Il tarallo di zucchero

“Mò putite trasì…” disse la guardia. Da ore aspettavano di entrare, al freddo, davanti al grande portone. La sua infantile impazienza era stata placata dalla giovane madre conl’acquisto di un tarallo di zucchero presso la bancarella che stazionava proprio là davanti.
La bambina strinse un po’ più forte la mano della mamma che la guardò e sorrise, facendole e facendosi forza. Poi, silenziosamente, s’incamminarono tutti verso l’interno.

C’erano decine di persone in fila con loro. Tutti che aspettavano di entrare. Da bimbi, ciò che ci circonda sembra più grande e oscuro. Da grandi, se non si ritorna là, per rivedere quei posti e rendersi conto che tanta paura, infine, non potranno mai fare, tali rimarranno. Inciampò in uno dei grossi lastroni che portavano all’interno del carcere. La mamma la sorresse prontamente e le sussurrò: “Stàtt accuòrt…”. C’erano tante persone che parlavano a voce bassa. Sembrava d’essere in chiesa. Tutti in fila, a prendere la comunione ma, al contrario dell’ostia, s’ingoiavano saliva e atavico timore di non poter più uscire. Almeno, questo era ciò che stava succedendo a lei, in quel momento. Non saprà mai perché la portò là. Non le chiese, negli anni, le ragioni di tale scelta. Sapeva che, l’avesse mai fatto, le avrebbe risposto che non era vero, che ricordava male e che aveva visto troppa televisione. Già, certe cose è meglio non ricordarle. Ecco perché, forse, non ricordava nulla della perquisizione all’entrata. Ma sa che ci fu. Certe cose si sanno, senza doversele ricordare. Una folata di vento gelido e il buio della sera assalirono la donna e la bambina, assieme agli altri, mentre entravano nell’androne che portava al primo piano. Le scale, pure quelle, erano grandi, larghe, enormi e spaventevoli. Faceva freddo. Una manina stringeva forte quella della mamma e l’altra teneva stretto metà tarallo. Non potevano permettersi così spesso certe delizie e, quando capitava, bisognava godersele lentamente. Durante tutte quelle ore di attesa aveva centellinato lentamente la metà di biscotto scomparsa. Peccato che i taralli di zucchero fossero così friabili. E meno male che c’era la glassa che ne teneva assieme, morbidamente e dolcemente, le gustose briciole. Arrivati a destinazione, le accolse la luce abbagliante del grande salone che già rimbombava di uno strano vocio pseudo-silenzioso. Sua mamma disse nome e cognome e firmò. Furono accompagnate da una guardia verso una specie di sgabuzzino uguale ad altre decine di sgabuzzini, uno accanto all’altro, che si stendevano lungo tutto il salone. Si guardò intorno, cercando freneticamente con il corpo e gli occhi. L’attesa era quasi finita; non ce la faceva più. “Stàtt ferma. Aspiè…” mormorò la donna. Quando lo scorse le batté forte il cuore. Così forte che dimenticò tutto. Lasciò la mano della madre e corse verso di lui, noncurante della guardia che cercò di afferrarla, mancandola di pochi centimetri.

Il vetro non se l’aspettava. No, quello proprio no. Non aveva visto il vetro. Non capiva il vetro. Lui le fece un sorriso, grande come la vita che le aveva dato. Pochi secondi e, con una mano, coprì la bocca che attimi prima le aveva sorriso perché ora tremava dal dolore e dall’emozione al vederla. Appoggiò l’altra mano al vetro sapendo che lei ci avrebbe appoggiato contro la sua: piccola, bianca e pulita. E così fu. Lei faceva le cose giuste, lui lo sapeva. Negli anni dell’adolescenza avrebbero litigato proprio per questo; anche questo sapeva. La mamma arrivò e la rimproverò. Lui disse di lasciar perdere e di non rimproverarla. Lei lasciò perdere sorridendo e gli chiese come stava. Lui non le rispose. Tutta la sua attenzione era diretta alla bambina che lo guardava estasiata. Mano nella mano, contro il vetro, ancora là. Il vetro, dopo un po’, si scalda, sai? La bambina gli fece vedere il tarallo, tutta felice. Gli chiese se ne volesse un po’. Lui sorrise e scosse il capo. Stettero un po’ in silenzio, occhi negli occhi, mano nella mano, contro il vetro. La bambina guardò prima la mamma e poi lui. “Quando torni a casa?” Tutto il brusìo, intorno a loro tre, scomparve improvvisamente. Il mondo intero scomparve. “Presto” rispose lui. “Quando è presto? Prima che arriva Natale? Domani è Natale, lo sai? Io ho scritto la letterina di Natale per te. La metto sotto al piatto tuo, lo sai?” Era un momento strano. Nei momenti strani, quando lui non poteva dire le cose che avrebbe voluto dire, la bambina vedeva la sua mascella irrigidirsi e poi, d’improvviso, muoversi freneticamente a destra e sinistra. Allargò la mano contro il vetro e lei, automaticamente, fece la stessa cosa, con la sua. “Non così presto. Mò vediamo, vabbuò?” Si aspettava questa risposta. Quando l’aveva fatta a sua mamma, le aveva detto la stessa cosa. La prima volta aveva pianto. Poi, ci si era abituata e ora, con poco sforzo e molta recitazione disse: “Vabbuò”. Lui fece come per cambiare discorso e disse : “Uè, guarda ‘nu poco che ti regalo pè Natale!” Si girò, si chinò per prendere qualcosa da terra e si tirò su facendo bella mostra di un piccolo panettoncino Motta mono-porzione. Non si ricorda più come fu che lo ebbe materialmente in mano. Forse c’era una specie di cassetto, sotto il vetro, dove si potevano mettere le cose che, dopo un po’ sparivano e le rivedevi dall’altra parte. Non si ricorda come fu che se lo ritrovò in mano, davvero. Mamma gli chiese dove l’avesse preso. Lui rispose che lo avevano regalato a tutti e che non lo aveva voluto mangiare, per darlo a loro. Poi parlarono, mamma e lui. Parlarono di cose che lei non capiva. Però parlarono poco perché lui ritornò da lei, con la sua mano nella mano, contro il vetro. Poi lui le chiese, sorridendo, per l’ennesima volta da quando era nata: “A chi vuò chiù bbene? A mammà o a papà?” La bambina, come sempre, fece una piccola risata e rispose vezzosamente: “A tutt’eddoje uguale…”. Risero. In certi posti, a volte, si può ridere. Le chiese un bacio da lontano e lei glielo mandò, felice. Bisognava andare via. Strinse forte al petto il piccolo panettone, per fargli vedere quanto lo avesse apprezzato, e lo salutò con la manina. Lui pianse. Lei no. Non capiva le sue lacrime. Era felice per il panettone che avrebbe condiviso con i suoi fratelli e la mamma. Era felice perché lo aveva visto. Era felice perché ora sapeva che non era andato via per sempre; mamma aveva ragione. Sarebbe tornato, ora lo sapeva.

La portò fuori in fretta. Non voleva che sua figlia restasse là più del necessario. Mentre salivano sull’autobus che le avrebbe riportate alle baracche, la bambina si accorse di non avere più il tarallo nell’altra mano. Si fermò di botto facendo inciampare, dietro di lei, la mamma che le chiese cosa fosse successo. Questione di attimi. Doveva decidere in fretta. “Niente” rispose e strinse forte al petto il minuscolo panettone.

5 pensieri riguardo “Il tarallo di zucchero

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...