I spy with my little eye

C’è una cosa che ho scoperto molte persone fanno, come me: guardare attraverso le finestre.

Adoro guardare attraverso le finestre delle case, mentre passeggio o vado al lavoro con i mezzi. Con il tram è più facile e gratificante, sappilo. Con l’autobus, specialmente con la 90 o la 91, si va troppo veloci che non riesci bene a focalizzare e rimani un po’ delusa. A volte mi chiedo se agli autisti della circonvallazione esterna diano qualche droga particolare prima di farli lavorare. Vanno così veloci, sulla preferenziale, che, spesso, me se arripresentano tutti i pranzi e le cene dei sette giorni antecedenti al viaggio che sto facendo.

Dicevo, le finestre, sì… L’altra sera, mentre eravamo a cena, Laura mi ha confessato questa sua “perversione”. 🙂 Ho riso, le ho confermato che potrebbe essere una tara ereditaria e, per di più, le ho detto di essermi regalata per Natale questo stupendo libro di Gail Halbert Halaban (http://www.gailalberthalaban.com/) che ha fotografato l’intimità di alcune finestre parigine (Clicca qua). Cosa c’è di più bello? Probabilmente lo stesso libro, ma di Londra. Lo devo trovare. Sono sicura che esiste. Poi, lo cerco. Vedi, le finestre parigine, sono belle ma, quelle londinesi, sono diverse da tutte le altre. Perché? Perché a Londra ci sono i basement. E le finestre dei basement sono semplicemente fantastiche perché ti danno una visione più ampia e dall’alto del tutto. Quando abitavo a Sinclair Road con Ben Djamel, tornando a casa dall’ufficio, ogni sera passavo sempre davanti a una marea di appartamenti molto chic e molto English style che risiedevano nei basement. I basement sono sotto il livello del marciapiede e, delizia delle delizie, di solito, la camera che è “visibile” ai passanti è la cucina o, meglio ancora, il salotto o reading room. Sono bellissime, nella loro quieta e tranquilla atmosfera familiare. Se poi ci metti che agli inglesi (e a chi va abitare in quella nazione) prima o poi viene la malattia della decorazione folle del “windows sill” (quello che chiamerei “davanzale interno”) allora hai almeno 1 anno della tua vita da passare ad osservare la vita degli altri in almeno solo una strada, credimi. La vita degli altri, già… Ma non solo. Da quelle passeggiate solitarie, una sera, trassi una “fotografia” del cuore. Del mio cuore, nel senso che l’ho catalogata là come espressione di quello che per me è obiettivo emotivo da raggiungere. Era buio e nevicava. La casa era bianca. La finestra aveva delle tende bianche semplicissime che scendevano fin giù alla moquette marrone scuro. A destra vidi un vecchio divano marrone scuro, in pelle, forse. Una luce calda rosa-arancione veniva diffusa da una lampada su un comodino antico a lato del divano. Di fronte al divano c’erano un tavolino in legno, la televisione spenta e il camino acceso. Un’altra lampada illuminava l’altro lato del divano e della camera. Non vidi su cosa poggiava. Sul tavolino che stava di fronte al divano vidi una decina di libri impilati disordinatamente, qualche giornale e qualche altro suppellettile. Dei quadri sulle pareti, con i faretti dalle gentili e timide luci puntate sul disegno, davano la nota di colore. Ricordo un rosso e un bordeaux e un verde scuro. Sul davanzale c’erano altri libri e, se non ricordo male, una pianta.. forse un’erica. La cosa più bella? Sul divano c’era un uomo biondo bellissimo. Era seduto sul divano comodamente, con un libro in mano che leggeva, sembrava, avidamente, senza curarsi del mondo intorno a lui. Una tazza di tè sul tavolino alla sua sinistra e le gambe allungate sul tavolino di fronte a lui avevano quasi completato la fotografia. La cosa ancora più bella? Sentii una musica venire da quella finestra. Musica classica. Satie… Conoscevo quella musica. Era Satie. Forse è stata l’unica volta, nella mia vita, che mi sono fermata davanti a una finestra. Di lato, però… Così che lui non mi vedesse. Riuscivo solo a scorgere i suoi piedi sul divano, ma non era lui che mi importava. Era tutto il resto. Era pace e serenità. Era tranquillità e calma. Era quiete e dolcezza. Era calore e protezione. Era rifugio e sollievo. Era gioia e completezza della solitudine che io tanto apprezzo. Forse… forse era felicità. Ma dato che non credo nella felicità, perché non la conosco e non la so distinguere, ma solo negli attimi di benessere e di buona vita, direi che forse era solo un momento buono di quel tempo e quello spazio. D’altronde, se fosse stata veramente felicità, allora… allora mi sa che sono stata testimone e ladra di un attimo di felicità. Noi, quelli che guardano dalle finestre degli altri, siamo ladri di fotografie del cuore. Alcune sono belle, altre sono brutte. Comunque, noi fotografiamo e rubiamo. Già… Da allora ne ho cercate altre, come quella, di finestre. Mai più ne ho trovate. Ma continuo a cercare. O, meglio, prima o poi finirò di costruire la mia. Mi manca ancora qualcosa…

Un pensiero riguardo “I spy with my little eye

  1. sbirciare dalle finestre…
    da noi lo fanno le pettegole che sanno tutto di tutti.
    impossibile a crederci ma sanno persino se il vicino è uscito di casa a notte inoltrata e la mattina dopo alla bottega spettegolano per valutare se qualcun’altro ne sa più di loro. Nel mio camminare nelle ore dopo cena per una buona digestione e prima di ritirarmi in casa passo volendo sbirciare attraverso finestre che affianco camminando, aperte di scuri e a lasciarsi guardare. Nulla di più di immagini familiari con indigeni a guardare la televisioni e donne a far di calza. Buona terza candela

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