La cura

Prologo

Il concetto mi esplode in testa proprio mentre esco sul pianerottolo, poco prima di mezzanotte, per bussare alla porta dei miei vicini singalesi che, guarda tu, hanno iniziato a cantare a voce alta e suonare con almeno tre tamburi (e dal vivo…) proprio due minuti fa, quando mi stavo per addormentare. E pensare che mi stavo proprio dicendo che sono calma e serena, ultimamente, e che tutto (o quasi) è tranquillo… 😦  Pigio con annichilimento il campanello e ripenso al concetto. La musica si interrompe e le voci si affievoliscono. Sento almeno 5 uomini parlare a voce bassa nella loro lingua e, dopo pochi secondi, ecco il ciabattìo di uno di loro che si avvicina sempre di più alla porta d’ingresso. Immagino (e sento) le sue dita avvicinarsi allo spioncino, spostare il coperchietto e avvicinare l’occhio al vetro. La sensazione, lo ammetto, da parte mia che stavo dall’altra parte, di sputarci contro con tutta la potenzialità delle mie ghiandole salivari, per un assurdo momento, ce l’ho avuta. Ma ho solo raddrizzato il capo e fatto un sorriso di circostanza che veniva accompagnato dallo sguardo di chi dice: “Eh sì, sono proprio io…”. La porta si è aperta e un ragazzo singalese si è affacciato alla porta mentre, dietro di lui, ce ne stavano altri 3 e un altro teneva la maniglia nascondendocisi dietro. Nel frattempo sento che anche gli altri vicini del pianerottolo si sono accostati alla loro porta. Sento lui che dice a voce bassa: “La signora ha suonato alla porta di quelli là…”. Il ragazzo che ha avuto il coraggio di farsi vedere, con aria stupita, mi dice: “Sì?” In realtà, da un anno e mezzo che sto qua non ho mai suonato a nessuno (nonostante le occasioni non siano mancate) però, che cacchio, quel “Sì” stupito e quasi colpevolizzante, proprio non me l’aspettavo. Nun ce pozz credere… “Sì?!?!?!” Vabbè, no problem. Sorrido e dico: “Sì, giusto… Ecco, ho suonato il vostro campanello solo perché avevo una curiosità da condividere con voi. La curiosità è questa: la finite di rompere i coglioni con ‘sti tamburi e ‘sti canti tribali a mezzanotte o devo chiamare i carabinieri? Avete per caso dei problemi di fuso orario? Vuoi che ti butti giù ‘sta porta con semplici e volgarissimi insulti e vi scaraventi tutti e cinque giù dal secondo piano a forza di calci in culo? Allora? Che dici? Mò che ci penso, le curiosità son più di una ma, naturalmente, tu puoi pensarci un po’ su, ok?”. Sento dei risolini che arrivano da dietro la porta dell’altro vicino. Uno dei ragazzi nascosti fa pat pat sulla spalla di quello che mi sta davanti che ha incominciato evidentemente a sudare e, con poco fiato in gola dice: “Sì, ora smettiamo”. “Bene, grazie” rispondo, giro i tacchi delle mie calzine antiscivolo e me ne torno in casa.

La cura

Non ho mai veramente analizzato il testo della canzone di Battiato. Non lo conosco e non conosco bene la canzone. Il concetto mi è venuto in mente mentre uscivo sul pianerottolo. Tutto va bene, certo, ma, naturalmente, qualcosa non può sempre andare bene. Laura cresce e il mondo intorno a lei pure. Così, tra una pirlata e l’altra, mi sono resa conto che lei non sa più cosa è la cura. Non la applica più. A Milano si dice “Uè, non è che, magari, mi curi un attimo questa cosa che devo entrare in negozio?”. Si dice “curare qualcosa” anche solo per tenerla d’occhio, per far sì che non le succeda niente di male. Quei vicini che non si curavano di farci dormire tutti in pace mi hanno fatto capire che ciò che non andava in Laura, da due o tre anni a questa parte, era la lenta, ma costante, perdita del concetto di “Cura”. L’egoismo degli adolescenti è così debilitante. O è solo il suo? Non lo sapevo. Non lo saprò mai. So solo che, così come Anna dal suo letto di morte mi ha risposto, le ho dato moltissimo, le ho insegnato a curarsi dei suoi affetti e dei suoi cari e non mi posso permettere di farglielo perdere per strada perché è un insegnamento prezioso e vitale per potersi distinguere dalla qualsiasi fuffa umana: la cura degli altri per curare sé stessi, di rimando. Una piccola attenzione, una carineria, una frase, un abbraccio, un filo d’erba posato tra le mani, un bacio, un pensiero, sì, solo un pensiero. La cura. Io ti curo, Laura, come se curassi me stessa, anzi, se proprio vogliamo dire la verità, ti curo di più di me stessa e non posso permettere che tu non faccia lo stesso o, almeno, la metà con me, con gli altri che ti amano. La cura è importante. Una telefonata ai nonni una volta alla settimana, gli auguri per il compleanno a Zia Maddy che tanto stimi, un’uscita ogni tanto, con tuo padre che ti chiede di andare con lui in montagna, invece di stare a casa a chattare con le amiche del K-pop, un post-it con un “ti voglio bene” messo un qualsiasi giovedì sul tavolo, per me… Una telefonata ogni tanto ad Anna che, a quanto pare, non riesce a farcela più contro il tumore, tu che tanto la adoravi. Questa è la cura, Laura; questa è la cura. Senza la cura siamo nulla e mai saremo qualcosa se non ci curiamo di qualcosa. Prima non eri così. Fino alle medie tu ti curavi e curavi. La tua cura era magica. Tu eri magica. Poi, qualcosa ti ha fatto male dentro e hai smesso. Gli adolescenti sono cattivi, a volte. State attenti ai vostri figli. Guardate oltre. Guardate oltre quello che vi vogliono far vedere. Abbiate il coraggio di guardare oltre. Non è sempre colpa vostra e, se lo è, va bene pure così, vuol dire che imparerete a non sbagliare di nuovo. Qualcuno non se ne sarebbe accorto e avrebbe dato la colpa all’adolescenza. Io no. Io so cosa è la cura e quando non c’è più, si vede. Ne senti la mancanza e tutto il resto scompare, senza di lei.

Epilogo

Ne abbiamo parlato. Abbiamo tirato fuori tutto e di più e stanotte, prima di andare a letto, l’ho abbracciata e l’ho baciata e lei m’ha stretto forte, forte il corpo, il cuore e l’anima. Io so. Io so che, prima o poi, pagherò per avere una figlia come lei. Pagherò per avere una figlia che mi si oppone e cresce con amore, affetto, raziocinio e cura. Pagherò perché le cose belle e meravigliose si pagano sempre. C’è sempre un prezzo. Non so come e non so quando, ma succederà. Fino ad allora, però, me la godrò e cercherò di farmi quante più overdose posso di lei, del suo affetto, delle nostre liti, delle risate, dei silenzi e delle battaglie. Altro non posso fare.

4 pensieri riguardo “La cura

  1. Consolati Rosa: non sei sola! Tutti quelli che hanno figlie (e figli adolescenti) e se ne preoccupano almeno un poco, vivono le tue stesse ansie, le medesime paure e sono divisi da loro dai medesimi silenzi. C’è un verso di una famosa canzone che mi viene in mente: “vorrei darti uìi miei occhi per vedere…”. Ma è impossibile: i nostri figli non possono guardare coi nostri occhi; la loro realtà è un’altra; è dura, lo so; ma è il prezzo che ogni essere umano deve pagare se vuole essere genitore; e oggi, quel prezzo è alle stelle; perchè di figli ne facciamo solo uno, massimo due… Io appartengo a una famiglia di undici figli (sto proprio in mezzo); bene: anche i nostri genitori hanno pagato il loro prezzo (io non smetto mai di ringraziarli nei miei pensieri); eppure qualcosa mi dice che il conto pagato da loro, pur salatissimo, diviso per undici, è pur sempre inferiore a quello che paghiamo noi per i nostri figli unici. Ciao e coraggio! Albix

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  2. Perchè “pagare”, per i figli intendo, semina bene e vedrai che invece di raccogliere tempeste, raccoglierai quello che hai seminato. I figli vanno vissuti e ascoltati, indirizzati e consigliati, e lottare sino alla morte per far si che siano ottime persone domani, poi quello che saranno non potrà che soddisfarti pienamente.

    🙂

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  3. Non so se te l’ho già scritto, ma quando ti leggo devo impormi, per svariati motivi che spiegare sarebbe lungo e fuori luogo qui, di allontanarmi dal pc perchè diversamente mi metterei comoda e lascerei scorrere fiumi di parole. Ti vorrei davvero come vicina di pianerottolo. Ecco. Non disturbo, sono riservata e soprattutto non so suonare neanche i coperchi delle pentole;)

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