La posizione di una missionaria

E’ a dir poco esilarante vedere la faccia della gente quando dico che, quando ero giovane, insegnavo catechismo o, meglio ancora, che la mia massima aspirazione, fino a quando non decisi di lasciare l’Italia per andare a Londra, era di diventare missionaria. Ora, con tutto il bene del mondo che posso provare per chi, sgranando con inquietante stupore gli occhi, la bocca e qualsiasi altro orifizio si ritrovi a disposizione, mette in dubbio tale mia affermazione, mi permetterai sicuramente di pensare che, forse, davvero la gente, a volte, giudica solo un libro dalla copertina senza chiedersi cosa c’è dentro. Prova ne è il fatto che, ad esempio, qualche mese fa la fortunata autrice di Harry Potter pubblicò un libro con uno pseudonimo e nessuno se la cagò. Poi, naturalmente, il segreto fu svelato e quel libro che, fino a pochi giorni prima non se lo filava neanche la biblioteca più sfornita del mondo e nemmeno per metterlo davanti al buco della tana dei topi, andò su, su, in classifica.

Ora, io non sono l’autrice di Harry Potter, ma, che cacchio, solo perché ho un atteggiamento un po’ spartano, diretto, pragmatico e per niente politically correct, non vuol dire mica che non ho mai potuto avere aspirazioni di tipo missionario? Ma come sono visti questi missionari? Possibile mai che o si è Madre Teresa di Calcutta o si è Moana Pozzi? Ma ‘na via di mezzo? :-O Ecco, questa cosa, spesso, mi mette in una posizione difficile. La posizione di chi deve spiegare perché, a un certo punto, dopo una full immersion (fortemente desiderata e mai obbligata, prego sottolineare) nel mondo cattolico, ho deciso, gentilmente, di tirarmene fuori e di crearmi i miei “credo”, i miei “non credo” e i miei “non so se credo”. E allora vai con il triste ricordo di Don Enrico, del quale mi ero innamorata e che mai fece nulla di male nei miei confronti pur sospettandolo… e di Madre Anna, la superiora delle Figlie di Maria Ausiliatrice che mi accoglieva nei tristi e solitari pomeriggi della mia adolescenza in oratorio e mi chiedeva cosa ne pensavo di suonare la chitarra in chiesa, di insegnare catechismo ai bambini con suor Silva, di andare in ritiro con loro per un fine settimana. Insomma, io ci stavo bene là, sai? Io ci stavo proprio bene. Sì, io ero e rimango una figlia di Maria Ausiliatrice. Ce l’ho nel sangue e  ne sono orgogliosa. Quello non me lo toglie nessuno. Mi piaceva stare con le suore. Mi piaceva il loro profumo di pulito. Mi piaceva il rosario che ciondolava giù dal cordone che stringeva le loro gonne bianche d’estate e nere d’inverno. Mi piaceva fare cose buone e belle. Davvero, allora, si facevano cose buone e belle. Mi piaceva rendere felici i bambini con la caccia al tesoro su per le colline liguri dove trovavano santini, cioccolatini, fischietti e Dio (davvero) sa cos’altro, dopo il catechismo. Mi piaceva aiutare. Aiutavo tutti e mai mi stancavo. Mai…

A 18 anni presi la mia decisione. Decisi di andare in Africa quando vidi, per l’ennesima volta, quel bambino negro con la pancia grossa grossa che piangeva e aveva un tozzo di pane in mano. Forse faceva parte di una sigla di una trasmissione religiosa degli anni ’80, non ricordo. So solo che decisi di andare. Mi informai, trovai un gruppo di laici liguri associati ad un ente cattolico che partiva per un paese del Corno d’Africa e feci tutte le pratiche per diventare missionaria laica. Mi ammisero. Ero felice. Ero felice perché, pensa un po’ tu, avrei fatto parte del gruppo di ragazze che avrebbero aiutato le donne a partorire, prevenire le malattie veneree, non rimanere incinte con l’informazione e la prevenzione. E avrei pure assistito i bambini abbandonati e avrei insegnato inglese, insomma, proprio quello che avevo sempre voluto fare. Ancora a pensarlo, sai, mi vien da piangere. Provo ancora la stessa emozione di quando salii sul treno ad Alassio, pensando che dopo pochi mesi sarei andata via, in Africa ad aiutare la gente. Non successe. Non avevo fatto i conti con i miei genitori e, più in particolare, con mia madre. Le madri, sai, a volte fanno degli errori mastodontici. Mia madre ne ha fatti due con me. Non glieli perdonerò mai, lei lo sa, ma non per questo non le voglio bene, anzi, ci godo a farglielo notare, di tanto in tanto….  🙂 Elsa dice sempre che sono una gran stronza, quando mi ci metto… Beh, correggimi se sbaglio, ma scegliere per i propri figli, quando sono capaci di decidere, è la cosa più brutta e abominevole che si possa fare; la più brutta. Ad ogni modo, andò da Don Daniele sapendo, ovviamente, quanto io lo stimassi assieme a Don Enrico e gli chiese di parlarmi. Don Daniele non se lo fece dire due volte. Mi chiamò e mi fece un discorso (anni dopo l’ho capito) DA PROVA. I discorsi da prova sono quelli che ti fanno decidere se fare o no una cosa, dipendentemente dalle difficoltà che ti vengono prospettate. Mi fece vedere foto di sua sorella missionaria che s’era beccata una malattia dove un insetto depositava le uova sotto la pelle della gente e poi le uova schiudevano (sempre sotto la pelle) e le larve si facevano largo (sempre sotto la pelle) con cunicoli scavati con denti e zampette nutrendosi di loro fino a quando poi, a insetto quasi completo, rompevano la pelle ed uscivano fuori. Mò, di nuovo, con tutto il sacrosanto bene del mondo, all’epoca non c’era internet e non mi accertai del fatto che quel merdosissimo insetto fosse una mosca che viveva solo in sud America (dove era andata a fare la missionaria sua sorella) e non in Africa perché, forse, ad averlo accertato, me ne sarei fottuta. Forse no. Non lo so. So, comunque, che di tutto il discorso di Don Daniele, mi rimase impressa la foto di sua sorella con quella schifosa larva che le usciva dalla gamba e, se permetti, da  diciottenne che ci teneva alla sua bella pelle curata con Oil of Olaz, un po’ di timore lo ebbi. 😦 Sì, fui una schifosa vigliacca. Un’infame mosca mi fece fare dietrofront e, tornai a casa, mesta e piangente, a comunicare la lieta novella a mia mamma che di meglio non si aspettava.

Ieri, però, mi sono resa conto che il lupo può perdere il pelo ma non il vizio e che, forse, missionaria lo sono rimasta comunque e nonostante l’atto ingrato di mia madre. Ieri Laura mi ha detto: “Mà, lo sai che una delle cose che apprezzo di te è che aiuti sempre tutti? Non importa l’ora o il giorno o la persona, tu l’aiuti. Papi si lamentava sempre di questa cosa, neh? Diceva che sembrava che tu fossi una benefattrice, ricordi? A me, invece, vai bene così, sei una grande.”

Ecco, allora mi sono guardata indietro. Ho guardato e ho visto. Ho visto gente che mi fermava, senza conoscermi, per strada solo per piangere e parlarmi e io, là, sotto la pioggia e il freddo ad ascoltarli; ho visto madri di ragazze e ragazze come Laura che hanno bisogno e io che li considero come famiglia non lesino nulla, pur di aiutarli; ho visto le mie mani e il mio cuore di ragazzina accogliere, crescere e amare follemente come una figlia una neonata/sorella che mi ha chiamato mamma infinite volte; ho visto amiche e nemiche chiamarmi solo per sentire la mia voce che le tirava su e diceva qualche cazzata in più sotto la quale far affondare i mali della vita; ho visto cani, gatti, uccelli (meno quei due maledetti piccioni) e altri esseri viventi che hanno trovato ostello e amore da me più e più volte; ho visto uomini piangere sulla mia spalla per il mal di vivere e di cuore inferto loro dalla vita e da donne infami; ho visto donne telefonarmi per sentirsi dire da me quanto il marito morto, amico mio, le amasse e ne parlasse bene con me perché l’amore va anche oltre la morte e, a quanto sembra, passa anche attraverso di me; ho visto le mie mani accarezzare bambini ammalati e giocare con bambini di tutte le età e le razze; ho visto fratelli e sorelle bisognose che si sono scambiati con me aiuti, parolacce, insulti e gentilezze; ho visto colleghi che, solo perché “dai, magari Rosa lo sa…” mi hanno chiesto aiuto ed hanno trovato la soluzione; ho visto mia madre che desiderava rivedere il volto del padre prima di morire e, non avendogli mai nessuno scattato una foto, l’ho cercata in tutto il mondo e in tutti i manicomi trovandola poco prima di Natale. Già… Ho visto questo ed altro e, alla fine, mi sono resa conto che, forse, non c’era bisogno di andare in Africa per fare quello che volevo, dovevo e desideravo fare… Forse, lo sto facendo, l’ho sempre fatto e mai smetterò.

5 pensieri riguardo “La posizione di una missionaria

  1. Ciao Rosa. Questo post mi ha pervaso di una dolce malinconia; mi ha ricordato la bella canzone “Azzurro” di Paolo conte, portata al successo da Celentano; mi ha anche reso orgoglioso di averti con me, nel Manifesto di Napoli, entrambi associati per diffondere la vera poesia nella blogosfera e la cultura nell’Web. Anche io sarei voluto andare nel Terzo Mondo, a spendermi per gli altri, per i deboli, per i fratelli che soffrono e ai quali manca tutto. Ma ciascuno di noi ha la sua strada da seguire (chiamaloo destino, se vuoi). Ma si può essere d’aiuto dappertutto; anche se a volte in cambio della tua dedizione ricevi sonori calci in faccia (per non dire altro loco men superno). Beh, che altro aggiungere? Auguri e complimenti per il tuo bel post! Buona domenica. Albix

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  2. Ciaon Rosa, quella della missionaria mancata non lo immaginavo, ma che un cuore grande batteva nel tuo petto si.
    Ricordo le tue descrizioni particolari nel trasloco gestito con efficenza e intelligenza. I tuoi lavori per rendere più funzionale la casa erano sintomo di grande cuore come quando metto in fase le motoseghe. Il respiro della carburazione mi dice che hanno tanta forza da dare così il tuo scrivere mi hanno sempre detto di te: una donna speciale.
    Qui è la terra di missione di aiuto, più che sotto noi. Mi stupisco quando gruppi economici nazionali irrompono sul mercato facendo politiche atte ad aiutare Nairobi, Namidia, ….Pensare che nostri figli non possono accedere alle mense scolastiche perchè non in grado di pagare il tiket. Mai smettere di dare amore. Non mollare nella tua generosità tieni duro

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  3. Però stai ancora pensando all’Africa, e alla tua missione, che avresti potuto fare. Ma, non si dice mai, nella vita. Mio zio ha deciso di partire come missionario laico in Perù due anni fa, a sessant’anni avanzati. Aveva questo desiderio da anni ma non poteva assentarsi per sei mesi, perché non poteva abbandonare il lavoro per così tanto tempo. Subito dopo la pensione, decise di intraprendere questo viaggio, le fece, lo vidi qualche mese fa e mi spiegò che doveva farlo, voleva rendersi utile… Insomma, non dare per scontato nulla! Mai dire mai! Ciao

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