Ho ucciso

SE VUOI RIDERE, NON CONTINUARE A LEGGERE.

Tutto, in questa vita, succede perché deve succedere. Tutto ha una ragione d’essere e di succedere. Papà, quest’estate, mentre portava me e Laura a Montecarlo a prendere un gelato mi ha confermato questa cosa. Mi ha detto: “Arricuordatello, Capunciè, qualsiasi cosa ca tu cierch e nun fà succedere, chella succede, si ha da succedere. Stai sicura.” Io credo a mio padre. Mio padre non mi ha mai mentito. Non ha mai avuto ragione di farlo. Quello che non mi ha detto, in questi 49 anni di vita che abbiamo convissuto, non me l’ha detto perché non stava a me sapere. Però, ogni volta che gli ho chiesto qualcosa, lui mi ha dato le risposte. E questa, credimi, è cosa buona e giusta.

E doveva pure succedere che una persona, ieri, mi chiedesse, nel caso fossi stato un nazista, se avrei mai ucciso degli innocenti. Domanda innocua, vero? Risposta facile. No. Certo che no. Ma io, invece, ho ucciso degli innocenti. Ci volevi tu a farmelo ricordare e a farmelo mettere nero su bianco, ‘na volta per tutte. Sono stanca. E’ così tanto, davvero, così tanto, che mi porto dietro ‘sto peso. Dov’è? Dov’è quella giuria davanti alla quale posso andare, finalmente, a prostrarmi e chiedere solo di ascoltarmi? Non chiedo clemenza o assoluzione. Chiedo solo di essere ascoltata, finalmente.

Ho ucciso degli innocenti…. Che uno si potrebbe pure chiedere “Ma Dio, quando dice – Non uccidere – che cosa intende veramente? No, voglio dire, non è che, magari, voleva dire qualcosa come… non so… non far molto male a qualcuno? Oppure, cerca di fare ‘na cosa veloce e pulita invece che incasinata? Oppure ancora, vabbè, se usi solo pistole e fucili e bombe, vale, per il resto, lascia perdere?” Non se ne esce. Dio risponderebbe: “Vedi di non rompere i coglioni. Là sta scritto NON UCCIDERE e basta. Non ne stiamo nemmeno a parlare che ho altri cazzi che mi girano per la testa.” E così, stai zitto e vai avanti. Finché non ti chiedono che cosa faresti se fossi un nazista.

Avevo 14 anni. Ero una ribelle. Ero una dark. I miei mi mazzolavano dalla mattina alla sera, per una ragione o per l’altra. You name it, I got it. Crescevo e curavo mia sorella che aveva 10 anni meno di me. Andavo a scuola. Lavoravo al ristorante. Le uniche cose che mi lasciavano fare, senza rompermi le palle, erano leggere e raccattare animali in giro per Arma e portarli a casa per curarli e poi, magari, tenerli oppure lasciarli andare per la loro strada. Il posto ce l’avevamo. Cani, gatti, uccellini, criceti, tartarughe di acqua e di terra. Qualsiasi animale si trovasse sulla mia strada e avesse bisogno, io l’accoglievo. Da loro beccai tutte le malattie possibili: dermatiti, zecche, allergie ai graffi, pulci… Con loro avrei condiviso tutto. Un giorno arrivò Leda, una gatta siamese che chiamai così perché la trovai di merco”ledì”. Le siamesi sono gatte d’alta classe. Le potrei paragonare ad una Audrey Hepburn in My Fair Lady, alla fine del film, però, se lo conosci. Lei era così. Non osava chiedere aiuto ma, con molta classe e dignità, mi accettò e diventò la prima e ultima gatta di casa. Gli altri, di solito, diventavano gatti del ristorante che, poi, o emigravano per altri lidi o si installavano nella colonia del porto. Lei la portai a casa dopo aver battagliato a lungo con mia mamma. Abitavamo al primo piano e, proprio accanto al nostro balcone, c’era un albero di arance di strada che, con i suoi lunghi rami, si intrecciava al ferri della nostra ringhiera. Un settembre qualsiasi, Leda andò in calore e una sera… quando tornai a casa dal ristorante con mia sorella piccola, trovai una fila di gatti del porto che aspettavano diligentemente il loro turno, nel nostro salotto, mentre, pure lei, aspettava di godere delle loro attenzioni. Li presi tutti a scopate, mentre scappavano via. Lei rimase incinta, ovviamente. Era la prima volta che una mia gatta rimaneva incinta in casa. Ed era pure la prima volta per lei. Lo scoprimmo dopo qualche settimana. Quando le toccavo gentilmente il ventre per vedere se stavano tutti bene,  si girava sulla schiena, quasi fosse orgogliosa del suo fardello e io le facevo i complimenti. Era così bella. Andai dal Dottor Rovere, Dio l’abbia sempre in gloria per tutte le volte che mi ha aiutato con i miei animali, a farmi spiegare cosa avrei dovuto fare durante il parto. Lui mi diede tutte le istruzioni e mi disse di fidarmi di Leda, che lei mi avrebbe guidato e si sarebbe appoggiata a me quando ne avrebbe avuto bisogno.

Quel pomeriggio, Leda incominciò a miagolare incessantemente. Chiamai mamma al ristorante dicendole che stava per succedere e che non potevo scendere a lavorare. Lei mi rispose dicendo: “Uccidili tutti, dopo che sono nati. Non voglio nessun altro gatto in casa. Quando torno a casa nun ci’adda essere niente, è capit? Lasciane solo uno. O così, o vai fuori di casa tu con loro.”

A 14 anni, sai, non è facile mandare a fare in culo tua madre. Soprattutto se non l’hai mai mandata a fare da nessun’altra parte. A 14 anni credi a quello che ti dice. A 14 anni tua madre dovrebbe essere la persona che ti dice la verità, le cose giuste, le cose da fare perbene, quelle cose che ti dovrebbero distinguere dai bastardi e dagli infidi. A 15 anni però, avevo già iniziato a mandarla a fare in culo. Alla grande.

A 14 anni, però, soprattutto se non ci hai mai parlato dal cuore e dall’anima, se tua madre dice di fare qualcosa, quello si deve fare e basta. Non è una giustificazione. E’ un dato di fatto.

Il telefono stava nell’angolo dell’entrata. Non so perché te lo dico. Non me ne fotte molto, oramai… Lo vedo ancora là, in quell’angolo buio, e basta. Poi vado da Leda che, intanto, girava come una trottola impazzita per casa, cercando l’angolo giusto per partorire. Ora lo so. Loro cercano l’angolo giusto. Avevo preparato 4 angoli con coperte calde e acqua. Non ne scelse nessuno. Venne sul divano da me che stavo con le mani tra i capelli a disperarmi per la vita mia e la sua e quella dei suoi figli che stavano per venire. Mi si accoccolò tra le gambe e perse le acque. Rimanemmo ferme là, per non so quanto tempo. Più io l’accarezzavo e le dicevo cose dolci, più lei si rilassava e io morivo dentro. Più sentivo le mie mani bagnate delle mie lacrime, del suo liquido e del suo sangue, più la morte si avvicinava. Più lei tremava e si contraeva, più io odiavo mia madre, il mondo, la vita, i gatti del porto, gli alberi d’arance amare, settembre e… me stessa.

Uscì il primo. Fu la cosa più bella e più brutta della mia vita, fino ad allora. Non avevo mai visto qualcuno nascere. Dopo di allora feci partorire altri cani e altri gatti ma, Leda, non la dimenticherò mai. Lo pulì velocemente e lo spinse con il muso verso di me. No, Leda, ti prego, non lo fare. Dipende dalle gatte, sai? La maggior parte mai darebbero i loro gattini a qualcuno prima di un bel po’ di settimane… Lei no. Lei me lo mise letteralmente in mano. Poi uscì il secondo. Dio, perché fai succedere certe cose? Perché? Al terzo, ormai, piangevo così tanto, mentre lei me li spingeva contro le ginocchia che quasi non vedevo più nulla. Fu là che avvicinai la mia testa alla sua, la guardai negli occhi e la implorai di smetterla. La implorai di smetterla di fare figli. “Basta, Leda, ti prego, basta. Non ne fare più. Ti prego, Leda.” Lei mi leccò le lacrime. A volte, sai, Dio è proprio cattivo. Ma poi, esiste Dio? Dio sono io. Io esisto. Dio esiste. Io sono una bastarda infida che ha ucciso… Dio è… non lo so.

Ne fece 6. Sei stupendi, bellissimi, gattini grigi e marroni. Uscì la placenta. L’aiutai a mangiarla e le attaccai i figli alle mammelle. Erano le 10 di sera. Pulii tutto. Proprio tutto.

Affogare un gattino appena nato è una cosa orribile. Affogarne cinque è cinque volte terribile e orribile. Sentire nelle tue mani quell’essere vivente che muore e smette di “essere” è la cosa più brutta che si possa mai provare, vivere e negli anni a venire, ricordare. Sentirlo lottare e piangere anche tu con lui, per lui è la cosa più orribile che possa mai succedere. Quante volte, Dio, quante volte t’ho chiesto perdono? Quante volte ho chiesto di non ricordare? Quante volte nei giorni a venire ho fatto finta di niente e ho girato la testa dall’altra parte per non affrontare lo sguardo di Leda che ne aveva solo uno da allattare e se ne aspettava altri cinque? Tradire la fiducia di chi mai male ti fece è la cosa più brutta da fare e da vivere. Non l’auguro a nessuno. Quante volte ho sentito nelle mie mani, queste mani che ora scrivono e fanno tante cose belle, il peso di quel sacchetto di plastica che buttavo nella pattumiera sotto casa?

Quante volte, Dio, ti ho odiato come in quel momento quando, quella notte, mamma tornò a casa e, entrando, disse: “Vabbè, Rosa, li possiamo tenere, và. Dove sono i gattini?”

Leda scomparve poche settimane dopo. Si portò via il suo gattino scappando giù dai rami dell’albero di arancio.

Mamma dorme sonni tranquilli.

Così, sembra, pure Dio.

Io? Io ho ucciso.

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