Mentre le bombe cadevano…

Due terzi di quello che sto per raccontarvi è successo veramente. Il resto? Il resto è destino…

QUELLO CHE SO DI LUI

Quando gli dissero che era stato arruolato per salvare il mondo e l’Europa, diciamocelo onestamente, quasi non sapeva dove si trovasse la seconda (pur vivendo in una nazione che ne faceva parte) e, ancora più onestamente, meno gliene sarebbe mai potuto fregare di salvarla. La sua vita era molto lontana dall’Europa e, di conseguenza, pure lui. Certo, le cose a Saint Ives erano cambiate un po’ da quando era iniziata la guerra, ma lui era abituato ai sacrifici e non temeva i cambiamenti. Brewster Andrews (lo avevano chiamato così le suore carmelitane del monastero di Lanherne quando lo avevano trovato davanti al portone, una fredda mattina del 30 novembre 1915 perché tutto, perfino il cesto che lo proteggeva, puzzava di birra e perché il 30 novembre gli scozzesi festeggiano St. Andrew) aveva studiato duramente per diventare maestro e aveva sposato Mathilda non appena la legge glielo aveva permesso. Una figlia, il quieto affetto della moglie, il lavoro, la passione per la pittura, un tocco di tabacco e la sua vita andava avanti serena nella quiete del piccolo villaggio sulla costa inglese. Poi, scoppiò la guerra. La scuola andò avanti fino a quando la nazione si dovette concentrare sul conflitto a tempo pieno e lui fu arruolato per aiutare gli americani nella campagna d’Italia. Già… Poco gliene fregava dell’Europa, figurati dell’Italia, ma a casa servivano quei pochi scellini della paga da soldato semplice e così partì.

QUELLO CHE SO DI LEI

Lei è un po’ strana. Vive a metà tra il passato e il presente. Il futuro non lo considera perché ha ben capito che, proprio quando meno te l’aspetti, tutto può succedere, meno quello che speri. E, a volerla dire tutta, qualcuno, anni fa, le ha detto di stare attenta a chiedere a Dio certe cose perché, sfiga vuole che, a volte, proprio gli eventi che desideriamo di più si avverano e, di conseguenza, si possono pure rivoltare contro di noi. Poche cose, nella vita, ha voluto fortemente; la più importante? Sua figlia. Memore del caldo ricordo della sua numerosa, conflittuale ma normalissima famiglia, ha sempre voluto tanti figli. Solo una che basta per dieci, dice lei ora, il buon Dio le ha dato. Destino. Sempre memore di quella famiglia nei suoi ricordi c’era un quadro. Quarantanni dopo averlo visto per la prima volta, in un mercatino dell’usato a Milano ne ha trovato uno con lo stesso colore che le trasmetteva le stesse emozioni e l’ha comprato per 10 euro. Destino. Rovinato, certo, ma proprio quello che voleva. Così, lo porta da una corniciaia. La signora dice che la cornice è rovinatissima e si deve buttare. Smonta il quadro e là scoprono che il passpartout, assieme a un po’ di tela marcia, aveva nascosto un segreto. La firma dell’autore. Andrews ’43. A lei batte forte il cuore. Alla corniciaia no.

QUELLO CHE LUI FECE

Durante il mese di settembre, a Saint Ives, la natura adagia mollemente le membra stanche sulla battigia. Lui l’ha sempre osservata con profondo amore e rispetto. La schiuma delle fredde onde si raccoglie ai suoi piedi mentre lui gode degli ultimi raggi del tramonto. E’ così bello guardare il mare quando non ci sono più villeggianti. Fu a settembre che dovette partire per l’Italia. Pensava che non sarebbe mai più tornato. Non avrebbe mai più potuto vedere il tramonto freddo, come lo chiamava lui, di settembre. In tanti erano morti. Perchè lui si sarebbe dovuto salvare? Mathilda non la voleva vedere. Le donne, a certe cose, ci pensano; le temono; le paventano; le ipotizzano ma, a mò di esorcismo, non le visualizzano. Finché non le vedi dentro di te, certe cose, queste non si permettono di accadere. A volte è così. “Ti ho messo una tela, i colori e i pennelli nello zaino. Tu dipingi e poi portala a me quando tornerai, capito?” Lo strinse forte quasi strattonandolo per fargli capire che quello era un impegno per la vita: tornare indietro. Le truppe inglesi di Power furono fortunate. I tedeschi si ritirarono da Taranto senza nemmeno combattere. A Salerno, no. A Salerno, con l’operazione Avalanche, sbarcò Brewster che era stato arruolato nell’armata del generale Mac Creery. Sembravano più forti, all’inizio, ma i tedeschi alzarono la cresta e, a Battipaglia, Brewster si dimenticò della tela che giaceva in fondo al pesante zaino. Doveva salvare il culo; la tela poteva aspettare.

QUELLO CHE LEI FECE

Chiese implorante, alla signora, di poter salvare la cornice. Ora che aveva visto quando era stato dipinto il quadro, mai e poi mai avrebbe voluto separarli. La signora disse che la cornice era più giovane della tela, ma era proprio ridotta da buttare. Era giovane, magari pure di 40 anni, certo, ma più giovane del quadro ed inutilizzabile. Si poteva riparare, certo, ma ad un costo così alto da non pensarci nemmeno. 40 anni. All’anziana signora sembravano pochi. A lei, “pensatrice da tre soldi”, sembravano molti di più. Una vita può realizzarsi in un giorno. Un giorno può essere una vita. 365 per 40 sai quante vite fa? Troppe, davvero troppe vite per buttarle via. Alla fine cedette. La signora disse che avrebbe provveduto a regalare a qualche poveretto la cornice scassata e le promise che le avrebbe telefonato il giorno dopo per darle 3 quotazioni di 3 cornici diverse che lei aveva con malavoglia scelto. Tornò a casa parcheggiando, per la prima volta in 15 anni, in un posto dove non aveva mai parcheggiato.

QUELLO CHE LUI SCOPRI

Passarono i mesi. Odiava l’Italia. Odiava gli italiani e odiava le scatolette di carne e le gallette secche che mangiava ogni sacrosanto giorno. Odiava la guerra. Odiava i tedeschi. Odiava tutto e tutti. Voleva solo tornare a Saint Ives. Erano andati a salvarli e loro gli sparavano addosso. E gli italiani che li volevano aiutare venivano sparati addosso dagli italiani che non volevano aiutarli. Non ci poteva credere. Voleva solo tornare a Saint Ives per ritrovare sè stesso e la pace. Italia, paese di merda. Italiani, gente di merda. Da stupido aveva pensato che sarebbe stato a casa per Natale. Così non fu. Ritrovò un po’ di stima per gli italiani quando entrarono a Napoli, agli inizi di ottobre. Non dovettero combattere. Decise che i napoletani non erano italiani. Avevano cacciato i tedeschi a calci in culo dopo 4 giornate di sangue. Quanto sangue… Fu là che conobbe Filomena. Chiese perdono a Dio, alla sua anima, al quieto affetto di Mathilda e amò Filomena tanto quanto aveva scoperto di amare la vita. Una volta, prima di Natale, Filomena lo portò via da Napoli, verso i campi Flegrei. Da Capo Miseno vide il mare che, da qualche parte, là davanti, avrebbe toccato l’Africa e capì perché, quel giorno, qualcosa gli aveva detto di portare con sè la tela con i pennelli e i colori. Mentre Filomena continuava a parlare (che lui, per la maggior parte del tempo non ci capiva proprio niente) a sorridere e ad accarezzargli il capo, lui dipinse ciò che vedeva. Vedeva Saint Ives. Vedeva l’infinito. Sentiva le bombe cadere, lontano. Cercò di non pensarci. Vedeva la vita. Vedeva il mondo dall’alto. Vedeva il sole del tardo pomeriggio nascondersi dietro le nuvole. Vedeva il verde dell’acqua fondersi con la schiuma delle onde increspate dal vento e scoprì che, davvero, non c’era poi tanto bisogno di andare lontano per trovare sè stessi. La tela la regalò a Filomena, che mai più vide o sentì e che, negli anni ’60 emigrò a Milano.

QUELLO CHE LEI SCOPRI’

La mattina dopo nevicava. Per miracolo si ricordò dove aveva parcheggiato l’auto. Quasi le era venuto uno sbocco a non trovarla al solito posto. Aveva imparato la lezione, però. Mesi prima si era dimenticata dove l’aveva parcheggiata. Aveva perfino fatto una denuncia. Aveva pianto per settimane intere fino a quando non ci era passata davanti con l’autobus e, perfino allora, pensava di averla ritrovata perché era stata lasciata là dai ladri. Solo qualche ora dopo, si ricordò di essersene proprio dimenticata. Questa volta, ci pensò un attimo e poi ricordò. Si diresse verso l’auto e la vide. Proprio accanto alla portiera del passeggero della sua Panda color verde acqua, appoggiata al cestino dei rifiuti da marciapiede. Non ci poteva credere. Non era possibile. La cornice del quadro che era stato smontato la sera prima dalla corniciaia era là, accanto alla sua auto. Incominciò a ridere. Si accoccolò accanto alla cornice e guardò la Panda. “Le hai fatto la guardia, Pandina, neh? Tu lo sai che io la devo prendere, vero? Tu lo sai…” Le sembrò quasi che l’auto sorridesse, sorniona, mentre i fiocchi di neve si posavano dolcemente sul cofano. Accarezzò la cornice. “Povera stella. Non ti preoccupare, ti riporto io da lui, stai serena.”  Quella sera andò dalla corniciaia che era pronta con tre quotazioni dagli 85 euro in su. La fece parlare e poi disse: “Signora, mi perdoni. Lei penserà che sono pazza, ma è successa una cosa assurda e stupenda allo stesso tempo”. Le raccontò del fatto che aveva parcheggiato là dove non parcheggiava mai. Le disse che non gliene importava se la signora aveva buttato la cornice invece di darla in omaggio come aveva detto. Le raccontò come l’avesse ritrovata e le disse che non voleva cornici nuove e fighe. Voleva quella là, senza doverla restaurare. La voleva così e la voleva per quel quadro e basta. La signora sbiancò. Incominciò a balbettare. Lei non aspettò che si scusasse. Andò in auto e riportò la cornice in negozio. “Ecco” disse “veda lei quello che deve fare, ma mi metta questa cornice e, naturalmente, non a 85 euro, giusto?”

Quando l’andò a ritirare, al modico costo di 25 euro, le sembrò di aver chiuso un cerchio. Destino. Pensò a sua figlia, che il destino le aveva fatto accadere proprio ai margini del cuore e che era proprio così come se l’era immaginata. Pensò a Elsa che era entrata nella sua vita quando il destino era una mera parola nel dizionario e non la perfetta constatazione di una fantastica e sublime prova di fede e accettazione che le avrebbe più volte, nel corso degli anni, salvato la vita e l’anima. Pensò a Rino che disilluso e realista, pur volendoci credere con tutto sè stesso, ci aveva messo anni ad accettare la magica e amorevole ineluttabilità del destino. Pensò a sè stessa e decise di essere, nonostante tutto,  una donna davvero molto, molto fortunata perché il destino (quello buono) sembrava non volersi liberare di lei molto facilmente, grazie a Dio, e perché in un angolo della sua casa era arrivato il terzo ospite per renderlo finalmente completo.

9 pensieri riguardo “Mentre le bombe cadevano…

  1. Appeso al mio stupendo muro della camera da letto, Re. Tu non sai quanto quei 10+25 euro che ho speso mi hanno resa felice, davvero. Ogni volt che lo guardo. E’ proprio vero, sai, che i soldi non fanno la felicità. Ma tu ci pensi? Quella cornice mi ha seguita pur di essere rimessa sul quadro. Quel quadro era da solo in quel mercatino. “Andrews” mai avrebbe immaginato. E nemmeno io. Ah… L’ho già detto che mi rende felice il solo guardarlo prima di chiudere gli occhi? 🙂

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  2. Uè Elle! bello, sì… mi sono resa conto che, nella foga, ho scritto nel mio commento che è vero ma non ho scritto che è vero ma non in tutto… 🙂 la storia della cornice, dell’acquisto, della corniciaia, della panda, del mercatino è vera, il resto l’ho immaginato io andando a cercare info sui posti e gli anni… Giusto in caso, neh!? 🙂

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  3. La parte romanzata di Andrew avevo capito fosse frutto di un destino che andava oltre la realtà,ma che bello se degli oggetti possono arrivare a trasmettere certe fantasie…ce ne fossero così!

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  4. Ros, capisco la tua emozione quando ammiri il tuo quadro con quella cornice, malgrado sia una storia parzialmente inventata, è davvero avvincente. Riesci a catturare l’attenzione e la nostra curiosità regalando anche a noi un pò di emozione; scusa se è poco!! 😉
    Un piovoso saluto dalla Sardegna 🙂

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  5. Rosa post impegnativo…. Ti posso chiamare Rosa Baricco. Mi sembra un racconto degno di pubblicazione. Ritornerò a leggerlo quando avrò più tempo, però leggendo qualche riga ho trovato un’aura quasi magica, un film in bianco e nero, qualcosa di davvero commuovente. Mi unisco ai complimenti. Con questo racconto potevi farci quattro post…

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