Capodanno con l’AIDS

Da qualche parte, nei vecchissimi album di foto che sono a casa di mamma, c’è una foto di mia sorella Concetta, seduta sul letto a castello con dietro un poster di Rock Hudson che avevo incorniciato e appeso nella nostra cameretta. Era una foto che gli avevano fatto per uno di quei tanti servizi che servirono a impalarlo mediaticamente. Avevo visto tutti i suoi film, quando ero bambina, e, ancora ora, lo reputo uno dei migliori attori alla stregua di Bogart, Wayne, Stewart e Cooper. Quelli sì che erano attori. Quelli sì che erano film. Era così bello, con quella capigliatura bianca e lo sguardo profondo di chi sapeva a cosa sarebbe andato incontro e non gliene fotteva più niente. Già là, forse, avrei dovuto capire. La cosa che mi fece davvero star male fu vedere foto del “prima e dopo”, dove venivano riprese immagini di lui da giovane o in ottima forma fisica verso altre di quando non lo era più. Venne pubblicamente sfigurato per farne vedere i danni. Non pensavo, allora, e continuo a pensare oggi che ci fosse bisogno di fare bastardate del genere per fare gli scoop giornalistici. Non penso proprio. Tutti, AIDS o no, se paragonati con foto di 20 anni fa, due anni fa oppure, anche solo prima di una dieta da cretini, siamo più fighi e tonici. Ma questa, ovviamente, è solo la mia mera opinione.

Parlando di anni… Per 8 anni ho fatto, ogni sacrosanto anno, gli esami per l’AIDS. Colpa di Elyas. Colpa del gran pirla ignorante che era. Poi, dopo aver partorito Laura, ho smesso. Ho smesso perché, nella scheda di ammissione all’ospedale il giorno del parto, mi chiedevano se avessi soggiornato in Inghilterra negli anni ’80/90. Sorrisi e barrai “si” chiedendomi perché. Vissi per 10 anni a Londra, proprio dall’85 al ’96 e poi, avanti e indietro, altre volte negli anni a seguire. Bei tempi… Poi, prima di partorire, chiesi il modulo per donare il cordone ombelicale e l’infermiera, guardando il modulo di ammissione, mi disse: “Mi spiace, non può. E’ stata in Inghilterra durante il periodo di diffusione della mucca pazza.” Sorry?!? Fu così che mi dissi che, mucca pazza o Aids, se veniva, veniva, tanto il cordone non l’avevano voluto, e il test non lo feci più. Praticamente, pensandoci bene, il mio cordone andò in pattumiera perché, se ricordo bene, quando seppi della prima vittima del morbo in Inghilterra, ero proprio nel Mac Donald’s di Hammersmith Road. Mi vien da ridere all’idea. Meno male che mangiavo solo e sempre il Fish menu e la carne non mi piaceva perché veniva sempre un po’ cruda in mezzo. Bizzarro… Pensare che avevo lavorato proprio nella catena di ristoranti dal quale, correggimi se sbaglio, uscì la prima vittima inglese (una ragazza?) che si sfracellò per terra poco dopo aver mangiato un Big Mac. Mah… Quanti milioni di mucche uccisero? E chi lo sa… Bei tempi, però… neh?

Bei tempi, già. Bei tempi di quando il tuo fidanzato era gay sparato, andava a ballare all’Heaven da solo, senza dirti nulla, inventandosi che faceva le notti in albergo e, invece, là praticava quelli che si chiamavano i “pick up” e, poi, si intratteneva amabilmente con un uomo diverso, ogni sera, senza utilizzare alcuna precauzione e usando te come “schermo sociale” perché un musulmano gay non esiste. Che pirla, a non capirlo. Ma l’amore, sai, a volte non è solo cieco… Qua, onestamente, non mi viene da ridere perché ci sono passata di mezzo ma, credimi, ci sono molti, molti ma molti più gay musulmani di quanti tu possa mai immaginare. E nessuno di loro sta bene. E nessuno di loro mai starà bene. La religione applicata, davvero, qualche volta, fa proprio dei bei danni. E parlo per fottutissima esperienza. Le notti che l’ho tenuto stretto a consolarlo, dopo aver smesso di fare lo schermo sociale, quando tornava piangendo e maledicendosi ogni volta, le so io. E non è un piacere.

Fortunata. Direi che sono stata davvero fortunata. La mucca pazza non m’ha preso (almeno finora) e l’AIDS neppure (almeno finora). E visto che quest’anno sarei rimasta da sola per Capodanno perché Laura sarebbe andata a una festa con amici. E visto che non avevo voglia di andare a feste di amici che poi non ti puoi rilassare perché non sei a casa tua. E visto che non ci avevo voglia di piangermi addosso e fare la vittima o la cattiva che odia il Capodanno. E visto che il posto dove avrei voluto essere a mezzanotte non esiste ancora nella mia vita… ho deciso di fare il volontario di Capodanno. 🙂 Sì, ho scritto alla Casa Alloggio 77 e ho chiesto se avevano ancora posto per un invitato et, voilà, eccomi servito il Capodanno con l’AIDS!

Com’è stato? Bello, davvero bello. Lo rifarò, se non sarò in altro luogo, l’anno prossimo. Ho conosciuto altri volontari troppo simpatici. Tra i tanti, una coppia di fidanzatini diciottenni che sono venuti dall’Umbria ieri mattina solo per stare con noi e per poi ripartire sei ore dopo oppure una coppia formata da un signore rumeno che fa i viaggi extracorporei e la moglie che si chiama Nirvana (!!). Ho conosciuto gli ospiti della struttura che sono persone davvero gradevoli, almeno lo erano ieri sera. 🙂 Onestamente, non avevo aspettative. Non mi immaginavo nulla. Volevo solo far divertire la gente con i miei giochi da tavolo e volevo cantare con i ragazzi che avevano portato la chitarra e volevo ascoltare, ascoltare, ascoltare. E così ho fatto. Ho apparecchiato la tavola per 31 persone, alla mia maniera. La tavola era bellissima… Ho conosciuto Annamaria, bloccata su una sedia a rotelle da un ictus, vestita bellissimamente da Capodanno che mi ha raccontato delle sue figlie e della sua vedovanza precoce. Ho ascoltato, da un signore del quale non ricordo il nome, come si fanno a rubare le auto… Ho sentito uno che raccontava che per quella cocaina lui aveva pagato il suo debito e nulla aveva a dare a nessuno. Ho distribuito le stelline di natale a tutti quanti (soprattutto a Pietro – senza un braccio – amabile intrattenitore che richiedeva simpaticamente la sua stellina di Capodanno ogni cinque minuti) e poi ho acceso gli unici fuochi di artificio che avevo portato io (bengalini da sballo). Ho parlato molto con un ragazzo del Salvador che ha perso tutti i capelli, ma che è rimasto di una bellezza e di una grazia nelle movenze e nell’esprimersi che nemmeno la migliore delle modelle, credimi. Quanto abbiamo parlato… In realtà, ha parlato molto di più lui e, ti dirò, mi ha affascinata moltissimo. E’ rimasto scioccato dal fatto che io conoscessi la sua nazione. Onestamente, non mi sembra ‘sta gran cosa ma, ovviamente, c’è gente che non sa dove sta il Salvador. E vabbé, che ci vuoi fare. Ha 36 anni e sono 12 anni che vive a Milano. Pensa che non ha mai visto le nostre montagne o il nostro mare. E non può più tornare a casa. Gli mancano tanto le sue montagne. Così tanto… Che tristezza. Come lo capisco. Ci sono stati momenti, quando ero a Londra, che me ne sarei tornata a piedi ad Arma. 😦 Però… però, abbiamo anche riso tanto. Più volte, durante la cena, mi sono accorta di sentire la mia risata che scaturiva da qualche angolo nascosto della mia anima grazie ai racconti di Antonio sulla scimmia di sua zia che stava nel ristorante e che scappava causando bordelli assurdi. E che risata! Quasi non sembrava mia. Ti è mai successo? Voglio dire… Ti è mai successo di renderti conto che stai “davvero” ridendo col cuore e con l’anima? Ieri sera mi è successo spesso e non sai la gioia. Sentivo la mia risata echeggiare nella grande sala da pranzo e me ne beavo perché, a seguire, rideva pure Antonio e ridevamo assieme. Sono viva, pensavo. Sono viva e posso ridere con Antonio del Salvador e giocare a Scrabble con Annamaria sieropositiva bloccata su una sedia a rotelle e posso ascoltare i racconti del rumeno che narra dei suoi viaggi extracorporei o dei 30 gradi sotto zero. Posso ancora sperare di imparare una marea di tante cose che non sapevo. Posso. Posso fare tutto quel cazzo che voglio, se davvero lo voglio. E io volevo stare là, ieri sera, in quella bella struttura accogliente. Volevo stare con loro. Eravamo tanti. E’ stato il Capodanno più numeroso che abbia mai trascorso da decenni… Tante persone che si sono trovate per stare bene assieme e davvero ci sono state. Non è cosa da poco, credimi. Le persone che si curano degli ospiti (l’infermiera e le due operatrici) sono state splendidamente accoglienti. Erano anni che lo volevo fare. Erano anni che volevo stare con persone che volevano stare bene, nonostante tutto. E’ importante voler fare un Capodanno così. Ti dà speranza per l’anno che sta per arrivare. Ti fa capire che davvero vuoi che le cose vadano meglio dell’anno che sta per finire e che tu vuoi fare tutto quello che puoi per far sì che succeda. Del resto, nella vita, credimi, è sempre e solo una questione di scelte e questa è stata una delle migliori scelte che io abbia mai fatto. Voler stare bene, nonostante tutto. E così è stato. Il mio primo bacio di Capodanno l’ho dato ad Annamaria, poi ad Antonio del Salvador e poi ho perso il conto… dovevo andare a sparare i botti, sai com’è… 🙂 Alla fine, prima di andare via, verso le due di mattina, ho ribaciato di nuovo tutti e le operatrici mi hanno chiesto di ritornare, quando voglio, anche solo per stare assieme o fare merenda o pranzare con loro. Bizzarro… è la stessa cosa che mi ha chiesto Antonio del Salvador, a voce bassa e flebile, dopo averlo abbracciato, forte forte, ancora una volta, prima di andare via e gli luccicavano gli occhi. Grande Antonio… grande serata.

Se tornerò?…. 🙂 e che me lo chiedi a fare?

2 pensieri riguardo “Capodanno con l’AIDS

  1. Ciao Rosa. Commovente e profondo, come sempre, il tuo racconto. A volte penso che siamo tesserine di un enorme mosaico vivente; tessere fatte di molecole elastiche che si adattano in continuazione, prendendo forma nei diversi angoli della terra; un mosaico mutante, di una vita che è soprattutto mistero. Grazie per il tuo bel racconto, per il tuo coraggio, per la tua generosità. Buon Anno. A presto. Albix

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