Dire, fare, baciare… (parte 3)

Baciare

Successe la notte tra il 25 e 26 luglio del 1989. Tu te lo ricordi? Voglio dire, tu ti ricordi la data del tuo primo bacio? E dov’eri? E con chi eri? E come successe? E cosa pensasti in quell’esatto momento? E cosa facesti dopo? E come ti sentisti dopo? Io sì… E sorrido, nonostante tutto. Sorrido, ogni volta che ci penso perché non cambierei una singola virgola di questa storia, mai.

Ero arrabbiata. Dirai tu: e quando mai… 🙂 Ero arrabbiata perché mio padre aveva deciso di dare via la mia auto (una fantastica, megagalattica 126 rossa) per comprare, intestandola a mio fratello, una Golf bianca che avremmo dovuto condividere io e lui. Quante liti. Quante urla e quante botte, tra me e lui. La Golf, lui non l’avrebbe condivisa mai (e così fu) e io, il giorno dopo, avrei dovuto dare via la mia fantastica 126 rossa, amica di mille avventure sulla riviera ligure con i miei amici e con i miei gatti e cani. E’ una sfiga enorme nascere per primi e nascere femmina, in una famiglia terrona fin nelle radici delle radici. Non potrai mai avere il “potere” allocato al maschio (pure unico.. pensa te) nonostante la tua precedenza temporale nell’essere stata data alla luce. Non gliene fotte niente a nessuno. Almeno, ai miei non gliene fotteva niente. Sei nata per prima? Ok, per prima ti becchi tutta la merda e il resto è mancia che, magari, diamo agli altri e non a te. Nascere per primi non ti dà nessun privilegio, soprattutto se sei femmina. E questo è risaputo da tutti i primi figli. Chi dice il contrario, mi sa che si è perso un fratello (che è nato prima di lui) per strada. Oppure, più semplicemente, che ha avuto dei genitori che sapevano già fare i genitori e, di questo, dubito fortemente (me compresa, in veste di genitrice, che posso provare che è impossibile).

Ad ogni modo, era la notte del 25 luglio. Il giorno dopo papà avrebbe preso la mia auto e l’avrebbe portata a Sanremo per tornare indietro con la Golf. Marò quanto ero incazzata. Io mi ci lego alle mie auto. Ci parlo e le accarezzo sul cruscotto quando fanno uno sforzo in più per me e con me, mentre facciamo quel pezzo di vita assieme. A volte, quando trovo parcheggio, oppure quando riusciamo a guadare i fiumi di pioggia della tangenziale le dico: “figa che sei! hai visto che ce l’abbiamo fatta?”. Guarda, mi puoi pure prendere in giro, ma io penso che loro mi sentano. Vabbè… In coincidenza con ‘sta cosa mettici che andavo e venivo da Milano dove frequentavo l’università e tutte avevano un ragazzo e, in coincidenza doppia, mettici che ero due volte di più incazzata a causa del primo (di tanti) rifiuto amoroso.

Il fatto fu questo: avevo 24 anni e, credici o no, non avevo mai baciato un ragazzo. Mai. Sì, lo so, ci sono arrivata tardi, non me lo dire che lo so già. Sento dire di bambini che fanno il “labbra su labbra” già alle elementari. Io no. Io nemmeno quello. Non lo so perché e, sinceramente, non me lo chiedo. Penso che sia andata bene così, perché così doveva andare. Comunque, ora, posso fare questo discorso serenamente, ovvio, ma, allora, il pepe a culo (assieme a tutti gli ormoni che gridavano vendetta…) bruciava di brutto. Tutte andavano a destra e sinistra con tutti e io no. Facevo la figa dark dura e intellettuale che se ne fregava ma, in realtà, piangevo le lacrime cocenti dell’amore che non arrivava. Così, giunta alla venerabile età di 24 anni, probabilmente il mio inconscio decise che ‘sta cosa doveva cambiare e, una sera, mentre lavavo i bicchieri dietro il bancone del bar e mentre tutti erano indaffarati a servire, cucinare, urlare al pizzaiolo e far sedere i clienti, alzai la testa e lo vidi entrare. Non lo dimenticherò mai. Era alto, magro, scuro di capelli, vestito di nero ed era così bello che solo il Dio Sole poteva essere più bello di lui. Sorrise, venne verso di me e, appoggiandosi con nonchalance al bancone, mi sorrise e disse: “Hey, cicciona, come va?” :-/

Già… Forse ho dimenticato di dire che ero in carne. E ho pure dimenticato di dire lo conoscevo sin da bambina e che era un amico di mio fratello (sì, proprio lui, quello che non condivideva le Golf…) e mai avrei pensato di poterlo guardare così, in vita mia, eppure… successe. Probabilmente fu in quel momento che decisi che gli avrei scritto una lettera d’amore. Io son così: un’interventista. Non sto tanto a menar le palle per l’aia. Non mi piace aspettare (e l’ho già detto..). Soprattutto quando soffro e soffro di brutto per amore. Devo sempre cercare il modo di risolvere la situazione. Devo sapere di aver fatto tutto ciò che era in mio potere per potermi evitare il dolore e, magari, tornare ad amare ed essere amata. E ovviamente lo feci. Lo feci davvero. Scrissi una lettera e gliela diedi di nascosto, una sera. E, ovviamente, fui rifiutata. Gentilmente, bada, ma fui rifiutata. Ricordo ancora il momento in cui gliela diedi (la lettera…) e ricordo l’odore dei gelsomini del lungomare quando mi prese da parte, due giorni dopo, per dirmi che apprezzava il gesto ma, ovviamente, che non ci sarebbe mai stata storia tra di noi. “Mai, Rosa, perché hai scritto delle cose bellissime ma, noi noi potremo mai avere una storia. Comunque, grazie.” Due cose, tra le tante, mi fanno incazzare: chi mi dice MAI e chi mi dice GRAZIE quando gli dico che lo amo. Tu non sai. O forse si? Tu non sai il dolore e la rabbia e l’umiliazione e tutto il resto appresso. Però, ci avevo provato. Ci avevo messo tutta me stessa in quella lettera e sapevo che avevo poche speranze perché lui era il più figo di tutti che tutte le più belle si prendeva e dietro al quale tutte (belle e brutte) andavano dietro. Cheppirla che fui… 😦

La rabbia, sai, almeno a me, fa un effetto strano. Stravolgimento e ribellione. Così iniziai a non mangiare più panini con mezzo chilo di burro e acciughe, budini a colazione, pranzo e cena, pizze e pasta alla carbonara, gelati ed altre porcherie varie. Ricordo ancora che il mio pranzo preferito era composto da una bistecca di tondino, un’insalata verde, un pacchetto di grissini e una mela. Presi dalla cantina la mia bicicletta che chiamavo Jerry Lewis (vedi, già allora parlavo con i mezzi che mi “portavano” in giro) e mi facevo 12 chilometri al giorno, da Arma a Sanremo, andata e ritorno, di solito prima del servizio serale. Quella bicicletta sta da papà, ora. Prima o poi me la porto a Milano. Andavo all’università durante la settimana e il fine settimana tornavo ad Arma. Tre mesi. In tre mesi persi ben 20 chili. Lui andava e veniva al ristorante, sempre tutto figo e allegro. Io mi nascondevo dalla vergogna e dalla rabbia, per non schiaffargli in faccia le bottiglie di Crodino che si beveva. Ah, quanto avrei voluto farlo…

Arrivò, dunque, il 25 luglio del 1988. L’ultimo servizio finì ben dopo la mezzanotte. Anche quella sera lui era stato a mangiare da noi. Ormai ci faceva l’abitudine. E quella sera era pure felice perché la sua squadra di calcetto aveva vinto e lui li aveva portati a cena dal suo amico (mio fratello…). All’una chiusi il bar, bello lindo e pulito. Aspettai che rimettessero a posto il forno e la cucina e tirai su tutte le sedie. Marò, quel ristorante quanto era grande. A volte le sale ce le dividevamo in quattro e io mio prendevo le due di dentro più il bar e mia sorella quelle di fuori. Beh, prima che tirassero giù la serranda chiedo a mio padre, che era seduto alla cassa che si trovava vicino al forno, le chiavi dell’auto. Mi chiede perchè. Io rispondo che voglio fare un ultimo giro con la 126 e lui sorride dandomi le chiavi. Mio padre le sa certe cose. Sento mio fratello, che sta chiudendo il forno, che mi prende in giro parlando con “lui”. Stranamente “lui” non risponde. Esco, mi accendo una Muratti, metto in bocca un chewing gum alla menta e mi avvicino alla macchina mentre qualcuno mi corre dietro. E’ “lui”, affannato, che mi chiede dove vado. Gli rispondo che non lo so, scocciata. Oramai non me ne frega più nulla di lui, del mondo e di tutto il resto. Dico che prenderò l’Aurelia per Genova e mi fermerò solo quando finirà la benzina. Mi chiede se può venire con me, a farmi compagnia. Gli rispondo di sì, senza false speranze. E via, io, lui e la 126 con la musica dei Simply Red sparata a palla, verso Genova. Ma anche no.

Dopo quasi un chilometro, sul ponte che porta a Riva Ligure, mi chiede se conosco la strada per l’argine destro dell’Argentina. Rispondo di no. E lui dice: “Tu guida, io tengo il volante.” Fu là che mi iniziò di nuovo a battere il cuore, credo. I Simply Red dicevano che “a new flame” era arrivata e io, cercavo di cantare lievemente per calmarmi. I miei piedi facevano andare i pesanti pedali di freno, frizione e acceleratore. Le gambe tremavano. Quello lo ricordo. Le gambe mi tremavano. Lui metteva la sua mano sulla mia per guidarmi e io tremavo. E così fu che il mio viaggio lunghissimo con la 126 durò esattamente 15 minuti perché, dopo un quarto d’ora che avevo avviato l’auto, mi ritrovai sul buio argine destro della foce del torrente Argentina a guardare le luci del ristorante dei miei che si spegnevano, dall’altra parte dell’acqua, sull’altra riva, a sinistra. All’epoca non c’era la darsena con tutte le sue barche e non c’era modo di arrivare in quei posti facilmente. Terra selvaggia era. Sento ancora il profumo. Il suo profumo (Drakkar noir… chisselodimentica) e quello dell’aria ‘mbarzamata (la sai la canzone? Era de Maggio). Non penso esista una vera traduzione per ‘mbarzamata. E’ quel profumo dolce che ti arriva a tratti e ti stordisce lentamente. Profumo di fiori selvatici, aria tiepida, foglie fresche, mare e “lui”. Sì, lui. Tre volte mi sono innamorata, nella mia vita. Tutte e tre le volte è stato il loro profumo a sancire il mio amore per loro. Drakkar Noir, Calvin Klein e un altro che se vedo la bottiglia mi ricordo il nome. Sarà una cosa atavica, credo. Il nostro lato animale che viene fuori e ci ricorda di dare strada ai nostri sensi e non alla ragione, soprattutto in certe occasioni. Già, il profumo è quello che ricordo. Ma ricordo anche che mi dovetti fermare perché, oltre, non potevo più andare. Altrimenti saremmo cascati in mare. La strada sterrata costeggiava la riva del fiume. Tiro su lentamente il freno a mano. Sembra ghiacciato, paragonato alla mia mano bollente che lo tira su. Guardo a destra. Le onde del mare si uniscono lentamente, molto lentamente, a quelle del fiume. Chissà che sapore ha l’acqua, là dove si unisce il fiume al mare. La luna illumina l’acqua e il buio ci circonda. Mick Hucknall canta che vuole dare “more and more of my love…” e io sento che mi manca il fiato. Lui mi chiede perché sono incazzata e io, ringraziando silenziosamente lui, Dio, la Madonna e tutto il circondario per il l’opportunità concessami di esalare l’aria che tenevo nei polmoni da qualche secondo e che non so quando e se mai sarebbe stata respirata, inizio a parlare male di mio fratello e delle ingiustizie rivolte ai primogeniti e del fatto che io ci tengo alla mia 126. Sono tutta infervorata e lo vedo che se la gode. Si gode me che parlo, parlo, parlo e gesticolo e faccio espressioni che lo fanno ridere. Mi accendo un’altra Muratti. Lui me ne chiede una e gliela passo. Mi chiede di accenderla e gli passo l’accendisigari dell’auto, ma lui dice che vuole accenderla dalla mia. Ecco, di nuovo… 😦 E mi ero appena calmata, che cavolo… Questo si chiama flirtare? Non lo so. Almeno, allora non lo sapevo. Arrossisco. Lo sento che sto arrossendo. Si gode me che arrossisco ma, imperterrita, ricomincio a parlare. Parlo, parlo, parlo e gesticolo e faccio espressioni che lo fanno ridere. Mica lo faccio apposta, sai? Io parlo, parlo, parlo e, tutto ad un tratto, proprio mentre Mick inizia a cantare “If you don’t know me by now…” lui mi chiede: “Mi dai un chewing gum?”. Gentilissima, prendo il pacchetto delle Brooklyn, glielo passo e ricomincio a parlare quando, invece, lui, guardandomi serio, mi restituisce il pacchetto e dice: “No, grazie. Vorrei quella che hai in bocca…”.

Penso che sia stato in quel momento che la mia personalità da sfruculiatrice, anche in amore, ha preso il sopravvento e, da allora, non se ne è più andata via. “If you don’t know me by now” continua ad andare… L’aria calda, il profumo, la luna. Il mondo intero era ai nostri piedi.

Sorrido, sorride, sorridiamo. La mia mano va lentamente alla mia bocca. Prendo il chewing gum con due dita e glielo porgo dicendo: “Così?”

Sorride, sorrido, sorridiamo. “No…” dice lui prendendo il chewing gum dalle mie dita, mettendoselo in bocca e accostandosi a me, mentre le sue mani prendono possesso dei miei fianchi: “così….”.

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Mia figlia sta giocando con il caleidoscopio che ho comprato qualche settimana fa. Ho appena finito di scrivere “così…” e lei dice ridendo “che esperienza mistica, mamma…”. Destino. Non avrei saputo descrivere meglio quel momento. Niente succede per caso, vero?

Già. Un’esperienza mistica. Aspetta di essere baciata per la prima volta, Lalina del mio cuore, dall’uomo che ami, possibilmente. E poi mi dirai cosa è un’esperienza mistica tra il primo bacio e un giro con il mio caleidoscopio.

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Tornai a casa alle 5 di mattina. Ero a dir poco in estasi. Mentre l’ascensore saliva su, al secondo piano, mi guardai allo specchio per vedere se era cambiato qualcosa in me. Pensavo che gli effetti del primo bacio si potessero “vedere” davvero, fisicamente, per quanto si era felici. Pensavo che avrei visto un nuovo alone, intorno a me. Una nuova luce che mi avrebbe pervasa da allora in poi, fino alla morte, perché ora sapevo come si limonava e, per di più, l’avevo pure fatto. In realtà, arrivata in casa andai in bagno e mi guardai meglio in bocca. Ci trovai delle placche. Mai passare chewing gum a sconosciuti con la tua bocca, se puoi…

Per la prima e unica volta nella mia vita, mi dimenticai di comprare i fiori a mamma per il suo onomastico, tanto ero fuori di melone. Finì due settimane dopo. Non do la colpa a nessuno. Dico solo che ci sono certi uomini che hanno il pisello al posto del cuore e del cervello. Beh, lui ci aveva un campo di piselli da 10 ettari in tutto il corpo.

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Degli altri 6 “primi baci” che seguirono, ne ricordo solo due. Uno non fu per niente un’esperienza mistica, anzi… E già là avrei dovuto capire.

L’altro, invece, no. Per ora è l’ultimo “primo bacio” che ho dato e anche quello successe in un’auto. Bizzarra ‘sta cosa. Non ci avevo pensato. Successe un giorno di pioggia di ottobre. Sembrava non avessimo mai fatto altro nella nostra vita, che baciarci. Sì, credo che non ci sia bisogno di dirsi palle. Quando si è innamorati davvero, lo si sa.

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La Golf condivisa non durò molto e papà mi comprò un’altra 126 tutta per me. 🙂

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A onor di cronaca, e per dare un volto ai personaggi, ti metto una foto di me prima (con mamma) e dopo la dieta e una foto di me e lui (opportunamente oscurato)… con la 126. 🙂

Buon ricordo del primo bacio a tutti…

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