Fine

Piove. Esco, per l’ennesima volta, di corsa dall’ufficio per andare in ospedale. Oramai ci ho fatto l’abbonamento. Ci si abitua, dopo un po’, agli ospedali.

Mettere la parola fine è difficile. Soprattutto quando proprio non te l’aspettavi o quando tutto avresti voluto, meno quello. Negli ultimi anni lo sto facendo sempre più spesso. Non so se è dell’età o della vita. Opterei più per la seconda, soprattutto in questo caso. E, tra me e te, di una cosa sono sicura: non mi faccio più tanti scrupoli. Almeno, me li faccio solo per le cose che mi importano davvero. Solo così, forse, riesci a capire cosa davvero ti importa. Quando vedi che tanto tanto male dentro non stai, allora, volente o nolente, ti rendi conto che più di tanto non ti importava. E fai quella logica selezione. Meglio così, ‘fanculo il mondo.

Ho dimenticato l’ombrello in ufficio. In realtà, me ne sono accorta proprio appena uscita e sarei potuta rientrare, ma non l’ho fatto. Chemmefrega, mi son detta. Tanto devo correre in ospedale e poi a casa. Tutto coi mezzi… E poi pioviggina solo un pochino, no? Ricorda, è sempre e solo una questione di scelte.

Mi spiace. Mi sono addormentata spesso, negli ultimi mesi, con questa frase in mente e svegliata, di nuovo, con questa frase nel cuore. E’ un po’ che la continuo a dire. Dentro e fuori di me e a te, mia cara. Sì, mi sei cara davvero. Lo continuo a dire a te, a te, a te… da così tanto tempo, ormai. A te non smetterò mai dirlo, anche se non ti vedrò mai più. Ma tu sai. Tu lo senti. Io so che mi senti. Sarò pazza, ma io so che mi senti. Ne abbiamo vissute troppe assieme, per non “sentirci” più, io e te, mia cara. Tu sai sicuramente che ogni giorno di quello che mi resta della mia stramba vita, io ti chiederò per sempre scusa.

Il buio di via Tito Livio mi coglie di sorpresa. Odio il buio dell’inverno. Odio il non vedere il cielo quando mi sveglio e non vederlo quando esco dall’ufficio. Corro verso la 91 che mi porterà un po’ più vicino all’ospedale. E sono pure in ritardo. Marò, le giornate di merda…

Perderti è stato un dolore infame. Un giorno eri là, con me, accanto a me. Il giorno dopo, non c’eri più. Come succedono queste cose? Perché nessuno ci avverte? Com’è che lo strazio che si prova dentro nessuno lo prevede? Com’è? Com’è che ti stavo per perdere e non ho avuto sogni premonitori, avvertimenti, sentimenti strani? Com’è che mi si spezza il cuore e nessuno lo capisce? Mi spiace, mi spiace, mi spiace. E’ stata tutta colpa mia. Ti prego perdonami, se puoi, ti prego. 

Cerco di fare mente locale sulle cose che devo dire, fare e sui documenti che dovevo portare. Risultati biopsia, eco e tutto il resto… Cazzo!!! Ho dimenticato gli esami del sangue?! Non ce la posso fare. Davvero, certe volte si va davvero al di là del bene e del male a forza di correre e perdersi dei pezzi di vita.

Volevo venire a vederti da lontano. Poi non volevo venire a vederti. Poi mi sono detta che mi manchi così tanto, ora più che mai, che sarei stata una emerita stronza a non venirti a vedere almeno un’ultima volta. Magari, se non ci fossi riuscita da vicino, avrei voluto accarezzarti da lontano con le mani della mia anima e del mio cuore, per poi lasciarti andare via, come così deve essere. Che dolore, che dolore. Ne abbiamo vissute così tante assieme. Troppe. Troppe per non lasciarti con un pensiero, anche piccolo, che poi, magari, si perderà nei meandri di questo mondo telematico che nessuno vede, ma al quale tutti crediamo. Quasi come Dio.

Non mi piace la 91. Non mi piace perché puzza e c’è sempre qualche ubriacone, soprattutto la sera. E vabbè, me la dovrò far piacere fino a quando non avrò la macchina nuova o fino a quando, Dio volesse, ritrovano Pandina. Ogni sacrosanta volta (e lo giuro) che salgo sui mezzi penso a lei. Sempre, sempre… Chissà dove sei, Pandina. Maledetta me che quel 24 luglio ti ho lasciato aperta e pure con le chiavi nel cruscotto, porca di quella immensa troia, che mò mi devo sopportare i mezzi dell’ATM all’infinito… 

Mi manchi, sì. Troppo. Mi manchi tanto. Ce ne rendiamo conto sempre così tardi, di certe mancanze. Mi manchi fisicamente, sai? Mi manchi così tanto che le mie mani, a volte, ti cercano senza che io me ne accorga, magari per darti quella pacca o quella stretta che mi faceva sentire più tua. Ero così abituata a te. L’abitudine è una brutta cosa. Davvero. Ti fa dare tante cose per scontate. Io e te eravamo una cosa sola. Quante volte? Quante volte ti ho parlato mentre tu, silenziosa, mi ascoltavi e basta? Quante volte ti ho curata dentro e fuori di te e ti ho ringraziato di esserci? Quante volte abbiamo pianto assieme? Io so che tu piangevi con me, lo so. Non ho mai visto le tue lacrime, ma so che piangevi con me tutte le volte che scappavo lontano lontano per stare da sola. Quante volte ti ho guardato orgogliosamente pensando che solo con te ho potuto sperimentare le due parole più importanti del mondo? AMORE e LIBERTA’.

Ecchice qua… E sono in ritardo e il medico me lo fa notare. E che vuoi che cazzo sia, un ritardo di 5 minuti nello scorrere del tempo dell’umanità intera? Ma fammi il favore. E mi si è pure inzuppato il giubbotto, porca puttana… Ah, ma finirà ‘sta giornata? Magari compro un ombrello da un marocchino, fuori dalla metro, và. Ma mi ruga così tanto farlo, visto che ieri sono andata con Marco all’Ikea e ne ho comprati ben 4. Hmmm… mi devo ricordare di mettere la scritta “COGLIONA” dopo il mio nome nella firma dell’email, và. Così lo sanno tutti. E me lo ricordo pure io, just in case.

Con te sono stata libera, libera, libera. Libera di essere me stessa, di andare ovunque io volessi, di fermarmi a pensare o continuare a vivere. Di andare lontano lontano lontano assieme ed essere libere assieme. La libertà, ripensandoci, ce la siamo date entrambe, mia cara. Con te ho vissuto il vero amore ben due volte. Sei entrata nella mia vita per amore, solo per amore. Ne sei uscita dopo che mi sono resa conto che l’amore vero è quello che ti fa stare in pace con il mondo intero, e tu ne hai fatto parte, di quel mio mondo per così tanti anni. 

Visita finita. La vita è una merda, te l’ho mai detto? E vabbè… Niente di nuovo sotto il cielo milanese a parte ‘sta pioggia infame che sta peggiorando. Decido. Nessuno ombrello. Se sono stata cretina abbastanza da non risalire su per pigrizia, sarò pure abbastanza cretina da bagnarmi, prendermi un bel raffreddore e curarmelo. E, onestamente, tra tutti i problemi di salute che ho, il raffreddore è davvero un granello in una spiaggia di ventimila ettari di sabbia. Non so perché, credimi, non corro. Mi tolgo il cappello e mi dirigo lentamente verso la metro. Ricordo che quando ero ragazza, non appena iniziava a piovere, salivo in bicicletta e facevo il giro di Arma andando a zig zag nella strada e bagnandomi come un pulcino. Mi piaceva farlo. Certa gente è davvero pazza… Prendo il cellulare e vedo che c’è una chiamata da un numero che non conosco. Lo richiamo.

“Buonasera, mi hanno chiamato da questo numero. Mi chiamo Parrella.”

“Ah, è lei! La signora della Panda!” (avrei scoperto solo ieri cosa voleva dire con “la signora della Panda”)

“Oddio! Non mi dica che l’avete ritrovata! Oddio! Ma che bellissima notizia!”

“Oh, signora… Sì, l’abbiamo ritrovata, questa è la polizia di Samarate ma, signora, mi sa che non c’è molto da essere allegri…”

“E perchè? E dova sta Samarate?” Mi manca l’aria. Sto male. Mi manca l’aria. Vedo le luminarie e mi chiedo perché brillano così tanto. Marò, che caldo. Marò, come piove.

“Signora, mi spiace, ma la macchina è stata bruciata, distrutta. Non ne è rimasto nulla. Mi spiace davvero. E’ così distrutta che l’abbiamo mandata subito dal rottamatore… Voglio dire, così bruciata che pure noi ci chiediamo che cosa possano averci fatto con la sua auto. Non ne ho mai viste di così conciate, davvero, mi spiace… Devono averci fatto davvero qualcosa di molto brutto. Ho visto che non ha fatto la cessione di proprietà, signora, ma perché?”

Ho singhiozzato, mentre iniziavo a piangere. “Io… cessione? Non… non ho voluto. Speravo di trovarla. Io… io… io non ho capito. Perché la dovevo abbandonare? Magari ritornava. Ma davvero non si può recuperare? Ma io posso venire a vederla? Cosa devo fare?”

E’ rimasto scioccato pure lui. Lo sento. “Signora, sento che è scossa. Facciamo così. Lei ora si rimette un attimo assieme e poi mi chiama, anche domani, e ne parliamo. Stia tranquilla, ora è dal rottamatore e non ci faranno nulla fino a quando lei non fa la cessione di proprietà. Va bene?”

No, porco di quel maledetto infimo inferno! No. Non va un cazzo bene. Metto il telefono in tasca. Non so se ho chiuso la comunicazione. Piove così forte che le gocce mi fanno male in faccia. Non mi copro. Dio, la sensazione di essersi persi in un momento della tua vita quando pensavi, invece, di essere nel posto giusto nel momento giusto, l’hai mai provata? Ecco… Sono in questa maledetta strada buia e non so dove andare. Piango e la sensazione è stranissima. Gocce di pioggia fredde si mischiano alle lacrime calde. Penso che devo andare da qualche parte, ma non so dove. Dove cazzo è Samarate? Che ore sono? Dove è casa mia da qua? Oddio… prendimi in braccio, per favore. Prendimi in braccio. Inizio a camminare e, dopo troppo tempo sotto la pioggia senza ombrello, mi ritrovo a Missori. Bene, almeno un po’ di fottutissima luce. E via per casa.

Carissima, dolcissima, immensa Pandina. Lo so che qualcuno penserà che è una esagerazione. Qualche stronza che conoscevo mi avrebbe detto: “E vabbé, dai, non esagerare, cosa vuoi che sia mai… Era solo una cosa. Vuoi mettere davanti a un tumore? Dai… non esagerare.” Beh, se permetti, mia carissima stronza, il tumore ce l’ho e me lo tengo e ci convivo benissimo e non lo porto a paragone di nessuna disgrazia perché è una cosa che mi fa davvero incazzare, portare a paragone certe cose. E, come il tumore, avevo pure una Panda che non mi sono riuscita a tenere bene e, sempre tumore permettendo, scelgo, oggi, di stare male per la mia Panda che non è più con me e con la quale ho riso, pianto, amato, amato, amato (AMATOOOOOOO) e vissuto, vissuto, vissuto le cose belle e brutte della mia vita degli ultimi 17 anni. Ci sono certe cose che vanno oltre la parola “cosa” e Pandina, sicuramente, era una di queste. Oggi, grazie a Dio, posso ancora scegliere. La vita è solo ed unicamente una questione di scelte. Con Pandina sono arrivata qua, a forza di scegliere se andare a destra, sinistra o dritto. A volte, perfino, con lei ho potuto pure scegliere di tornare indietro. Quante volte, Pandina, vero? Sì, oggi scelgo di star male per lei e, puttana di quella grande miseria, lo farò fino alla fine e poi andate tutti a fare in culo. Al resto, ci penserò domani.

Pandina mi fu regalata da Marco perché stava per nascere Laura. Lei e Laura erano amiche per la pelle. Laura ha iniziato ad ascoltare la musica da Pandina. Le audio cassette dei Van Halen e dei Bon Jovi che ci abbiamo ascoltato tra un viaggio e l’altro… E pure Massimo Ranieri e Le Vibrazioni. Le gite, le vacanze al mare, i “vai Pandinaaaaaa” urlati a squarciagola in autostrada quando superavamo i Tir oppure quando riuscivamo a guadare i fiumi di pioggia che ci sembrava di galleggiare, i concerti, i posti assurdi dove ci ha portato con quel suo verde acqua che tanto piaceva a Laura, solo io e lei li ricordiamo. Tutti i ragazzini che ci ho portato in giro, durante le elementari perché i genitori non li potevano accompagnare a scuola. I mobili di casa che ci ho caricato sopra quando andavo all’Ikea. La spesa. E poi, le corse a Vermezzo, tutte le volte che litigavo con Marco. Io e lei, che correvamo via, lontano da tutto e tutti, per fermarci, stanche e deluse, davanti al cimitero di Vermezzo a guardare la campagna che cantava di grilli e cicale mentre le puttane della Vigevanese ci si nascondevano dentro con i loro clienti. E quante volte ho scritto di me e te, Pandina, su questo blog? Parte integrante della mia vita, sei stata. E poi… quel bacio. Quel bacio che mai più dimenticherò. Quel bacio che rimane piegato, tra le pagine dei ricordi di un’altra giornata piovosa di così tanti anni fa. Quel bacio io l’ho dato e ricevuto quando ero dentro di te, Pandina. E quello era ed é vero amore.

Marco mi accompagna. Lo so che lo fa solo perché gli ho trovato la badante per la madre. Va bene così. Samarate. Di tutti i posti, Pandina, che cazzo vuol dire Samarate? Non lo so. Un giorno, forse lo scoprirò. Laura ha perso un giorno di scuola per venirla a salutare. Lo ha scelto lei. E poi mi ha detto: “Mamma, se possiamo, prendiamo un pezzo di Pandina e ce lo portiamo a casa, ok? Dai, non piangere…” Più mi avvicinavo, più stavo male. Volevo vederti e non volevo vederti. Ma sapevo che se non ti avessi vista non me lo sarei mai perdonata. Poi, tra la nebbia e il sole d’inverno, siamo arrivati. E’ bello, Pandina, andarsene via con il sole, lo sai. Mi hanno detto che qualche settimana fa hanno chiamato i vigili dicendo che c’era un’auto che bruciava nei boschi del varesotto. I vigili pensavano che fosse uno scherzo. Poi un cacciatore ti ha vista e li ha chiamati. E loro sono rimasti di sasso. Eri proprio in fondo, in fondo al bosco. Ti ho chiamata così tante volte, Pandina, lo sai? Ogni volta che vedevo un’auto come te. E la tua targa non la dimenticherò mai. I tuoi numeri sono la data di nascita di mia madre, come mai potrei?

Arrivo dal rottamatore che ho già lasciato mezz’anima dai vigili dove ho firmato l’atto di ritrovo. Marco sta zitto. Laura pure. Entro e solo Laura mi accompagna. I tizi che sono là dicono, pure loro, “Ah, la signora della Panda”. I vigili ci hanno accompagnato perché è fuori mano. Ci sono centinaia di auto una sopra l’altra. Quanto amore, odio, risate c’è stato in quelle auto? Quanto? E dove è ora? Inizia a mancarmi di nuovo l’aria. Solo quando Laura mi dà una pacca sulla spalla dicendomi, con gli occhi, “coraggio” inizio a piangere e balbetto: “La posso vedere, per favore, la posso vedere?” Il rottamatore si stupisce e mi dice: “sì, io la porto però, lei, mi promette di non starci troppo male? davvero, non ci stia troppo male…” Non riesco a parlare. Ma che cazzo le hanno fatto per avere tutte queste persone intorno che mi guardano pensando che mi verrà un infarto? Piango, annuisco e basta. La voglio solo vedere. Voglio solo darle un’ultima pacca sul tettuccio. Voglio solo chiederle ancora una volta scusa, da vicino. Voglio solo dirle che non userò mai più quella merda di What’s up mentre guido e non mi dimenticherò mai più di chiudere le portiere a chiave e portarmi via le chiavi. Voglio solo dirle che mi spiace di non avere badato abbastanza bene a lei da tenerla con me per sempre. Voglio solo vederla e accarezzarla prima di non vederla mai più per tutto questo ultimo pezzo di merdosissima vita che mi rimane da vivere. E allora andiamo tutti, in fila, attraverso questo cimitero di auto. Da lontano non la vedo. Voglio dire, non vedo il suo verde. Poi intravedo un ammasso di ferraglia color marroncino. Un infarto… forse. Poi lui si avvicina e mi guarda. Piango, oddio se piango. Quanto mi spiace, quanto mi spiace, quanto mi spiace… Te lo giuro, credimi, non avrei mai, mai, mai voluto. Mai. Tutti stanno lontani, a vedermi piangere. Ma cosa ti hanno fatto? Ma come è potuto succedere, Pandina? Perché? Perché? Ti giro intorno e ti accarezzo, piano piano. Sei così rugosa, Pandina. Le mani si macchiano di te. Quasi ne sono felice. Quanto mi spiace, Dio buono del Paradiso, quanto mi spiace. I vigili sono colpiti dal mio dolore e il rottamatore mi chiede se ce l’avevo da tanto. “Ce l’ho da sempre, io e lei siamo sempre state assieme. Da quando è nata mia figlia.” Annuisce e dice: “Capisco.” Davvero? Davvero capisci? Oh, quanto ti sono grata, davvero, davvero… Nulla di quello che eri è ora, Pandina. Ti hanno fatto così tanto male. Tutti i vetri scoppiati. Nulla più di plastica. Pandina mia preziosa… Dio mio.. Mi viene in mente una cosa, mentre ti sono vicina per la prima volta, dopo 5 mesi di lontananza. Mi avvicino al cruscotto e lo vedo. Non ci posso credere. E’ ancora là. Lo prendo in mano e cerco di staccarlo. E lo stacco. Poi rido. Rido e piango dicendo più volte che Dino aveva ragione. I vigili, Marco, Laura e i rottamatori pensano che sia impazzita. Poi spiego: quando Dino, per l’ennesima volta, mi aggiustò il tergicristalli disse: “Rosa, questa volta il tergicristalli non ti cadrà mai più, nemmeno se te la bruciano! Parola di meccanico! Te l’ho avvitato e te l’ho chiodato!”. Nel dolore, Pandina, io te abbiamo sempre trovato sollievo. Sempre. Questo è il mio pezzo. Siamo tornati nell’ufficio e abbiamo espletato le pratiche. Oh, il dolore, Pandina. Il dolore di lasciarti andare. Chiedo il permesso di venirti a vedere di nuovo. So che c’è ancora qualcosa che deve succedere. Voglio una foto di te, ora. Voglio poter ricordare il tuo ultimo te. E’ necessario. E’ una stronzata quella del: “Se la ricordi com’era, signora.” Non ci credo a quelle stronzate là. Torno e siamo solo io e te, ora. I vigili, commossi, mi hanno salutato. Solo io e te, Pandina, per l’ultima volta. Ti accarezzo di nuovo e cerco, dentro di te, qualcosa che possa farmi stare bene. Sto per andare via ma, con la coda dell’occhio, la vedo. Non ci posso credere. Sei tutta un rottame bruciato, ma questa l’hai salvata. Hai salvato l’antenna che io toglievo sempre, ogni sera, per evitare che i tifosi delusi te la rompessero (e quante volte è successo). La svitavo e la mettevo sotto il sedile, ogni sera. E tu l’hai conservata, Pandina. Nella morte, l’hai conservata. Nulla succede per nulla.. La regalerò a Laura. Lei ascoltava sempre la musica con te. Ne sarà contenta. Lo so. A lei la musica, a me le lacrime.

Poi di nuovo dal rottamatore che mi fa lo sconto di 50 euro perché dice che è raro trovare qualcuno che soffre per un addio del genere. Beh, vedi Pandina? A far vedere cuore e anima, ci si guadagna sempre. Sempre. ‘Fanculo il resto. Mi ha detto che ora tu tornerai a nuova vita, proprio così. Quando gli ho chiesto cosa ne avrebbe fatto di te, mi ha detto: “Torna a nuova vita, signora! Sia contenta perché è ferro buono che tornerà ad essere riutilizzato. Recupereremo tutto e tornerà a vivere.” Lo adoro. Ha capito tutto di me. Ci voleva un rottamatore. Tu sei ferro, Pandina. Il ferro è vita. Il ferro è parte di questa terra. Il ferro vive. L’ho ringraziato, piangendo di nuovo, e ti ho salutato per sempre, Pandina.

Ora, di te, mi rimangono un tergicristalli bruciato e un’antenna quasi indenne. Quale miracolo. A lei la musica, a me le lacrime, come sempre. Meglio così. Con quel tergicristalli tergerai le lacrime della mia anima ogni volta che lo guarderò. Starà con me e lo tratterò bene. Questa volta, te lo prometto, non gli succederà più nulla. Sta sulla mia scrivania e, fosse mai che arriva un terremoto, quella sarà l’unica cosa che mi porterò dietro. Perché? Perché certi amori, che tu ci creda o no, neanche il fuoco li scalfisce.

Questa SEI tu… per sempre nel mio cuore.

 

 


 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Un pensiero riguardo “Fine

  1. Ridotta male la pandina, ma almeno ha fatto emergere in te un vulcano di ricordi e sentimenti.
    In una giornata di attesa come questa fa bene anche sfogarsi su una tastiera.
    Il mondo gira e vedrai che arriveranno anche momenti più belli-
    Auguri scrittrice appassionata

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