Sagome sull’orlo dei pensieri (parte 2)

Mi chiedo due cose: se in francese salope vuol dire puttana, allora perché quel capo di vestiario si chiama salopette? 🙂 Voglio dire… non è un diminutivo del primo lemma? E se così fosse, i francesi ne sono al corrente? Già.. ecco che inizio a pensare, pensare, pensare e mi chiedo pure perché sul mio blog ci arriva una marea di spam di siti porno di cui molti portano il nome “salope”. Il mio cervello lavora alla velocità della luce. Penso a Ben che un giorno mi disse: “Tu n’est pas qu’une salope!” e solo perché avevo scoperto che mi metteva le corna e glielo avevo fatto gentilmente notare. Ah, gli uomini… 🙂 Gli risposi, sempre gentilmente: “Tell me something I don’t know…”. Sto pensando a questa cosa mentre sono sdraiata sul letto, dopo aver fatto un bellissimo bagno. E’ sabato pomeriggio. Laura è in camera sua e io ho finito tutte le pulizie. Da quando posso ricordarlo, ogni volta che finisco le pulizie, di sabato, faccio bagno o doccia. E poi mi stendo nuda sul letto a praticare i mudra. Non per molto, certo, ma almeno 15 minuti di mudra li pratico. Cosa sono i mudra? Non mi fare ‘ste domande, altrimenti mi perdo pure in questo post l’argomento primario. 🙂 Adoro farlo. Il sole del pomeriggio filtra attraverso il balcone. Sarà pure freddo, fuori, ma io sto proprio bene dentro, e vaffanculo al mondo. Piego le dita lentamente, inspiro, ascolto la musica dolce e chiudo gli occhi. E’ in questi momenti che mi vengono le pensate migliori, credimi. 🙂 Le mie sinapsi lavorano in maniera eccelsa durante la meditazione anche se, invece, dovrebbero stare calmine a rilassarsi. Dagli solo un momento di pace e queste che fanno? Si mettono ad elaborare il vissuto ad occhi aperti e, voilà, arriva la geniata. Durante il bagno pensavo a Liviana Besutti che diceva che noi (io e lei) avevamo le forme da donna mediterranea, ad anfora e che, in psicologia, s’era studiato che l’uomo veniva attirato di più dalla donna con la forma ad anfora perché, ancestralmente, l’uomo sceglieva la donna per quanto fosse largo il suo bacino che, istintivamente, faceva pensare che la donna fosse più adatta e pronta a fare figli. Mah… Il corpo e le sue forme. E’ così che è arrivata la genialata. Questa volta è arrivata tramite Antonio. Era un pilota dell’Air One che conoscevo e che mi faceva una corte spietata pur sapendo che ero sposata. L’avevo incontrato una volta, a Capodichino, mentre aspettavo il taxi per andare in centro. Marpione da tre soldi che riuscì a trovare il mio indirizzo email e poi ad estorcermi il n. di telefono. Una volta mi chiamò da Parigi: “Ho volato tutto il giorno, Rosè. Ho visto la tua città e ho pensato a te. Ho visto delle rose e ho pensato a te. Ho visto il cielo e ho pensato a te. Ho visto il mondo e ho pensato a te. Ora sono sulla torre Eiffel e sto pensando a te…. commenti?” Onestamente, la risposta mi sembrava più che ovvia. Gli dissi: “Antò, siènt ammè… jettàte abbàsc…”. 🙂 mi faceva troppo ridere, però, e mi ha davvero insegnato un po’ di cose belle. Diceva sempre: “Rosè, io non mi posso fare capace. Ma com’è possibile che Dio mi ha dato ‘sto corpo e io non lo posso vedere dentro? Voglio dire, avrò pure il diritto di vedere pancreas, fegato, nervi e tutto il resto se lo sto nutrendo e lo sto tenendo in vita io, no?! Questa è una cosa che non posso sopportare. Prima o poi, t’ò ggiuro, io m’aràp e vèr chell ce sta dint a me!”. La risposta, ovviamente, fu: “Antò, dimmi quando è che voli che mai e poi mai prenderò il tuo aereo.” Però, dopo, gli dissi che condividevo il suo stesso senso di sgomento. Non per l’interno, sai, ma per l’esterno. Provavo esattamente lo stesso sentimento. L’empatia è una bella cosa. Così, fino a ieri ho vissuto nell’angoscia del non essere sicura come fosse veramente il mio corpo. Voglio dire, so che mi posso guardare allo specchio e mi vedo, ma poi finisce là. Rimane tutto dentro lo specchio e non posso toccarlo, riguardarlo senza andare davanti allo specchio. Non mi impedisce di vivere, sai, ma è una di quelle cose che fanno da equilibristi sull’orlo dei miei pensieri, capisci? Così, tra un Apan e un Surya, ieri pomeriggio penso ad Antonio. Mi chiedo se c’è riuscito a guardarsi dentro e penso che sono anni che vorrei un enorme foglio bianco sul quale poter tracciare il profilo del mio corpo così, finalmente, lo potrei appendere e vedermi sempre. Oh… Ognuno ha le sue manie, no? Questa è una delle mie. La differenza tra me e te sta che io le dico… 🙂 e ne scrivo pure. Vuoi mettere? Allora, dispiego le dita. Insufflo e rilascio le mani. E’ in quel momento che mi viene il lampo di genio! Io ho una marea di spazi bianchi nelle ante del mio bianchissimo, nuovissimo, strafichissimo armadio bianco dell’Ikea! E ho una figlia che frequenta Brera che sta proprio nell’altra camera, ignara di ciò che le sta per capitare!! Oddio! Oddio! Oddio! Ma chi ce sta meglio ‘è me?!? Chiiiiiii!!?!?!? Mi alzo così velocemente dal letto che mi viene una botta di svenimento… 😦 se il tuo livello di pressione sanguigna è più basso dei Paesi Bassi, non lo fare, credimi. Mi appoggio allo stipite della porta un attimo. Sento il fresco del parquet sotto i piedi. Quando Laura e io venimmo a vedere la casa, pochi mesi dopo esserci separate da Marco (sì, esserci) lei se ne innamorò solo per quello. Il parquet. Beata deficienza giovanile… Ok, non divaghiamo. Ritorniamo a me che sto appesa allo stipite per un attimo e poi, veloce, corro sull’ingresso della sua camera.  Là mi fermo, ansimante e dico velocemente e sorridendo come una pasqua: “Lala, mi devi fare ‘na cosa per piacere. Con un pennarello devi riprendere la mia sagoma mentre sto attaccata all’anta del mio armadio. Voglio dire, devi disegnare tutto il mio bordo, capito? Non è ‘na figata?! Neh? Non è bellissimo!?” Stava leggendo un libro, sul letto. Tira su la testa, mi guarda e non risponde. Continuo con la mia frenesia di parole avanzando di un passo e ridendo tutta eccitata. “Ecco, devi praticamente disegnare il mio contorno e là deve rimanere, capisci? Non è una figata?!” Mia suocera odiava quando io dicevo “figata”. Diceva che non era cosa da signore educate. Non sai quante volte l’ho detto, davanti a lei, da quel giorno. Stop! No divagazioni!!!

Si toglie gli occhiali, mette il libro da parte e mi guarda in silenzio. E’ in quel momento che mi rendo conto di essere proprio nuda, nuda, nuda… E ci sto bene. Io ci giro tranquillamente nuda in casa. Mi appoggio alla scrivania e lei dice: “Mamma, sembreresti più magra di quello che sei…” 😦  Ecco, io una figlia così la presterei a Berlusconi o a qualcuno come lui per almeno una settimana. Non demordo: “Certo… e so che ciò ti rovinerà la vita per sempre e che dovrai pagarti anni di psicoterapia ma, ovviamente, me ne frego perché sono anche sicura che tu farai del tuo meglio per farmi apparire quanto più coerentemente grassa possibile. Perciò, alza il culo e vieni a disegnarmi! Che t’ho mandato a Brera a fare?!” Sospira, si alza e risponde: “Già… che mi ci hai mandato a fare? Solo per questo… A saperlo…”

Dio che risate. Dio, Dio, Dio, Dio… grazie per avermi fatta così come sono. Abbiamo riso come delle pazze. Grazie per avermi dato un cervello e un cuore e un’anima così come sono. Grazie per avermi dato la possibilità di creare questi momenti. Grazie per questo fantastico pomeriggio trascorso con mia figlia a ridere e scherzare e discutere sui centimetri del mio fianco e della mia curva cellulitica che pochi uomini hanno conosciuto, accarezzato e amato. E’ stata una cosa molto professionale, sai? Lei è una perfezionista. All’inizio si vedeva che pensava fosse una stronzata, ma poi… Ci si è proprio messa di buzzo buono. A me andava bene anche solo un giro. Lei ha fatto tutto prima a matita. Poi ha rifinito con gomma e pennarello lavabile. Poi mi ha fatto posare di lato per lavorare sulle rotondità dei seni. I miei seni. Avevo paura che venissero fuori ‘na cosa tipo slavina sciolta sulla Marmolada il 15 di agosto e, invece, lei ha detto che sono proprio così… Le devo credere, non è una che mente. Quella curva della mia settima coppa D è proprio così. Abbiamo un attimo discusso sulla curva del fianco sinistro. Più mi prendeva il contorno, più lo vedevo che pensava che sono una matta però era contenta. Poi ha rifinito tutto con il pennarello indelebile. Era contenta di brutto. Si vedeva. Vuoi mettere? Quale madre ti potrà mai lasciare un ricordo del genere? Le ho detto che quell’anta se la potrà portare via quando sarò morta. Così potrà ricordare questo momento. Mi potrà vedere tendere le braccia al cielo (da dove la starò guardando e amando, morta e buona) o verso di lei, dipendentemente da quello di cui avrà bisogno, come se la stessi abbracciando.

Poi le ho anche fatto fare la firma e mettere la data. L’abbiamo guardata per molto tempo assieme, quella sagoma. Finalmente posso aprire una porta e guardarmi. Guardarmi pure dentro. Fa un effetto, sai? Sarà anche solo una riga che gira intorno a un’anta ma, credimi, è molto più intimo di quello che sembra. Basta guardare bene… Laura era vistosamente soddisfatta e molto contenta dell’esperienza. Io non ti dico. Sto davvero realizzando una marea di cose che ho sempre voluto fare e non ci sono mai riuscita, sai? Sono contenta della mia sagoma. Ah, se ci penso bene… Uno potrebbe intitolare l’opera: “Quella sagoma di mia madre” 🙂 ahahahahahah!! Lo vedi il doppio senso? Marò, ma da dove mi escono ‘ste cose?! 🙂 E chi lo sa… Grazie, comunque, a Dio, la Madonna o chi per loro perché a me piace proprio essere così. E, ovviamente, vorrai vedere riscontro di questo racconto, vero? E vabbè… eccolo. Alla prossima… 🙂

  


Un pensiero riguardo “Sagome sull’orlo dei pensieri (parte 2)

  1. Ciao Rosa, è un periodo un pò cosi. Insapore. Ha il colore dell’acqua. Il tuo commento è stato cancellato per errore, stavo cancellando una mintagna di spam e il tuo, come quello di qualche altro bloggher, è sparito nel nulla.

    Ti abbraccio.

    🙂

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