La mia crisi

Io pensavo di avercela fatta. Pensavo di averla scampata. Onestamente, io pensavo che la crisi non avrebbe intaccato il mio ufficio. L’editoria medico-scientifica era riuscita, di riffa o di raffa, a farcela e, così, anche la mia azienda. Poi, l’anno scorso, ci hanno venduto a degli investitori perché eravamo il ramo più profittevole. Come quando stai perdendo a Monopoli e, avendo bisogno di cash, vendi Vicolo dei Giardini e tutte le altre proprietà viola e rosse che valgono di più. Investitori. “E’ cosa buona e giusta” ci hanno detto. “State sereni e lavorate come al solito. Nessun problema.” E noi abbiamo lavorato sodo, al meglio delle nostre capacità. I risultati, però, sono stati meno soddisfacenti di quanto ci si aspettasse. E così…

Al quarto anno di ragionerie, prima dell’ora di religione, che era tenuta da un domenicano settantenne cazzuto, incazzoso e grandioso di nome Padre Marco feci una cosa che mi costò l’espulsione dalla classe per due giorni. Padre Marco, entrando, non ci salutava nemmeno. Si dirigeva verso la cattedra dove non si sedeva ma, con tutto un cerimoniale imponente e silenzioso, al quale dovevamo aderire stando zitti pure noi, si metteva dietro la sedia in piedi, univa i palmi delle mani facendo un respiro rumoroso e, alzando lo sguardo in alto con aria ascetica, verso il  crocefisso che stava appeso proprio là, sopra di lui, intonava con noi l’Ave Maria seguita, poi, dal Padre Nostro e, occasionalmente da un “Parrella, guarda che ho gli occhi pure di dietro!!” riferendosi al mio segno eloquente e altrettanto silenzioso di “che palle”. 🙂 Beh, una volta, ricordo ancora che religione ce l’avevamo di Mercoledì, lui arrivò, si posizionò davanti al muro, alzò lo sguardo a mani giunte verso il crocefisso sotto il quale, quel giorno, c’era un cartello che riportava “Fermate il mondo, voglio scendere!!!” con tanto di firma: Cristo e incominciò a sputare sangue dal respiro che gli si era fermato in gola e per la rabbia. Quel giorno lui scoprì di avere la tisi e io, invece, di essere una gran pirla, qualche volta.

Non so perché mi sia venuto in mente lui. So che stavo pensando che qualcuno ha definito “choosy” i giovani che non hanno alcun futuro e, per colpa nostra, non capiscono di politica, di investimenti e di lavoro vero. So che stavo parlando con Laura che, vedendomi piangere, ha detto “mamma, io davvero me ne vado via non appena possibile da questo paese di merda. Che non si trova lavoro nemmeno a pagarlo e che la gente che lavora bene assieme da anni si deve separare, come te e i tuoi colleghi. Io non voglio soffrire. Io me ne voglio andare a stare meglio.” Ecco, mi è venuto in mente Padre Marco e il crocifisso che voleva scendere dal mondo. Io pensavo di avercela fatta. Io pensavo che non ci avrebbe toccati. Io li vorrei trovare, sai, quei figli di puttana (perché uno da solo non riesce a scatenare tutto ‘sto casino) che ha originato la crisi e tutto il resto. Se gli farei del male? Certo. Lo sbranerei lentamente. Quando il mio capo ci ha fatti sedere tutti in sala riunioni, non è stato bello. Qualcuno faceva qualche battuta. Io no. Poi lei ha iniziato a parlare. Qualche preambolo e, poi, la mannaia è caduta. Tante volte, nei film, ho visto gli attori che si mettono la mano al cuore per esprimere sgomento. Io l’ho messa, la mano al cuore, ma perché ho sentito come una spada larga due metri che mi trafiggeva il petto. Poi mi sono resa conto, mentre lei continuava a parlare e dire che noi tenevamo il nostro lavoro, ma lei se ne andava e che portava via con sè 7 colleghi in una nuova e rischiosa attività, che i miei polmoni non pompavano più aria. Poi si sono unite a ‘sto concerto le vertigini e il dolore immane in mezzo alla fronte. Mi sono alzata con le poche forze rimastemi, cercando di ricordare il numero dell’ambulanza e rammento solo di aver pensato: “113 oppure 118 o, magari non è il 115? Ma cos’è il 115?” Niente. Sono crollata con la testa sulla mia scrivania e ho pianto, pianto, pianto e mi davo pugni al petto; forse per far ripartire il cuore? Non lo so. La crisi ha colpito, come un infame missile terra-terra o, meglio, cuore-cuore, pure noi, alla fine. 😦 Sono 9 i colleghi che, entro Natale, se ne andranno. Monti dice che stiamo uscendo dalla crisi. Non gli credete. Siamo nella merda più puzzolente e profonda e la luce, oltre il tunnel, non si vede perché non siamo nemmeno ancora entrati nel tunnel. La signora Fornero e i suoi colleghi non lo potranno mai provare il mio dolore e il senso di ottundimento, mentre cerchi di capire cosa cazzo sia il 115. Fa male. Fa male e fa male. Hanno voglia a dirti che il tuo posto è salvo. Non è quello il problema, per ora. Il problema è che si portano via 16 anni della mia vita. 16 anni. Ma tu ci hai fatto il conto? Sai cosa vuol dire svegliarsi ogni mattina per 16 anni, andare sempre nello stesso posto nel quale vivi, come minimo, 8 ore di albe, mezzogiorni e tramonti per 5 giorni alla settimana? Ho fatto il conto. 230 giorni all’anno, escluso malattie, mie o di Laura o ferie. 3680 giorni della mia vita, più o meno; 29.440 ore della mia vita; e stiamo parlando solo di quelle lavorative. 1.766.400 minuti delle nostre vite. Non parliamo delle serate passate sul terrazzo a bere i mojito fatti da me e fumare sparlando di noi stessi. Non parliamo delle visite in ospedale per le nascite dei nostri figli. Non parliamo dei funerali e degli addii inaspettati. Non parliamo delle vacanze assieme o delle telefonate a sostenerci e consolarci per i nostri problemi personali. Non ne parliamo? Ma vaffanculo, và. Io non ero e non sono preparata. Una come me, che ci ha messo 15 anni a separarsi pur essendosi resa conto che, forse, era già finita durante la luna di miele. Una come me che non bacia la gente, quando si va in ferie o quando partono per qualche tempo, per il timore di non vederli tornare più indietro perché io non so e non vorrei mai dire “addio” e non perché ho paura di prendermi qualche malattia, come pensa qualche pirla. Sindrome dell’abbandono? Ma parliamone!! Prova ad avere 8 anni e, nel mezzo di una notte, vederti fiondare da tua madre in un pullmino verde della FIAT (pure loro, grassi bastardi licenziatori…) pieno di pelati, assieme ai tuoi fratelli, più piccoli di te. Prova a non sapere manco perché ti ci hanno scaraventato e senza nemmeno poter salutare Salvatore, il figlio del portinaio del quale eri innamorata follemente, o Rosetta, la tua migliore amica con i capelli ricci  biondi corti corti e gli occhiali spessi come un fondo di bicchiere che ti riempiva il cuore, oppure la tua città o, per assurdo, la tua maestra della quale ancora oggi ricordi il nome: Elvira Naclerio. Prova ad arrivare al Nord e ad essere chiamata terrona, presa a calci e derisa perché non parli italiano e ghettizzata dai “puri liguri”. Provaci e poi dimmi se l’abbandono, le partenze, i cambiamenti, giusto un po’ di fastidio non ti possono dare. E ci trasferiranno, pure. Via i colleghi, via l’ufficio, via 16 anni della mia vita. Chi devo ringraziare? Chi? Chì è quel cornuto infame che sta ingrassando coi soldi delle mie tasse che mi vengono detratte dallo stipendio per rimediare ai suoi errori, mentre la gente si ammazza per Equitalia che gli manda le cartelle esattoriali o mentre mia figlia dice che la mia nazione è un paese di merda dal quale vuole andare via non appena possibile? Sai perché non possiamo fare la rivoluzione? Sai quante volte ho pensato di prendere e marciare su Roma e metterci un falò, sotto il culo di quegli infami, ma non l’ho fatto perché devo dare da mangiare a mia figlia? Sai che non sono la sola? Sai che, come me, ci sono milioni di lavoratori che arrivano sempre in rosso a fine mese, ma vorrebbero tanto andare là e prenderli a forconate e bruciarli vivi? Io mi chiedo, ma LORO, lo sanno?! Loro sanno che ci stanno portando al punto di non ritorno e che, forse, una mattina, qualcuno come me, se ne fotterà di dover andare a lavorare per portare quei miseri poveri euro a casa e si dirigerà, invece dell’ufficio, verso Roma e Milano e tutti gli altri posti dove stanno loro e per loro sarà finita per sempre? Lo sanno? Marò, marò… 😦

12 pensieri riguardo “La mia crisi

  1. Ti ho letta col fiato sospeso pensando ad un lieto fine…..e invece no!
    Loro lo sanno, lo sanno …dunque. la forza la rabbia la speranza che ci rimane usiamola:MANDIAMOLI A CASA DAVVERO, SENZA SE, E SENZA MA!
    Un abbraccio.

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  2. E’ giunta l’ora sapevo che arrivava
    non ho più una luna da contemplare
    tutti i ricordi svaniscono,una leggera
    nebbia sovrasta i miei occhi,
    la mia rosa ha perso i suoi petali.
    Allora si fa profonda profonda!
    la passione del sonno in ogni cosa.
    Ma quella luna non è più la stessa:
    più non sembra una tenda stravagante.
    A poco a poco i suoi esili atomi
    si disciolgono in pioggia: le farfalle
    che dalla terra salgono a cercare
    ansiose il cielo e subito discendono,
    tutto quello che rimane rami senza foglie
    fiori senza petali.
    Regina della notte torna,illumina ancora
    i mie sogni.

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  3. Rosa mi dispiace tanto.
    Ci sono passata anche io quando avevo 49 anni, appena separata, casa appena comprata, arredata solo la cucina e il bagno, con il mutuo da pagare…per fortuna senza figli. Ho mangiato sulla classica cassetta della frutta.
    Conosco la tua disperazione e il disincanto.
    Ma sei forte, intelligente, colta e preparata, non scoraggiarti. Piangi che ti fa bene. Ma poi rialzati e guardati intorno. Non perdere tempo.
    Fai girare la parabolica che hai sulla testa, troverai delle opportunità sicuramente.
    Ho fatto mille lavori, e proprio dal telemarketing (ora call center) ho ricominciato.
    E tramite questi contatti ho trovato delle opportunità e ho ricominciato a ricostruire il mio futuro.
    Da Export Manager poliglotta ad agente pubblicitario…migliorando il reddito e con una professione libera e slegata da aziende…ho imparato a contare solo sulle mie capacità e a difendermi. E’ stata dura ma ho imparato tanto. Ho avuto per 3 anni il coltello in mezzo ai denti, ma poi ce l’ho fatta e ancora oggi, pensionata, ne vado molto fiera.
    Vedrai che ce la farai anche tu. Ne sono certa.
    In tanto sfogati con chi ti vuol bene, e un cicchetto ogni tanto per tirarti su non fa niente male, meglio degli ansiolitici.
    Ti abbraccio.
    Marina

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    1. Ciao Marina, non ho ancora perso il lavoro. Se ne vanno via 9 colleghi, ci hanno rimesso in vendita, ci hanno tolto l’ufficio e ci spostano dall’altra parte della città senza nessuna certezza per il futuro. Fosse mai (E SPERO DAVVERO DI NO) seguirò il tuo consiglio… 🙂

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  4. Ho letto con trepitazione Rosa, con disapprovazione e dolore.
    Fatti forza e tieni duro. Sei preparata e efficiente vedrai che le cose si risolveranno in positivo. Non aver paura del futuro hai le armi giuste.
    Ti abbraccio.

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  5. I rapporti umani ai tempi della crisi contano sempre meno. Si lascia a casa, si sposta da un ufficio all’altro dalla sera alla mattina… E’ la flessibilità che ci chiede il mercato del lavoro, che in un’opera di distruzione dei diritti dei lavoratori stanno compiendo i nostri cari politici. Se non lo fanno i politici italiani ci pensa ovviamente l’Unione Europea. Del nostro rapporto d’amicizia, d’affetto o addirittura d’amore non gliene frega una beata m… a nessuno. Potreste sempre incontrarvi fuori?

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