Sola come una carruba

Questo post lo dedico a una mia amica, Marina, che oggi fa gli anni. Penso che lo apprezzerà.

La mia generazione è una generazione di mezzo. Noi quasi cinquantenni di oggi stiamo a metà tra quelli che hanno vissuto di striscio la seconda guerra mondiale e la rivoluzione del ’68 e quelli che usano l’Ipad con la stessa leggerenza con la quale noi saltavamo sulla campana di numeri disegnata sui marciapiedi zozzi e lerci dei nostri paesini sconosciuti, senza paura di beccarci malattie strane. E’ così che io ho mangiato le carrube, quando ero ragazzina, per sapere di cosa sapevano, visto che mamma mi raccontava che, in tempo di guerra, le andavano a rubare per le campagne per avere qualcosa di energetico, diverso dalle rape e dall’acqua calda con il pane duro inzuppato che doveva sembrare un brodo celestiale, a loro. Certo che, pure papà mi raccontava che lui, da ragazzo, essendo povero, aveva rubato una gallina in un pollaio, di notte, e poi l’aveva uccisa sbattendola contro un muretto di campagna. Poi, l’aveva mangiata cruda dopo averla inavvertitamente sciacquata in un secchio pieno di un liquido che, al buio della notte, non potendoci ben guardare dentro e confondendolo con acqua, si era rivelato essere putrida e mefistofelica sciacquatura di calce e cemento… Mamma mia… Meglio che ritorni alle carrube, và… 😦 Con mia enorme sorpresa le ho scoperte a Milano, per strada. Le vedo che pendono lietamente dagli alti rami, mentre guido giù per via Ricciarelli, ogni sacrosanta mattina. Mi ritrovo ad osservare con bimbesca curiosità questi lunghi, scuri e sottili baccelli, frutti degli alberi che costeggiano la strada. Sai quante volte m’è venuto da frenare di botto, scendere e provare a tirarne giù qualcuna per vedere se ha lo stesso sapore pastoso e pseudo-cioccolatoso di quelle che assaggiai da ragazza? Le vedo là, appese ai rami, una accanto all’altra, così solitarie, stoiche e mi ci identifico. Gli alberi non hanno più le foglie (strano, però… pensavo fossero dei sempreverdi) e le carrube stanno là, in balìa del vento e del freddo gelido di dicembre. Ancora di più, inevitabilmente, mi ci identifico e penso: sola come una carruba… Sono, ormai, molti anni che dormo da sola e vivo, praticamente, da sola. Non mi scende giù… A volte mi dico che è una figata avere un letto tutto per me, da spaparanzarmi come una polipa goduriosa… A volte, però… Anche se non me lo dico, me lo dice qualcun altro. Stanotte, per l’ennesima volta, ho sognato di avere un uomo accanto e di festeggiare il natale con lui. Il sogno che avevo fatto a Parigi, due settimane fa, del tizio che mi abbordava davanti all’Olympia, era simile… Il nostro inconscio, sai, mica ci dice le palle. Io, in verità, un uomo che amo e che mi ama, se proprio lo vogliamo dire, ce l’avrei… Ma non sta qua e non ci può stare perché sta lontano… Troppo lontano da me e qua non ci può venire spesso… Come diceva la canzone di Modugno? La lontananza, sai, è come il vento; tu più lontano stai e io peggio mi sento (la seconda l’ho aggiunta io 🙂 però è la verità…). Io, se proprio lo vogliamo dire, un compagno, anche se sta lontano, ce l’ho. Un compagno con i fili d’argento tra i capelli che mi fa stare bene la maggior parte delle volte, anche se sta lontano… Un compagno che, anche se non mi dice le cose, io so che me le ha dette, dentro di sé, perché noi non abbiam bisogno di parole. Un compagno, mò che ci penso bene, ce l’ho, anche se non dorme con me la notte. Un compagno che mitiga, con i suoi strategici silenzi, le mie alzate di testa e i miei momenti da sclero. Un compagno che mi mette su le mensole, quando ne ho bisogno, e che mi dice: “dolce notte, tesò…” pure quando faccio un po’ la stronza. Un compagno che, anche se a lui non gliene frega niente, a San Valentino mi manda le rose perché sa che io ci tengo. Sarà un po’ lontano, sì… però… Sì…. Se poi, magari, mi fermo a guardarle, quelle carrube, vedo che, alla fine, vicino a ognuna di loro, ce n’è un’altra, di carruba. Tanto sole, poi, le carrube non stanno. E poi, magari, quando cascheranno giù da quei rami, il vento soffierà dolcemente, mentre scenderanno giù, verso quei marciapiedi e, magari, si ritroveranno ancora più vicine…

4 pensieri riguardo “Sola come una carruba

  1. belissimo racconto, graditissimo, sei riuscita a commuovermi…come disse il poeta

    le seul bien qui me reste au monde est d’avoir quelque fois pleuré

    ed è vero, perchè la lacrima è sentimento e amore…
    auguri anche a te di tanta fortuna per quello che desideri

    ti abbraccio

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  2. La musica la stacco solitamente ogni volta che faccio visite nel blog, non mi piace interrompere bruscamente un motivo ogni volta che apro, chiudo pagine… Le carrube li ho mangiate, però, in tempi di guerra capisco molte cose. Non capisco però, perchè tuttora le vendono al mercato. Chi se li dovrebbe mangiare? Forse chi ha le bestie, ma… I tuoi sogni dicono tutto, la solitudine a volte dà strane sensazioni. Bisogna essere anime sole per natura, raramente lo si diventa!

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