La morte si avvicina

Arrivi alle 8 meno un quarto. E, già là, ho capito. Non è che tu non ci tenga a lei o che non la ami ma, onestamente, venire perfino due ore e un quarto prima per accompagnarla a quella jam session dove lei voleva tanto andare (e tu no…) non mi sembra normale. Io non ho ancora l’auto e tu, obbligatoriamente, mi devi sostituire nel ruolo di tassista della nostra sedicenne esigente e nottambula… 🙂 ben ti sta. Ora sai cosa vuol dire fare le ore piccole per i figli. T’ho graziato per così tanti anni in nome della “non rottura di palle da parte tua che ti lamenti sempre” che ora, davvero, mi chiedo come possa essere stata così stupida da non averti mai obbligato a farlo e basta; per il tuo ruolo. Solo ed unicamente per il tuo ruolo.

Tant’è che, comunque, ti presenti più di due ore prima e ho già capito. Lei è sconcertata. Mi chiede se ti ho fatto il culo a parolacce per farti venire così tanto in anticipo. Rispondo di no perché non ho nemmeno il tempo di morire, figurati pensare alle vostre beghe genitorial-emotive… Abile mentitrice, e scaltra manipolatrice… lo so, lo so… Ma in questo caso è vero. Non ho fatto nulla.

Entri di corsa. Inizi a svestirti della tuta da pioggia balbettando qualcosa che non si capisce nulla. Odiavo questo di te. Odiavo che, nei momenti concitati o in cui noi si dovesse parlare, discutere di noi, della nostra vita, di lei e del suo futuro tu iniziassi a parlare così velocemente e frettolosamente da masticarti consonanti, vocali, dieresi, congiunzioni e verbi coniugati che non si capiva un cazzo e io scleravo. Lo odiavo. Sembrava te ne volessi liberare subito, di quelle conversazioni. Io, invece, penso che siano quelle che fanno crescere la gente, anche quella che vive assieme. Sopratutto quella che vive assieme. Verbi coniugati. Coniugati. Coniugati. Due cose che si mettono assieme e ne formano una. Parla-re, parla-to, ama-re, ama-to. Sì, t’ho amato. E penso che, a modo nostro, ci amiamo ancora, anche ora. Dopo tutto il dolore e dopo tutto il male che ci siamo fatti. Mi guardi e capisco che la situazione è pericolosa. Stai perdendo il centro. C’è qualcosa che ti ha spaventato. E l’unico posto dove potevi andare per rifugiarti era qua, anche due ore prima… Ok… Ok… Va bene. Blabberi sul fatto che non sai se puoi accompagnarla perché non stai bene. Lei dice, scorata e delusa: “Lo sapevo…”. Cheppalle… mò ne ho due da riacchiappare. Ok, facciamo così, inizio col rimettere a posto te e ti chiedo: “Stai male dentro o fuori?” Mi vien da ridere. Io odiavo che tu balbettassi. Tu hai sempre odiato che io andassi sempre dritta al punto e, spesso e volentieri, verso quel punto che a te non è mai piaciuto raggiungere. “Non lo so”. Sorrido, sospiro e ti rispondo… “Dentro uguale cuore-sole-amore, fuori uguale diarrea e mal di pancia. Allora?” Stai male, lo vedo. Stai proprio male. “Non lo so t’ho detto! Magari un bicchiere di vino mi fa stare meglio. Magari mi bevo un bicchiere di vino e sto meglio.” Sei astemio… allora stai proprio male. Vedi? Lo vedi il meccanismo dei drogati e degli alcolizzati? L’hai visto? Tu non lo sei, Dio no. Mai lo sarai ma, lo vedi? Lo vedi come la gente si può fare del male, se non ha un posto dove rifugiarsi quando sta male dentro? Lo vedi?

Sulla mia tavola spesso, di sera, c’è un bicchiere di vino. Una volta m’hai dato perfino dell’alcolizzata. Maddimmite. Mio fratello una volta mi chiamò “La regina della cantina”. Vabbè, lasciamo perdere. La verità la so io. E tanto deve bastare. “Vieni, siediti qua, vicino a me e parliamo”. E là, gli occhi ti si riempiono di lacrime. Stai fermo, come un bambino impaurito, paralizzato con la schiena contro il frigorifero. Una pacca sulla sedia vicino a me. “Dai, vieni, siediti e beviti un bicchiere con me. Vuoi dei pistacchi? Un pezzo di formaggio?”. La tua andatura da orso Yoghi, una volta, mi fece innamorare. Ora ti guardo e provo un sentimento così forte di protezione. Un sentimento assurdo di protezione. Come se fossi mio figlio. Sarò stata tua madre, in un’altra vita? Può darsi. Mi devo dire, però, che ho fatto un lavoro di merda, come madre, con te. Onestamente, me lo devo dire. Ti strofini gli occhi e ti siedi, goffamente, di fronte a lei e accanto a me. La luce della piantana fa luccicare i lati rugosi e stanchi dei tuoi occhi. Lei tace. Ha capito che non deve dire stronzate e non si deve lamentare. Non è ora. Tua madre sta morendo e, in qualche assurdo momento di mezz’ora fa, appena uscito dall’ospedale, ti sei accorto che sta succedendo davvero e sei corso qua, spaventato. Non ti tocco, non ti abbraccio, non mi avvicino. Per più di un’ora, parlo, ascolto, bevo e condivido i miei pistacchi con te, mentre lei, silenziosa, ci guarda e sorride quando, finalmente, ti metto nell’angolo degli arresi con le mie parole da tre soldi (come le definivi) e ti lasci andare all’ineluttabilità di questa sporca vita sorridendo un pochino e molto, molto più sollevato di quando eri entrato. Poi parlo con lei. Non c’è voluto molto, anzi. Anyway, alla jam session non ci siete andati ed eravate entrambi contenti di non esserci andati. Bon, pure ‘sta volta ce l’abbiamo fatta.

Dio mi perdoni ma, non so perché, ogni volta che faccio queste cose, sto di un bene dentro che non ti posso dire. Ho aiutato qualcuno a stare meglio dentro. Sono una specialista, sai? Sono una dottoressa del cuore e dell’anima. Non sono una cardiologa. Per me, sono meglio. Sono una di quelle persone che stanno bene solo se fanno stare bene gli altri. Vuoi mettere? Tu non sai quanto io ci guadagni, dentro, a fare stare bene gli altri dentro. Vieni pure quando vuoi, davvero. La mia porta, il mio cuore e la mia anima sono aperti sempre. Pure questa, se ci penso, è una delle ragioni principali per le quali ci siamo separati. Tu non hai mai accettato questa cosa di me e me l’hai sempre rimproverata dicendo che casa nostra era il “Rifugio degli appestati” perché venivano tutti a farsi consolare da me. Non cambierà mai, lo sai. Sarò sempre la dottoressa del cuore e dell’anima. Lo sarò sempre e la mia porta sarà sempre aperta. Per te e per tutto il mondo dietro di te, sempre. Ora vado, và… che qualcuno ha bussato.. 🙂

A proposito, mi devi ‘na scatola di pistacchi, che te li sei scofanati tutti e pure ‘na bottiglia di riserva rosso!

 

 

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