipinti da me e i disegni di Laura. Sul balcone della cucina mi nascondevo ad osservare le rondini che gioivano ogni mattina e ogni sera… Quel bagno ha accolto le risate di una neonata alla quale facevo le bolle sotto le gambine, con la cannuccia, mentre le facevo il bagno nel lavandino grosso come un canotto; quel bagno ha accolto anche le urla di una madre che sgridava la figlia adolescente, che troppo tempo stava sotto la doccia. Dio, che dolore… che dolore…

Ora basta… Ora ti devo lasciar andare. Ora basta… Basta farsi del male. Ti prego, perdonami. Mai ti avrei lasciata se avessi potuto non farlo, credimi. Se ti auguro ogni bene? No, a te non posso augurare del bene. Non posso perché tu sei il bene e io SO. IO SO che chi varcherà la tua soglia potrà soltanto innamorarsi di te, così come ho imparato ad amarti io, nonostante tutto… Il mio augurio è che le tue pareti, le tue camere, il tuo terrazzo e il tuo balcone non restino spogli per troppo tempo perché ciò che mi hai dato è prezioso e c’è troppa gente, troppe famiglie, troppe anime che aspettano di trovare l’AMORE che tu sai dare stando semplicemente LA’.

12 pensieri riguardo “… and here’s why…

  1. Buona Domenica Romala
    Mi chiedi
    Lo hai scritto sopa
    Forse il bisogno di tenerezza che pochi danno.
    Amare non è una cosa facile ma io ce la metto tutta. Una favilla di energia che cerca sogni mai assopiti ne dimenticati.
    Spero che i tuoi si concretizzino.
    Uno grande per me si è realizzato

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  2. hai scritto quasi un’Ode a questa casa ma è così evidente tutto il bene e l’affetto che vi hai profuso ed è come lasciare lì una parte del tuo cuore….

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  3. Rusinè, aspetta un po’. La musica che fa da colonna sonora del video è struggente e per un attimo son partita anche io per la tangente perchè mi hai fatto ricordare la mia casa di bambina. Immagina’ora quel video accompagnato da una musica piu’ leggera e spensierata. Perchè a volte dovremmo essere proprio cosi’, leggeri. Lasciare andare le cose e le persone e accogliere i cambiamenti con entusiasmo. Alla fine nulla ci appartiene se non il presente:-)

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    1. Oh, Cleide, se tu sapessi quanto ci ho pensato su, alle tue parole e, alla fine, hai ragione, nulla ci appartiene, se non il presente… La devo proprio imparare ‘sta lezione del lasciar andare… altrimenti, quando se ne andrà Laura, sarà n’altra tragedia e proprio non ne ho voglia… :-/

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  4. Capisco, nella mia vita ho viaggiato e sostato, per anni, in diversi luoghi. La mia fortuna è stata che ogni volta che ho cambiato è stato in meglio e anche se i ricordi sono stati belli li ho quasi dimenticati perchè vissuti da altri bei ricordi.
    Tu, evidentemente, sei stata cosi bene che hai lasciato li quel pezzo di cuore che ora dentro di te c’è uno spazio vuoto incolmabile.

    Spero che la tua dimensione si abitui in quest’altra avventura che ti appresti a vivere.

    Un abbraccio.

    🙂

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    1. sono d’accordo con te, Re… ogni cambiamento dovrebbe essere sempre per il meglio e, per molti versi, questo trasloco lo è stato ma… sempre male fa, nonostante tutto. sono una sentimentale, che ci vuoi fare? 😉

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  5. Bellissima questa ode. Non è un semplice post, ma può essere un addio a un luogo, a una casa. Non sono solo muri, pareti, ma si lascia un pezzo di cuore, e tantissimi ricordi. E poi a distanza di anni, si passa di lì e si dice “abitavo lì tanti anni fa…”. Un caro saluto

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  6. Un addio struggente e non frettoloso.
    Il mio lo è stato incoscimente.
    Mi sono voltato a guardare la mia cameretta da scapolo e via per l’avventura più grande.
    Matrimonio e tutto nuovo.
    Adesso a distanza di anni ripercorro quelle stanze piene di tanti ricordi.
    Non mai pensato di dire addio sono stato più freddo,irriconoscente.
    Grande dimostrazione di sensibilità, complimenti Rosa.

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    1. No, hai ragione Andrea, per niente frettoloso. Forse perché è così difficile che, se anche si facesse in fretta, sarebbe davvero molto, molto più doloroso. un caro saluto.

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