Sapessi com’è strano sentirsi separati a Milano…

Memo Remigi era uno dei miei idoli, da ragazzina. La sai quella canzone dove lui canta con Topo Gigio? Eccola… http://www.youtube.com/watch?v=n8tHEIde7-4  Memo cantava: “Tu, tu, tu che tipo di topo sei?” e il topo rispondeva: “Perché me lo domandi questi son fatti miei, ma lascia che ti dica cosa penso di te, che i tipi del tuo tipo, sono i tipi che fanno per me…” Spesso mi ritrovo a cantarla “smanettando” le parole e, così, invece di dire fatti, dico caxxi oppure invece di topo dico “scemo”… Insomma, ‘na roba così… Che, fino a qua, ti verrebbe da ridere e pensare che so’ cretina (e non saresti lontano dalla verità). Però stamattina, tutto mi veniva, meno che da ridere. Così, è successo che mi è venuta in mente la canzone di Remigi degli innamorati e l’ho automaticamente stravolta. Che uno, sai, ci può essere pure abituato a un pensiero che ha creato proprio lui, di suo, ma, quando questo pensiero si materializza, marò… fa proprio male. Oggi dovevo andare in tribunale per la mia sentenza di separazione. Non mi volevo svegliare. Non mi volevo alzare dal letto. Lo so perché. Sono arrivata in tribunale perfino dopo Marco (ed è tutto dire…), ma in tempo per il nostro appuntamento: ore 09:40, sesto piano, stanza 52 del tribunale di Milano. E’ dura, sai, fare una cosa che hai voluto tu e nella quale credi con tutta te stessa ma che, sempre con tutto il cuore e l’anima tuoi, non vorresti fare perché segna un passaggio dolorosissimo; un momento che non può più tornare, bello o brutto che sia. Ci credevo così tanto in questo matrimonio, sai, che forse, quando si è volatilizzato nel cielo di marzo, come una leggera e impalpabile carta velina bruciata improvvisamente e incautamente da un bambino che non doveva usare i fiammiferi, forse non mi ci sono voluta tanto concentrare, sul suo sfarfallìo, proprio perché lo allontanava sempre di più da me, per sempre, senza che io potessi farci più nulla. E tu lo sai che io odio non poterci più fare nulla… Sempre e per qualsiasi cosa. A me la Ventura, mi fa una doppia pippa con il suo “Crederci sempre, arrendersi mai”.  Vabbè, non so se fosse perché lui è un incosciente o perché non gliene frega niente o, magari che è bravo quanto me a far finta di niente, fatto sta che sembrava più sereno. A me ha fatto strano; uno strano compiaciuta, direi; non so se mi capisci. Era come se avessi la prova vivente che il dolore che avevo passato e fatto passare, era valso a qualcosa. L’ho visto bene e sono contenta per lui, davvero. Sempre il solito criticone, però: il traffico, lo scanner corporeo all’entrata del tribunale che sembrava di essere all’entrata del Pentagono, l’ascensore pieno, il casino e la confusione per arrivare… Eravamo i quarti in lista e siamo stati i primi ad arrivare. Sai cosa mi ricorderò di oggi? Il buco. Un buco enorme ed incolmabile che parte dal mio cuore per arrivare fino in fondo all’anima, fagocitando tutto quanto si trovi intorno a lui, proprio come un buco nero. Quando ho chiesto, all’entrata, dove si trovasse il nostro giudice, il signore anziano nella guardiola ha detto: “Ah, sì, il piano delle separazioni….” Ecco che fa male e che si allarga sempre di più, ‘sto buco… Fa proprio male. Quando siamo arrivati, sulla porta 52 c’era un foglio con la lista delle coppie “del giorno” che si separavano. Noi eravamo la quarta. Mi è entrato un missile terra-terra, in quel buco, quando ho letto: “Rosa Parrella contro Marco Trimigno”. Mi è venuto male al cuore. Mi sono proprio vista, come Calimero, piccolo e nero che nessuno vuole e tutti criticano. Volevo urlare e dire: “Ma io non sono contro Marco Trimigno! Io non sono contro Marco Trimigno! Io l’ho fatto PER Marco Trimigno! Io non ce la facevo più…” Ma tanto nessuno avrebbe capito una mazza… Tutti erano impegnati nei loro “contro”. Mi sono guardata intorno e ho visto decine di coppie come noi. Gente di tutti i tipi, sai? E sai cosa ho notato? Ogni donna, ogni sacrosanta donna su quel piano, stamattina, aveva qualcosa di viola addosso, proprio come me. Tutte praticamente vestite di nero e viola. Come gli abiti liturgici dei funerali cattolici… Assurdo, non credi? Freud ne fa di cose strane alla gente. Gli uomini, invece, sembravano aver indossato il vestito della domenica. Una coppia che aveva l’appuntamento nella nostra stessa stanza era palesemente in crisi e non si parlava. C’era un avvocato che faceva da tramite ai due. Lei zitta e malmostosa guardava il marito in una maniera davvero orribile. Lui, porello, mi ha fatto una pena assurda. Sembrava chiedere con gli occhi: “Ma che ti ho fatto?” ed era così tanto più giovane di lei. Io e Marco ci siamo guardati senza dire nulla e abbiamo iniziato a parlare di mia suocera… E vabbè, ci sono cose che non cambieranno mai. A un certo punto l’avvocato dei due che non si parlavano ci ha chiesto se gli potevamo lasciare il posto visto che anche loro avevano l’appuntamento alle 9:40 (mica l’ho capita io ‘sta cosa…). Io ho guardato Marco con aria stranita pensando che non eravamo mica in fila al supermercato, lui me con aria assente, un po’ da ebete. L’avvocato, allora, ha incalzato, per farci capire che non ci sarebbe voluto tanto tempo: “Vabbè, ma tanto lo sapete come funziona, no?” è stato in quel momento che Marco ha risposto: “Beh, guardi, mica tanto. E’ la prima volta che mi separo e, onestamente, non credo che mi succederà più perché il prossimo che mi parla di matrimonio, lo brucio.” L’ho guardato esterrefatta e poi sono scoppiata a ridere che quasi non mi tenevo la pancia. Marco mi ha seguita e l’avvocato, dopo essere arrossito, s’è unito a noi in quella risata che, nello squallido e freddo corridoio del sesto piano del tribunale di Milano, è rimbombata fino alla cancelleria. Poi? Poi siamo entrati. La giudice ci ha letto quello che avevo scritto mesi fa e poi ci ha fatto firmare. Al ritorno, Marco mi ha voluto dare un passaggio in moto, in ufficio. Gentile… Il buco si è espanso mentre lui passava davanti al Comune, in Via Larga. Là ci siamo fatti la promessa di matrimonio. Quanto giovani, fiduciosi e ciechi eravamo, 16 anni fa; e via, una lacrima nascosta, mentre lui frena e impreca contro un camion bianco senza accorgersi di niente… forse. Poi, di nuovo, giù per il centro. Se giro la testa a destra vedo il Duomo, dove siamo andati a vedere Ron (il nostro primo concerto). All’inizio, è tutta musica… Poi, solo urla e disperazione. Sono stata felice, sai, quando ha iniziato a perdersi per le stradine strette con i sanpietrini che vibravano contro le ruote della moto e che mi facevano sbattere il cervello contro la scatola cranica. Strade che non conosco. Strade che non posso collegare a noi due. Lui si perde sempre. Mai avuto il senso dell’orientamento, perfino nella sua città. E allora lo vedo andare, come un moscerino impazzito, in tondo o zigzagando, tra le stradine nascoste e buie alla ricerca di una scorciatoia inesistente; sempre stato così. Una volta mi sarei incazzata come una iena e lo avrei insultato fiondandomi giù dalla moto. Ora? Ora inizio a bearmi dei portoni antichi, dei monumenti di questa splendida città che non conosco, del gas dei tubi di scappamento che mi inebria e mi stordisce. Ne ho bisogno. Mi rilasso e me ne frega poco del freddo e della pioggia incombente che ancora non ha rotto le nuvole. Troppo. Mi son lasciata andare troppo perché, tutto ad un tratto, ci ritroviamo là. Il colpo di grazia me l’hanno dato i Navigli. Non te ne sei accorto, grazie a Dio. Di sicuro non te ne sei accorto. La prima rosa rossa me la comprasti sul bar-barcone di questo naviglio. Quante rose rosse m’hai regalato, Marco? Non lo sai. Quando hai smesso di regalarmele? Non lo so. So solo che il buco mi ha mangiata tutta e non esisto più. Che, forse, sto rinascendo o forse sono morta e basta. Niente lacrime, Parrella. Stàtt ferma. Lungo respiro e serra i denti. Sì tosta, te lo dice sempre tua madre, sì tosta. Stai ferma. Arriviamo sotto il mio ufficio e scappo salutandolo velocemente, mentre le prime gocce iniziano a ballare sui tetti delle auto. E ora? Non lo so. Non so niente. So solo che va bene così. Che siamo stati capaci di ridere della nostra separazione. Che siamo stati sereni e non ci siamo insultati o non parlati. Va bene così, anche se mi sembrava di essere nel Ghetto di Varsavia o in un film strano dove tutti vanno, come degli automi, verso la stessa meta che li distruggerà. Va bene così. Il buco, magari, dopo essersi mangiato dentro e fuori di me, si mangerà anche questa persistente sensazione di fallimento che mi porto dietro da anni, come un bambino che trascina il suo carretto rosso luccicante pieno di cose pesanti che non sa dove mettere. Lo farà davvero? Riuscirà a scomparire questa sensazione di immenso vuoto? Lo spero davvero perché fa male. Marò, se fa male.

6 pensieri riguardo “Sapessi com’è strano sentirsi separati a Milano…

  1. Non ripensare a nulla se non alle cose positive che questo matrimonio ti ha lasciato. E se hai desiderio di una nuova relazione, siediti e ragiona, e per il futuro pensa in modo concreto e pratico. Uomini c’è ne sono a bizzeffe, ma veri uomini c’è ne sono pochi. (naturalmente dipende anche dall’offerta:)

    Da me si dice "in culo alla balena" (come porta fortuna)

    E tu risponderai "speriamo che non cachi"

    😀 😀

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  2. “sapessi com’è strano sentirsi innamorati a Milano”…..me la ricordo questa canzone che però è intrisa da un velo di malinconia…

    Le aule di un Tribunale danno sempre un brutto effetto a prescindere dalla Città…

    ora sei ufficialmente separata ma è umano che in te ci siano stati una valanga di pensieri ed emozioni.

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  3. Penso a quel buco nero, non lo lasciare sprofondare nel gelo il calore dell’amore può riempirlo di nuovi affetti di vita serena e felice. Non cancellare tutto di proposito ma sulla lavagna via, via che passi la spugna scrivi nuove esperienze di vita felice e momenti che restituiscono gioia e voglia di vivere.
    Piove e nebbiolina pare sembri Milano ….speriamo che il maestrale porti ancora sogni da realizzare…

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    1. Che dire? Su un post così femminile e intimo, tre uomini mi hanno conforto… La vita è davvero strana. Tre uomini diversi tra loro accomunati da una sola cosa: quello che scrivo. Sapete una cosa? Siete grandi. Davvero. Avete commentato e mi avete “sollevata”… Grandi, semplicemente grandi. Grazie di esserci… 🙂

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  4. Molto toccante questo tuo scritto, Rosa, mi ha commosso.
    C’è tenerezza, ironia e sottile malinconia.
    Le sensazioni che hai descritto le ho provate anch’io. In più io ho la sindrome dell’abbandono e lascio per sempre un po’ di cuore in tutte le storie importanti che ho vissuto.
    Passerà, Rosa, e tu sei "tosta".

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    1. Spero davvero che passi, Cesare, perchè il dolore, nascosto tra le pieghe e i minuti di ogni giorno, sembra essere un parte inscindibile da me, nonostante le battute e le risate e le gioie passeggere. Della sindrome dell’abbandono, purtroppo, ne soffro anche io ed è straziante, in qualunque ruolo ci si ritrovi. Vabbè, andiamo avanti, và… altro non possiamo fare. Un forte abbraccio! 🙂

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