I binari della qualità della vita

Pendolare da poco più di un mese. Pendolare nella mia stessa città. Da San Siro a Piazzale Lodi. Se già prima, che ci mettevo quindici minuti in auto ad arrivare in ufficio, pensavo di fare una vita di merda, ora che ce ne metto (se va bene) 55 e mezzo cosa potrò mai pensare? Niente. Intanto, iniziamo col dire che non penso a una bella mazza di niente. Faccio conti, questo sì. Faccio conti. Conto i minuti, sommo e deduco: 120 minuti al giorno della mia vastasissima vita buttati qua e là tra le rotaie dell’ATM. Massipuò, porcazzozzainguaiata? Si può?! Niente. Tanto, anche se mi lamento che ottengo? Niente. A laurà ci devo andà per magnà, e via, con tutti questi pseudomeneghini che pensano di avere una vita piena e, invece, ce l’hanno solo occupata dal tempo che impiegano per andare da una parte all’altra della loro esistenza (che la differenza mica è poca, sai?). E poi, niente più tempo per scrivere la sera, sognare la mattina, fare la spesa, correre all’ultimo minuto nel negozio che, invece ora, è già chiuso quando arrivi. Insomma, lasciatemelo dire, ‘nabbellammerda. Ecco, l’ho detto. 😦

Hai voglia a provarle tutte, trenino cittadino, tram, autobus, auto; alla fine della fiera, un misto di autobus, metro e pedibus mi fa arrivare circa 60 minuti dopo aver lasciato casa. 60 minuti, ci pensi? Voglio dire, io sono sempre quella che diceva: “in un minuto si nasce, si vive e si muore”. Mò, checcazz, ammazzo generazioni di gente con i miei 120 minuti al giorno, no?! E dove lo mettiamo il mio senso di colpa? Io che mi volevo fare suora e volevo andare in Africa, da ragazza. Dove lo mettiamo questo sentimento di sbattimento morale e psicologico? Questo sentimento di: “e avrei pure potuto fare qualcosa di meglio in ‘sti maledetti 120 minuti, no?!”

La cosa che mi fa INCAZZARE (ma davvero) INCAZZARE di più sono i maschi. Sì, i maschi. Ma tu sai quanti maschi (non li chiamo uomini…) della mia età e pure più giovani corrono come dei poveri pazzi stronzi verso il posto libero e ci spalmano sopra il loro grasso deretano guardandoti in faccia e quasi dicendo: “col cazzo che te lo lascio?”. Ma dico io… Ma poi ti lamenti pure che io ti tratto male? Ti lamenti pure che le donne non sono più quelle di una volta? Ma vergognati, và! E tu sai cosa faccio io? Li guardo in faccia. E là, gli infami vigliacchi, abbassano lo sguardo e fanno finta di essere interessati all’articolo di economia di Metro del loro amico vicino di posto. Poveri pirla. Prima o poi, sappilo, uno di loro si sentirà così di merda, al mio guardarlo in faccia, dicendogli con gli occhi che è un vigliacco, che si alzerà piangendo e si scuserà per tutto il genere maschile come lui. Vabbè…

E questa è solo la punta dell’iceberg. Vogliamo parlare delle sudamericane, arabe e napoletane (E NON FACCIO RAZZISMO) che parlano al telefono a voce alta come se stessero parlando con Dio Signore Dei Cieli e invece stanno solo inciuciando su mezza Milano così che tutti noi possiamo sapere che Pedro si scopa Filumena che è sposata con Hamed?! Ma come si può?!

Ma la cosa che mi fa andare più in palla di tutte è la massa. Per una come me che non ha mai (e ripeto mai) dovuto prendere i mezzi per andare a lavorare perché ha sempre preferito cambiare casa e accostarsi al luogo di lavoro piuttosto che cambiare lavoro (e di questi tempi non ci possiamo permettere di fare una stronzata del genere) è davvero tragica. Perfino a Londra, for God’s sake, abitavo a 10 minuti a piedi dall’ufficio… sempre. Ora, la massa, mi spaventa, mi travolge e mi annichilisce. E’ un concetto con il quale non avevo mai fatto i conti: la massa. Tutti diretti verso lo stesso posto. Tutti come degli automi (e non è un maledetto luogo comune). Tutti che ambiscono ad arrivare a sera e sbattersi sul divano e poi lasciarsi morire fino al sabato mattina. Ecco, questo mi spaventa e non riesco a gestirlo. La massa. Questa massa che è uguale a me. E io che pensavo di non esserlo, anzi, non ci pensavo mica se lo ero o no perché non me ne poteva fregare di meno, mi ritrovo ad essere ossessionata dal pensiero di sfuggire a loro (e di conseguenza a me stessa). Pensiero troppo profondo? Vabbè, và, lascia perdere.

Ultima nota: come si fa a leggere? come si fa ad ascoltare musica? come si fa a parlare al telefono? come si fa a fare tutte queste cose mentre vedi scorrere la tua vita lontano da te, come se ne fossi l’unico spettatore non pagante? Io non ci riesco. La musica, forse, ma è una questione di rieducazione. Quando andavo all’università avevo il walkman con Pino Daniele e Mariah Carey che mi facevano compagnia da Gambara al Duomo (e pure là erano solo 5 minuti, capisce ammè…) ma sono passati più di 25 anni. Ora? Ora mi sforzo, credimi, mi sforzo di ascoltare la radio o la musica ma, con tutto il cuore, l’unico mio pensiero è che non è vero che si danno per scontate molte cose nella vita, anzi. Sappiamo benissimo quanto preziose quelle “cose buone” sono; solo che non vogliamo mai immaginare il giorno che ci verranno tolte, nostro malgrado e senza colpa nostra, e nulla ci potremo fare.

Già… L’ingiustizia e l’iniquità del pendolarismo, in breve, fanno parte di una delle tragedie meno note dei tempi moderni, mio caro.

 

4 pensieri riguardo “I binari della qualità della vita

  1. Terribile, tempo che va via inutilmente. Quando, per lavoro, viaggiavo spesso in metropolitana a Roma, avevo escogitato un passatempo, guardavo con discrezione qualcuna, elogiavo o criticavo mentalmente le meglio-peggio vestite, oppure davo voti sulla bellezza. Sembravo una commarella di paese, ma almeno mi divertivo.

    🙂

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  2. …Io pendolare da circa un anno.. Mah.. sono fortunata ho la fermata sulla porta di casa e pure vicino al mio posto di lavoro.Zero problemi, molti vantaggi economici-ecologici, tempo di percorrenza minimo. Invece il problema che mi avvilisce è costatare la maleducazione dei viaggiatori sui mezzi pubblici, giovani aitanti e palestrati che non cederebbero il posto neanche al loro nonno deambulante:altro che ciccioni di mezza età spalmati senza ritegno sui sedili! Quì i più tristi e meschini stanno preparando gli esami per la maturità! Quale? Ai posteri l’ardua sentenza.
    Un caro saluto
    Elena

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    1. Oh, Elena, quanto hai ragione (e quanto sei fortunata! non sai cosa darei per avere le fermate sotto casa e senza cambiare!!). Tu menali, i malefici maleducati… prima o poi io lo farò! 😉

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