Il mare a Milano

Pensavo di essere un’apolide. Una che, in qualche maniera, non avesse nessuna preferenza “residenziale” a causa dell’impossibilità di rimanere nello stesso posto per più di qualche anno, sin da quando era nata. Mi ero arresa e tale mi dichiaravo, senza più rimpianti. L’apolidia può essere un bene, certe volte, lo sai? Specialmente quando il posto dove vivi ti sta troppo stretto e quando chi lo governa non merita nemmeno di essere sputato in faccia. Ma questo, ovviamente, è un altro discorso.

Apolide, dicevo… Oramai, l’avvicendarsi della pre-menopausa e dei suoi crudeli sintomi non mi avrebbe più dato modo di poter capire se ciò che pensavo di un luogo fosse originato da un sincero sentimento di appartenenza o dal fatto che, non potendo appartenere a nessuno (emotivamente parlando) mi accontentavo anche solo di qualche palazzo e qualche strada pur di sentirmi “appartenente”. Il mare, comunque, era una costante. Quello, sì, non cambiava. Il posto non lo sapevo, ma il panorama sì. A volte, lo ammetto, dichiaravo il mio amore sfrenato per Napoli ma, chiedo venia, lo facevo solo perché c’erano questioni sentimentali, giovanili e non, che mi legano indissolubilmente a quella città e non perché mi sentissi davvero appartenerne. Poi, qualche settimana fa, ho capito. È sempre la stessa storia. Le cose succedono quando meno te lo aspetti. Mi ero scocciata di prendere autobus e metro per andare al lavoro. Un’ora di sbattimento la mattina e una la sera, tra le pseudo crisi di claustrofobia ogni volta che il treno si fermava in galleria (la vecchiaia, chettelodicoaffà, è ‘na brutta bestia), gente che ogni tre per due (poverini) decide di suicidarsi buttandosi sempre sotto un treno della linea rossa (ma perché?!), ascelle che sudano e puzzano (non le mie…), gente che urla al cellulare pensando di essere i sopravvissuti prescelti dal “grande dado” dopo la 5 guerra mondiale e tu, che gli vorresti dire che non te ne frega niente dei cazzi loro, non puoi perché temi che ti accoltellino solo perché hai osato reclamare i tuoi diritti di passeggero, maschi stronzigiovaninerborutieppienidiforze che non ti lasciano il posto nemmeno se gli schianti davanti, zingari che, mentre ti sorridono con i loro denti d’oro, ti chiedono la carità tendendo la mano inanellata di gioielli che non gli fanno la pelle verde perché, lo sappiamo tutti, la signora alla quale li hanno rubati era allergica all’argento e comprava solo oro e platino (e vediamo un po’ di non dire che sono razzista, per favore, che ne ho le palle piene della dietrologia da 3 soldi), ubriaconi che ti si siedono accanto alitando verso di te solo per cinque secondi con il risultato finale di farti inalare il triplo del massimo del tasso alcolico permesso. Ecco, tutte queste dolci cose, mi hanno dato la spinta finale per cercare una via alternativa… e l’ho trovata. Il fantastico, fantasmagorico, strafichissimo percorso della linea 16 (che, tra l’altro, sta proprio a fianco di casa mia) mi ha preso il cuore. L’autobus di collegamento al tram che mi porterà direttamente davanti all’ufficio è sempre vuoto; così come il tram numero 16 sui cui sedili mollemente mi adagio, come una gatta neghittosa che rilassa tutta sé stessa godendosi la vita e il vivente possibile. Oh, ecco, la vita, a volte, ti dà delle soddisfazioni che non sono da poco. Pensa che, qualche volta, mi sono pure permessa di cambiare posto più di una volta, dipendentemente dal panorama che volevo vedere, mentre il mio giallo destriero rotaiolo si snodava tra i binari da Milano ovest a Milano est. Ecco, è stato in un uno di quei momenti che ho visto le rondini di Piazzale Baracca. Tu non sai quanto mi mancano le rondini del mio vecchio appartamento. Quando abiti all’ultimo piano, molte sono le probabilità che tu le abbia come compagne estive. Mi svegliavano ogni mattina, le volatili africane. Sì, mi mancano tanto. Dal secondo piano, il massimo che puoi vedere (di volatile) è il piccione bastardo e la sua compagna con i quali ho ingaggiato una dura lotta per la proprietà del mio balcone sul quale, indefessi, continuano a mollare uova che io, tempestivamente, getto in pattumiera. Ad ogni modo, mi siedo a destra del tram, guardo oziosamente in alto e le vedo. Il piacere che ne è derivato mi ha spinta a guardare in alto per più tempo e, pure, ancor più davanti, nei giorni a venire. E così ho scoperto che Milano è una città stupenda. Dall’inizio di Corso Vercelli, nelle giornate limpide, vedi la guglia con la Madonnina. Ti sembra uno scherzo da disperso nel deserto ma, credimi, è vero. Poi, giri in corso Magenta e vedi i portoni in legno. Le costruzioni di quei palazzi che prendevano il nome dai loro proprietari (Palazzo Brambilla, Palazzo Chennesòio…) e ti immagini che sotto, dove vedi le feritoie che quasi toccano il marciapiede, ci fossero le cucine e le camere degli inservienti, poi guardi un po’ più in alto e, non so dove (abbi pietà, non sono milanese) vedi una farmacia che ha ancora le insegne e le scritte degli anni ’30. Mi chiedo ancora (non ho cercato il significato) che cosa voglia dire quella cosa a forma di Z di Zorro che sta in piazza Conciliazione, circondata da magnifici palazzi d’epoca. Una delle fermate del bus di collegamento è davanti alla Stazione di Cadorna. L’ago e il filo molti non li capiscono. Io, nemmeno, li avevo capiti. Ora che li guardo mi dico, che pirla, è ovvio, sono ago e filo! Vicino a Cairoli ammiri un palazzo stupendo che apparteneva alla Società delle Strade Ferrate del Mediterraneo. Resto ammaliata dagli abbaini che si stendono sui tetti degli antichi palazzi che circondano il magico Castello Sforzesco. Tu non sai. Tu, davvero, non sai cosa darei per salire su, fino a uno di quegli abbaini e crogiolarmici dentro. Chissà come sono arredati. Sono la cosa più intrigante che io possa mai aver visto; gli abbaini. Passi attraverso Brera e ti chiedi se Dio ti sta guardando perché è tutto così bello, di mattina presto, quando non c’è nessuno e non ti sembra vero. A Cordusio, poi, i due ometti statuari, mezzi nudi e strafighi, che imperano sull’arco dell’entrata del palazzo delle Poste Italiane ti fanno pensare: “fossero tutti così i postini…” e sorridi, tra te e te, pensando che il postino che hai sposato magari non lo sa chi sono. Il tram scivola via e, magicamente, lentamente, stantuffa avanzando davanti al Duomo e il Palazzo Reale. Ecco, mi chiedo, chi può dire di passare ogni sacrosanta mattina davanti a tutto questo ben di Dio? Arrivi alla fermata tra Porta Romana e Santa Sofia e ti rendi conto che quel vicoletto che porta all’università è proprio uguale a decine di altri vicoli di Napoli e di Taggia. Quando scendi per andare in Statale a lavorare per un congresso, ti chiedi quante persone che abitano a Milano conoscono i giardini che si aprono in fondo a Via Osti e che ti trasportano nel passato di una quiete magica nella quale rintoccano le campane di non so quale chiesa. Pensa che puoi entrare nel giardino del ‘700 dell’università senza che nessuno lo noti. Pericoloso e affascinante.  Ed è così che ti metti a ridere da sola pensando che tutto questo lo vedi senza nemmeno scendere dal tram che taglia in due la città e senza pagare i 35 euro del Sight Seeing bus facendo la figura del turista inesperto. Così, giorno dopo giorno, guardi sempre più in alto e sempre più lontano e passi ad analisi più attente del percorso che ti portano, inevitabilmente, ad amare questa città e a scoprirne angoli preziosi e caldi. Sì, ti rendi conto di amarla, nonostante tutto. La ami e, quasi quasi, ti sembra di appartenerle. Sono oramai 17 anni che respiro la sua aria ed è il posto dove ho vissuto di più senza mai lasciarla se non per andare in ferie. Ed è così che mi viene in mente cosa ha detto Laura, con aria schifata, inorridita e incazzata come una iena. Appena arrivate a Napoli, era inciampata in una zoccola (topa/pantegana) lunga mezzo metro e non ci poteva credere che, davvero, la gente ci passasse sopra senza fare cenno. Subito dopo, un ragazzo senza casco che guidava un motorino le aveva pestato i piedi con le ruote della moto e manco s’era fermato per chiederle se stesse bene. “Mamma, scusami, lo so che è la tua città ma, secondo me, se Napoli non avesse il mare sarebbe una qualsiasi anonima/rinomata città del Sud e non ‘sta gran figata che tutti dicono.” E pensi, purtroppo, che forse ha ragione. Il mare la fa la differenza; e di brutto. Se Milano avesse il mare? Oh… Beh… Sarebbe ‘na gran figata. Sarebbe Trieste, ho pensato. 🙂 Sarebbe, boh… Poi mi sono venuti in mente i Navigli e mi son detta che l’acqua, anche se non è salata, Milano ce l’ha e rimane splendida anche se non ha il mare. Almeno per me che, oggi, mi sono abbronzata sul mio balcone del secondo piano, mentre il sole cocente mi abbracciava,  ascoltando il fruscìo delle onde nel mio cuore…

 

 

 

6 pensieri riguardo “Il mare a Milano

  1. Rosa ma quanto hai scrittoooooo….
    Penso che non potrò mai conoscere una donna…
    Pensare che prendo così di rado la metro o il tram che spesso in una città salgo fino al capolinea e ritorno in piazza della stazione. Di la verità…sono unico???
    Buon andirivieni tra Milano NORD e Milano SUD

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  2. Hai dipinto un quadro colorandolo con le tue malinconiche sensazioni. Alterni un dolce ed ironico paragone tra due città enormi, piene di contradizzioni, piene di cattiveria, ma anche piene di bellezza. I tuoi sentimenti veri descrivono i “viaggi” come se li stessi vivendo quando leggo, poi mi guardo intorno e capisco che sto nella mia stanza e non affianco a te.

    🙂

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  3. questa mattina per caso ( o no?) ti ho letta . La casa nel bosco è un sogno chi non vorrebbe viverci? Hai descritto una milano a me sconosciuta ; ci sono stata ma non l’ho vista così. Mi è tornata voglia di tornarci anche se penso sarà molto difficile. E’ una mattina triste per me ma me l’hai un po’ addolcita : grazie. ciao

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    1. Ciao Donatella, 🙂 mi spiace che sia una mattina triste… sono contenta di avertela addolcita. Non so perché sia triste ma spero e ti auguro di ritornare, se non felice, almeno tranquilla e serena prestissimo. Alla fine, sai, tutto va come deve andare, sempre per il nostro bene, che ci si creda o no… un abbraccio…

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