io so…

Amare vuol dire sentire male a un braccio che non è il tuo

(Paolo Zardi)

Questa citazione l’ho beccata per caso, non mi chiedere dove, qualche giorno fa; forse girovagando su Facebook . Da sempre cercavo una definizione che potesse riflettere il mio concetto di amore e questa, per me, è la perfetta. Perché? Perché io so. Una sera di anni fa ero a letto. Avevo appena spento la luce e mi ero accoccolata sotto le coperte godendo irrefrenabilmente del fatto che il letto fosse tutto mio. E’ una sensazione stupenda, sai, spalmarsi come una polipa goduriosa in un lettone fresco e profumato di biancheria lavata con Vernel blu oxygen. Erano ormai anni che dormivo da sola e questo rito si ripeteva felicemente già da un po’. A un certo punto, dopo pochi minuti, sento un peso assurdo in mezzo al petto. Istintivamente mi son detta: “Ok, è un infarto. Pure quelle che hanno la pressione bassa possono morire d’infarto, no?! Va bene, il gas è spento; Laura è da mamma e io posso morire in pace.” Aspettando la morte, invece, mi concentrai. La mia piccola-grande amica Anna, malata di tumore, “segue” l’indole becera del suo male, quando si manifesta, per lenirne il dolore e ha insegnato anche a me a farlo. Seguire il dolore mi è stato utile quando avevo da espellere il calcolo che si era bloccato nell’uretere. Vai là. Vai là dove senti il dolore; immagini di essere tu il dolore e cerchi di capire da dove viene e dove vuole andare. Cerchi di “vedere” da dove viene e, se puoi, cerchi di seguirne l’attività e di mitigarne il danno dicendogli di calmarsi. Vabbè, se non funziona, almeno trascorri il tuo tempus dolorandi a fare qualcosa di costruttivo invece di urlare e piangere, no? Quando seguo il dolore mi immagino di essere diretta verso il Vesuvio, attraverso il sentiero del trenino a cremagliera. Non ci sono mai stata ma, dopo aver visto questa foto, ho deciso che, prima o poi, ci vado. Sembra un dipinto, vero? Ebbene, come Pollicino, alla ricerca delle sue molliche di pane, entro in questo sentiero e seguo i battiti del mio cuore.

Quella sera feci la stessa cosa. Il dolore in mezzo al petto era sordo e sussultante, come se stessi piangendo. E, d’un tratto, iniziai davvero a piangere e, sulla mia vita, non sapevo il perché. Non dico che ero felice, in quel periodo ma, credimi, ragione per piangere di disperazione non ne avevo. Piangevo come se fossi stata abbandonata nella più profonda, buia e dimenticata prigione e nessuno mi potesse liberare. Piangevo come se fossi drammaticamente conscia che nulla e nessuno mi avrebbe mai potuto aiutare perché, in realtà, ero io prigioniera di me stessa. Disperazione pura, era ciò che stavo provando. L’angoscia, sai, non è cosa da poco in una situazione del genere. Seguii la linea calda dolore e le scie delle mie lacrime, accovacciata nel mio letto, per qualche minuto. Poi, dal mio cuore uscì una certezza. Quelle lacrime non erano mie. Quelle lacrime e quel dolore non erano miei. Ci pensai un attimo perché mi sembrava di essere un po’ scema. Non erano miei. Continuavo a dirmelo. Sapevo cosa fare, però. Considerai per pochi secondi la cosa e, poi, me ne fregai. Pensai quello che penso sempre: mai rimpianti. Presi il telefono e mandai un sms: Non piangere… :-* :-* :-* :-*

io so. io so cosa è l’amore perché chi ricevette il mio messaggio, stava piangendo e pensava a me e piangeva per noi e con me nello stesso istante in cui l’avevo “sentito” io.  Sì, io so cosa è l’amore. io so.

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