Da quando non ci sei

Una persona, alla quale voglio un bene infinito, qualche tempo fa mi ha detto che, quando succederà, si farà cremare e chiederà di far disperdere le sue ceneri in mare. Per inciso, so che c’è tanta gente che vuole fare ‘sta cosa, a quanto sembra.

Ora, premesso che non so se sia possibile andare a buttare le ceneri di ‘na persona a mare senza farlo di nascosto, premesso che non siamo induisti, premesso che non posso fare nulla in merito alla sua decisione perché la rispetto però (almeno qua) posso dire la mia, la prima cosa che mi è venuta in mente, quando mi ha riferito di questa scelta, è stata una canzone che ha accompagnato la mia vita da sempre; da quando posso ricordare le note musicali, nel mio cuore e nella mia anima suonano la melodia di quella canzone. Sono e sono stata una persona molto fortunata e, sempre restando in tema, se mai dovessi morire ora, posso dire di aver avuto davvero tutto ciò che potevo avere, grazie a me stessa e ad altre persone, nei limiti del possibile di questa mia sciocca vita. Una parte fondamentale, di questo “tutto” che ho avuto, è la musica. I miei genitori, per quanto truzzi, terroni e analfabeti, come qualcuno li ha erroneamente e stupidamente definiti, ci hanno insegnato l’amore per la musica e, tra una lite e l’altra, tra una sceneggiata familiare e l’altra, noi si cantava e si ascoltava la musica, di qualsiasi tipo. Si andava da Pavarotti a Fred Buscaglione, dalla Torpedo blu di Gaber alla donna che non era santa di Rosanna Fratello. Siamo cresciuti a forza di Festival di Sanremo, Canzonissima e Zecchino d’Oro, tutti rigorosamente trasmessi con il volume a palla, sempre e comunque. Di tanto in tanto, ci scappava il biglietto per il festival di Napoli o la sceneggiata di Mario Merola all’Ariston con noi tutti vestiti con gli abiti della domenica, seduti in prima fila, mentre papà faceva un sorriso a 65 denti, tutto contento. Concerti ne abbiamo, da soli e senza l’abito della domenica, visti a decine, noi figli, poi. Certo, come ho detto più volte, non tornerei a rivivere la mia adolescenza, lo so… però.. ricordo la musica. Riccardo Cocciante e Baglioni erano i preferiti di Concetta; Claudio Villa e Albano, ancor ora, sono l’accompagnamento musicale delle pulizie di casa, quando le fa mamma; le canzoni napoletane neo-melodiche strappacuore sono la nenia di mio fratello così come Renato Zero e la musica degli anni ’80; mi sono persa l’adolescenza di Antonella, ma so che ama Aznavour e ne sono orgogliosa; Pavarotti, Murolo, Mina e tutti i napoletani classici sono gli idoli musicali di papà; è papà quello che ci ha dato la musica. La musica è imprescindibile, per lui, dalla vita. Se lo amo? Sì, fosse anche solo per questo, io amo infinitamente mio padre.

Ad ogni modo, in quel momento, forte di tutti i miei trascorsi musicali che sono partiti da questa canzone fino ad arrivare, attraverso Billie Holiday, Cristina D’avena e i Van Halen, a quella che sono oggi, l’unica cosa che ho pensato, con il sottofondo cerebrale di quella vecchia melodia, è stata: dove andrò? Dove andrò a piangerti? Dove andrò a cercarti? Dove andrò a inchinarmi e chiedere a Dio perché? Dove andrò a guardarti negli occhi che non potranno più guardarmi e ridere e piangere con me? Dove andrò a implorare che il tempo dei miei giorni passi più in fretta, solo per essere pure io dove sarai tu? Cosa farò quando non ci sarà più nemmeno un posto vero e proprio, dove venirti a cercare, per lenire il dolore della tua assenza? Dove andrò a toccare il marmo freddo per rendermi, finalmente, conto che sarà davvero successo quello che è successo, mentre la febbre del dolore mi infiammerà i polmoni che non troveranno più aria per respirare per il troppo piangere? Come farò ad affrontare il solito tran tran senza sapere che, alla fine di esso, ci sarai tu, dove io posso venirti a cercare, ascoltare, abbracciare come ho sempre fatto?

Il mare è troppo grande, per me. Il mare è troppo lontano, per me. Il mare è troppo profondo, per me. Il mare è troppo impenetrabile, per me. Soprattutto se pensi che soffro di mal di mare, pur amandolo immensamente… Sì, lo so, tutto “per me”. Eccerto. Questo è il mio blog, questo è il mio post e questo è il mio pensiero, perciò…

Il mare, poi, sarà talmente pieno di tanti altri che avranno avuto la stessa idea che ci sarà ‘na confusione bestia, tra me e i miei simili che vi andranno a cercare chi amano che non c’è più.

Mi chiedo, abbiamo davvero così tanto bisogno di una lapide dove andare a piangere e sospirare e curare e abbellire con fiori, statue e lampadine? Abbiamo così tanto bisogno di avere un posto dove andare a trovare i nostri cari? Non ci basta sapere che, ovunque, comunque e indunque (che è un Rio), loro saranno sempre accanto a noi in spirito? Non te lo so dire. Penso che il piangere e sospirare su una lapide, lo posso fare pure davanti al mare. Penso, però, che il curare e l’abbellire non lo potrei fare con il mare. Curare e abbellire, lo sai, non ha a che fare solo con l’estetica, in questo caso. Ha a che fare con un rapporto che si nutriva di cure e abbellimenti fatti di gesti, parole, risate, sguardi, abbracci; cose che non ci potranno più essere perché l’altra parte non “è” più. Non si accetta, con la morte, l’interruzione di un rapporto. Non ce ne facciamo una ragione. Vogliamo continuare ad amare ed essere amati. Viviamo per amare ed essere amati. Se lo perdiamo, è finita. Per questo piangiamo e ci addoloriamo. Non potremmo continuare ad amare materialmente se non curando e abbellendo una tomba, così come curavamo e abbellivamo il nostro rapporto con tutto ciò di cui aveva bisogno. Sarebbe l’unica cosa che mi rimarrebbe da poter fare per non morire di dolore che, però, non potrei fare perché non ci sarebbe luogo dove andare a piangere e abbellire. Sì, mi sa che ho capito. La mia risposta alla domanda se ne abbiamo bisogno? Dipende, forse. Dipende.

Dipende nella misura in cui, se tuo marito muore d’infarto che ha 50 anni e tu ne hai 40 e, per i seguenti 45 anni (e non sei morta ancora) tu vivi senza lavorare o fare una emerita pippa perché lui ti ha lasciato una lautissima pensione reversibile che ti fa mantenere due figli, ‘due case, farti tutti i viaggi e la bella vita che vuoi almeno, checcazzo, una misera tomba a 350€ ogni 10 anni la puoi tenere, no? Non ci devi nemmeno andare a mettere un fiore, ti dirò, ma, almeno, qualcuno, forse, passandoci davanti, guarderà e penserà: ah, ecco un altro morto; non un nome, non un affetto, non un nulla ma, almeno, un posto dove qualcuno, un giorno, chessemmagari si fa venire un dubbio, lo può andare a trovare e dire: grazie che ci sei stato che, se non ci fossi stato, non sarei nato e non avrei avuto le cose belle che ho avuto. Ma, ovviamente, chi sono io per dire quello che penso, neh?

Sì, dipende. Dipende. Onestamente, di mio, direi che non lo so. Direi che mi fa paura solo il pensiero e che non vorrei sperimentare la cosa perché non si può tornare indietro. Direi che, probabilmente, ho paura anche di non avere più un riferimento materiale e fisico di ciò che mi ha reso felice e di chi ho amato. Paura di perdere il mio amore e il mio affetto nei meandri di una memoria che, giorno dopo giorno, inizia a dissolversi come neve al sole. Lo so, c’è gente che lo fa apposta. Cancellare tutto, bruciare tutto, eliminare tutto per eliminare il dolore. Io no. Io vivo del ricordo. Mi nutro dei ricordi e delle loro sensazioni per poter andare avanti e affrontare tutti i miei miserabili giorni. Se non avessi un posto dove andare a cercare chi ho amato, potrei quasi, per assurdo, iniziare a pensare che è stato tutto un sogno e che non è successo, perché non c’è nulla che me lo ricordi. Dio, che paura. E poi… Direi che il mare o il fiume o l’aria saranno pure poetici ed ecologici come scelta ma, again, si può impazzire di dolore a non avere nemmeno un posto dove andare a trovare chi si ama; quello che resta di chi si è amato e ci ha amato. L’immensità, certo, è un bel posto da pensare, metafisicamente parlando, quando, oramai, non siamo più carne e ossa ma, forse, non si pensa che, in quella stessa immensità, di solito, chi invece (e purtroppo) rimane carne e ossa, ci si perde e, sempre di solito, non riesce più a tornarne indietro perché il dolore va oltre il mare, oltre l’immensità e oltre il tempo che non si vede, ma si fa sentire con ogni singolo attimo senza più poter “ridere per niente come quando c’eri tu“.

Infine, per te, coraggioso, curioso e valoroso lettore che sei arrivato fin qua leggendoti tutta ‘sta tiritera, un dono: la canzone che mi è venuta in mente all’inizio di questo post e che ha originato i miei pensieri: “Un colpo al cuore” di Mario Zelinotti che è morto poco più di un anno fa e che io stimo, anche solo per questa canzone, moltissimo.

7 pensieri riguardo “Da quando non ci sei

  1. Lo so, però, a volte ci penso, e mi chiedo, come vorrei il mio funerale. Penso a quel giorno, ma alla fine a cosa serve una lapide al cimitero? Le ceneri? Non lo so, ma quando sento parlare di “cremazione” ho un brivido che mi percorre tutta la schiena. E’ una parola che mi evoca dei brutti fantasmi del passato, e poi, il fuoco della cremazione mi sembra la porta dell’inferno. Però, mi piacerebbe immaginarlo in una chiesetta. Nella mia città, c’è la chiesa San Giovanni, piccolina, fredda, età tardo barocco mi sembra. Quasi sempre chiusa, però quando la aprono è incantevole. Piccola, intima, mi piacerebbe vedere una chiesa con pochi spazi vuoti per appoggiare le borse o il giaccone. Un raccoglimento, affinché in quel giorno le persone possano vedersi in faccia… L’entrata in chiesa con la musica rock di Jimy Hendrix. Un po’ come dici tu nel post: I Van Halen e Cristina D’Avena. Ecco, e poi una “cosa veloce”, una funzione di una ventina di minuti e poi, la sepoltura? Basta che sia un luogo caldo, magari la mia terra d’origine: l’isola sicula. Ben soleggiato a sud, con la brezza del mare…

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  2. 🙂 da un post pseudo-triste, un bel commento con un’immagine molto, molto bella. Il tuo, Peppe. Grazie davvero, grazie. Non perché non sai come sarà, ma perché, nonostante tutto, sei riuscito a darmi un po’ di pace con quell’immagine della chiesetta e del sole. Di nuovo… grazie 🙂

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  3. L’idea delle ceneri che si riuniscono all’acqua di un fiume o del mare mi affascina; Io quasi, quasi lascio scritto a mia moglie che nella tomba ci metta alcuni capi di vestiario ed i miei scritti, le mie poesie, qualche libro, una bibbia; così ci sarà comunque un posto dovei miei posteri potranno venire a piangere (ma preferirei che ridessero) ricordando ciò che io fui in terra… ciao buona domenica Albix

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  4. L’inverno adesso sale col suo ritmo quieto di pendolo
    e voleranno via come foglie
    le pagine rimaste intatte del tuo diario.
    Prima che le porte si chiudano frusciando
    e si dissolva, dietro, ogni miraggio l’ultimo atto sarà il tentativo
    di catturare nello sguardo anche una scheggia soltanto
    di sole.

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  5. Non so se…
    Il mare col suo accarezzare la rive e ritornarsene a se è un continuo abbracciarci e portare a se il calore della terra.
    Il bosco è un morire in ogni inverno e un rifiorire ogni primavera
    Non so…
    Una lapide è una prigione dove consumarsi
    Non so …
    Liberi per l’ultima volta nel soffio del vento come nell’andirivieni di un’onda.
    Non so…
    Amare per quel spriccico che spreme il petto è forse meno bello guardando un mare ora calmo ora in burrasca come un bosco ora brullo agitato dalla bufera o di mille fiori abbellito?
    Non so…
    Di nostalgi quanto ne ha bisogno il nostro cuore….

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