A me no, grazie.

A me non piace la mimosa. La mimosa puzza di piscio di gatto e l’8 marzo è una festa del cazzo. Bon, l’ho detto, l’ho pensato e mò vado avanti, da donna che sarà insultata da altre donne che ci credono e festeggiano l’occasione andando, vestite da donne che pensano di aver conquistato una pietra miliare, al ristorante cinese con le amiche a vedere lo spogliarello di due malcapitati che, per quella sera, vengono trattati proprio come vengono trattate certe donne tutti i giorni dell’anno, pure l’8 marzo. Penso proprio che chi s’è fatto venire la geniale idea dell’8 marzo, poteva pure evitare di farlo. Tanto non cambia ‘na pippa. E’ come quando, a scuola, tutti i sacrosanti anni, dalla quinta elementare alla terza media, ci obbligavano ad andare a vedere l’Agnese va a morire.  Alle otto e mezza di mattina vedevi decine di scolaresche partire da tutte le scuole di Arma di Taggia. Tutte convergevano davanti a villa Boselli sulle cui panchine i più coglioni e insicuri sostavano a farsi qualche spinello per far vedere quanto erano fighi, prima di entrare nel Cinema Cerri, che ora l’hanno buttato giù per farci delle case fighe che costano così troppo che nessuno le compra – nemmeno i milanesi (no comment). Tutti entravano dentro schiamazzando e ridendo. Tutti ridevano. Soprattutto quelli che non sapevano cosa li aspettava perché ci andavano per la prima volta. Ridevano pure quelli che correvano in galleria perché là i prof non andavano a fare la guardia, e facevano due volte di più i coglioni a buttare giù le caramelle, gli aeroplanini e a sputare in testa a quelli che stavano sotto, in platea. Tutti, inevitabilmente, pure quelli che c’erano già stati l’anno prima, ammutolivano quando i tedeschi squartavano la donna incinta e le tiravano fuori dal ventre il bambino morto. Tutti, ognuno di noi, non si ricordano una emerita pippa di quello che i prof ci avevano detto prima del cinema e non si ricordano una emerita pippa di quello che scrivevamo nei temi post-cinema dal titolo: “Cosa mi ha insegnato il film L’Agnese va a morire e cosa penso dei partigiani”. Ecco, io penso che non serva a niente. Nessuno si ricorda più dei partigiani e sfido chiunque a contestare questo dato: circa il 70% di chi passa attraverso il 25 aprile non sa perché fa il ponte, quando c’è, e non sa perché Pertini era così amato. Nessuno sa dello sciopero generale e dell’arrendersi o perire. Fanno il ponte e basta. Lo fa e ringrazia il calendario che non lo fa andare a lavorare. Sì, non serve a niente.

Non sono le gardenie vendute davanti al MediaWorld, una volta all’anno, a sensibilizzare i pezzi di merda (maschi e femmine) che ci vanno a comprare il cellulare con il quale, poi, faranno stalking a chi si vuole separare da loro. Non saranno le mimose vendute ai semafori, dai cingalesi affamati di vita tranquilla, a 10 euro al rametto alle 8 di mattina, a 1 euro alle 8 di sera e buttate nella pattumiera di piazzale Segesta a mezzanotte in punto a far smettere le violenze e i soprusi. Quei semafori presso i quali sosteranno con le loro auto coloro che, magari, stanno andando, con tutte le buone intenzioni del mondo (così dicono, di solito, ai magistrati), a casa di chi gli ha detto basta ma poi, chissà perché, finiscono per ammazzarlo a forza di pugni, coltellate e dio sa cos’altro. Sì, non serve a un emerito niente. Serve, invece, in certe situazioni, fargli mangiare la stessa zuppa. Serve quando, magari, come è successo a me, uno con il quale stavo mi diede un calcio durante una lite. Non l’avesse mai fatto. Gli saltai addosso, impazzita dalla rabbia, e gliene diedi mai tante, ma mai così tante, con mani, piedi, morsi e tutto il resto appresso, che dovette coprirsi i lividi per giorni e mai me ne pentii. Certa gente capisce solo la propria moneta. Pure che era grosso due volte me e mi avrebbe potuto massacrare, sai? Ma vaffanculo, và. Meglio la morte, come disse Pertini. A me non mi deve più menare nessuno. L’hanno fatto così tanto i miei genitori per così tanti anni nel nome di usi e costumi da tre soldi e li ho perdonati perché non avevano esempi diversi. Figurati se lo permetto al primo stronzo che passa e che si gloria di essere civile e invece non lo è per niente. Ci rimase così tanto di merda che, ogni volta che gli veniva la voglia, glielo ricordavo e si fermava. Diceva che sembravo così dolce e gentile e che, invece, non lo ero. Certo, come no. Tu provami a menare e io ti distruggo.

Ha ragione Laura, sai?

Questo fine settimana l’ho trascorso da sola e ho pensato a delle cose che mi ha detto Laura la settimana scorsa. È andata in montagna con Marco per le vacanze di Carnevale. Per inciso: nostra figlia ha dimenticato a casa il caricatore del suo cellulare. Quando l’ho visto sulla lavatrice, son scoppiata a ridere. Non sai quanto ci godo. Marco avrà passato tre giorni e tre notti d’inferno a 1800 metri, tra stambecchi, ciaspole e neve alta fino al culo, in un rifugio piazzato sul cucuzzolo di una montagna valdostana con una figlia isterica che, sicuramente, gli avrà dato tutte le colpe del mondo senza alcuna ragione per una cosa che ha dimenticato lei. Altro che festa della donna. Sì, perché lei, come tutti gli adolescenti, è cellulare dipendente. E ben gli sta, al padre. Se la deve beccare anche lui un po’ di merda isterico-adolescenziale, visto che ne rifugge non appena può, come il diavolo e l’acqua santa.

Beh, dicevo… L’altra settimana, io e Laura, abbiamo guardato un pezzo della trasmissione Amore criminale, alla tv. Lei, di solito, sta zitta, davanti alla tele. E pure quella sera l’ha fatto. A un certo punto, mentre descrivevano come era stata uccisa la donna, se ne è andata a letto. Vabbè, ho pensato, sarà stanca. Invece no. Il giorno dopo, pranzando, mi chiede: “Mamma, ma secondo te, che senso ha che noi umani stiamo sulla terra?” La prima risposta che mi è venuta in mente? “Eccheccazzonesòio?”. Quella che, invece, è uscita dalla mia bocca è stata: “In che senso, amore mio?”. Già… Una cosa bellissima che ho imparato da un corso per manager che la mia azienda mi sta facendo frequentare è fare domande invece di dare risposte, anche quando la risposta la sai già. Che tanto, non c’è bisogno che lo sappiano pure gli altri che la risposta la sai già. Lo sai tu, basta e avanza. Al limite, se non ci arrivano, gliela dici tu alla fine, dopo che si sono smanettati a destra e sinistra e la risposta non l’hanno trovata. Il mio problema è applicarla ‘sta cosa perché, si sa, la pazienza non è il mio forte. Soprattutto quando non ho tempo da perdere. E, in ufficio, non ho mai tempo da perdere. Vabbè, ad ogni modo, è ‘na figata. Ti salva il culo tu non sai quante volte… Provalo e poi dimmi. Tant’è che Laura mi risponde:

“Ecco, io pensavo, questa cosa. Se, da un momento all’altro l’essere umano scomparisse dalla faccia della terra, che danno ci sarebbe? Nessuno, no? Voglio dire, che senso ha che continuiamo a fare figli per poi essere consci del fatto che, se pure scomparissimo, non faremmo danno? Che senso ha mandare avanti la vita degli esseri umani procreando? Capisci?”.

Onestamente, ci ho messo un po’ a capire. Anzi, diciamo la verità, non so ancora se ho ben capito. Ho avuto, sì, paura. Paura che mi stesse dicendo, in qualche maniera, che non volesse fare figli. Paura che mi stesse dicendo di non aver alcuna voglia di fare figli o di sposarsi e che mi dovevo mettere l’anima in pace. Paura. Non so di cos’altro. Paura e basta. E così, ovviamente ho continuato a fare domande: “Ma come mai fai questi pensieri?” Lo sguardo degli adolescenti che pensano che noi adulti non capiamo ‘na mazza è inconfondibile. Ed è allora che capisco che è meglio che la smetta con le domande e inizi a dare certezze. “Lala, onestamente, non so perché stiamo sulla terra. Una risposta sicura, se la vuoi da me, mi sa che non la potrai avere. So che potremmo benissimo scomparire ora e nessuno se ne accorgerebbe. So che i dinosauri hanno vissuto milioni di anni più di noi e pure loro sono scomparsi e pure di loro, se non erro, non si sente la mancanza. E tu mi chiedi che ci stiamo a fare sulla terra? Ok, non lo so, ti dico io, ma continuo ad andare avanti. È un po’ come avere fede o come respirare. Non hai mai visto Dio, ma hai fede in qualcosa più grande di te e, per caso, lo chiami Dio. Non hai mai visto l’aria, ma sai che la stai respirando perché ti si gonfia il petto, e respiri.” La vedo rassegnata, ma non troppo. “Ok, mamma, però… scusami, che razza di senso ha stare sulla terra se poi chi ci sta ammazza e uccide una donna come quello che ha ucciso ieri sua moglie? Che senso ha se poi si fanno delle porcate a scapito della povera gente? Che senso ha fare dei figli per poi sapere che gli succederà qualcosa di brutto? Quella donna doveva ben avere una madre, no? Voglio dire, ci deve essere una ragione, no? Possibile che non si sappia? Noi, alla fine, non serviamo a niente. Allora che ci stiamo a fare qua? Le piante, gli alberi, gli animali, il mondo andrebbero avanti pure senza di noi, e magari meglio, no?”.

Avrei preferito mi dicesse che non voleva figli. 😦 Le ho detto che ha ragione. Che non valiamo la pena di vivere, sicuro, se siamo degli assassini e degli sfruttatori. Però, le ho detto anche che io sono contenta di vivere perché quando il mese scorso lei mi ha portato un mazzo di rose dicendomi che le ero mancata, quando ero stata via per lavoro a Malta, e poi mi ha abbracciata forte forte, io ero davvero felice e tra quello e non essere nulla, beh, sono contenta di aver vissuto quello. Insomma, non so che cosa ci facciamo qua e non so perché ci sono le persone pezze di merda che fanno cose cattive e ingiuste ma, forse, non lo saprò mai e l’unica cosa che posso fare è insegnare a lei a non essere come loro. Ecco, questo ho detto. Poi, visto che mi era passato l’appetito, ho messo da parte le uova sull’asparago con il parmigiano e l’ho abbracciata. Si è arresa, lo so. So di non essere stata troppo d’aiuto, ma di meglio non potevo fare, credimi. Qualche ora dopo, però, era sul mio letto e io ero al pc a scrivere e ad ascoltare musica ed è arrivata la canzone di Dalla “Felicità”. E’ stato là che abbiamo ascoltato quel pezzo che dice: “…se tutta la gente del mondo, senza nessuna ragione, alzasse la testa
e volasse su, senza il loro casino, quel doloroso rumore, la terra povero cuore, non batterebbe più”. L’ho guardata e le ho detto: “Hai visto? A qualcosa serviamo, no? La terra non batterebbe più…” E lei: “Certo, questo è quello che pensa lui!”. Sì, è quello che pensava lui, sono d’accordo e, se a me va bene, lo penso pure io. Mò, non so se la terra smetterebbe di battere ma, sicuramente, un po’ di differenza, permettimi, la sentirebbe… Dovremmo solo trovare il modo di liberarci dei pezzi di merda… 😦 e delle celebrazioni da quattro soldi.

2 pensieri riguardo “A me no, grazie.

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