L’amante

Era da un po’ di anni che volevo scrivere questo post. Mi dicevo che mi sarei dovuta fare prima una cultura sulla cosa e, poi, a ragion veduta, scriverne adeguatamente. Oggi, per ragioni mie, mi son girate le palle e ho deciso di fottermene della cultura e di tutto il resto. Ne scrivo e basta. Perché io so tanto quanto mi basta sapere, almeno per ora. Orbene, iniziamo. 

Definizione di AMANTE:

amantea·màn·te/ aggettivo e sostantivo maschile e femminile
  1. 1aggettivo Che ama, che ha passione o forte inclinazione per qualcosa (+ di ). “è a. della buona cucina”
  2. 2sostantivo maschile e femminile Persona che ha predilezione per qualcosa, appassionato (+ di ).
    “è un a. della musica classica”
Hai mai pensato alle punizioni divine? Voglio dire, hai mai pensato che qualcosa ti stesse succedendo perché Dio, o chi per lui, ha deciso di renderti pan per focaccia e di farti capire di fare poco la pirla, nella vita? Io sì. E ne ho pure la prova vivente. Io. Mamma, quando mi succedeva qualcosa solo grazie alla mia stupidità, diceva: “Dio ti ha punita”. E ci aveva ragione. Ora io, faccio la stessa cosa con Laura. Quando si scotta dopo che le ho detto di non aprire il forno senza il guantone, le dico che Dio l’ha punita. Lei mi risponde, “Che c’entra”. Io le dico che c’entra, c’entra. E più crescerà, più se ne renderà conto. E Dio l’avrà punita pure oggi, quando le dirò che non potrà usare il mio portatile da viaggio per un mese perché troppe volte le ho detto di non chiuderlo e basta senza spegnerlo. Il troppo è davvero troppo. Certe cose, i ragazzi di oggi, le danno per scontate. Non rispettano ciò che gli viene dato/regalato/prestato per fare una vita migliore e pensano di doverselo meritare senza nemmeno trattarlo bene. Cellulari, pc, camerette ben arredate, vestiti, libri etc… Sarà anche una gran figa, mia figlia, ma come tutti gli adolescenti, fa pure girare le palle. E via con la lite. Già me la vedo. Peggio per lei. La vita è un merda. E non starò nemmeno ad elencarle le ragioni di questa cosa. La mia pazienza, proverbiale davvero, ultimamente è agli sgoccioli e sembra non poter fare rifornimento adeguatamente in nessuna maniera. Perciò, tutti all’occhio. Se prima ero una che non usava mezzi termini ora, per quanto è vero che mi chiamo Rosa Pasqualina Parrella, non userò nemmeno i termini. Userò solo un dito e, se tanto mi gira, di tutte e due le mani. ‘Sta minchia di vita è troppo breve per starsi a prendere per il culo con i convenevoli del ciao, grazie, come stai e che piacere che mi fai. Ma vaffanculo, và. E se ti va bene è così. Altrimenti, la porta, il portone e tutti i cazzi di infissi intorno, lo sai dove stanno. Ora basta. Ora davvero basta. E che Dio me ne dia la forza.
Tornando alla punizione (divina o non), quando frequentavo l’università mi ero trovata un lavoro da baby sitter, per fare un po’ di soldini per tornare in Inghilterra, da Elyas, il mio ragazzo. Curavo due bimbi. Una sorellina di 6 anni e un neonato di un mese. Per un anno, crebbero grazie a me e con me. La madre era di un tirchio pazzesco. Mi pagava così poco che, ricordo, se ne vergognava pure lei, ma se ne approfittava, come tutti del resto, quando dall’altra parte non te lo fanno notare. Il padre non lo vidi mai. Li adoravo. Ma adoravo pure Elyas e così, un giorno, non andai a lavorare e, invece, presi il primo aereo per Londra. Chiamai, per educazione, dicendo che quella sera non sarei andata a fare la notte e che non ci sarei mai più andata. Disperazione. La bimba doveva andare al concerto di Cristina D’Avena… (per inciso, ci ho messo 10 minuti a trovare il nome su internet, chisselaricordavapiù… 😦 ) e io me ne fottei altamente. La mamma, al telefono, mi implorava: “No, Rosa! Non puoi, ti prego! Devo portare la bimba al concerto di Cristina D’Avena! Ti prego, ti pagherò di più, te lo prometto. Se è per i soldi, lo so, hai ragione! Scusami, ti prego!” Figurati… 😦 mi finirono i gettoni e la comunicazione finì là, tra un’implorazione della tizia e la mia faccia di merda che non provava rimorso perché non vedeva l’ora di stare tra le braccia del suo ragazzo.
Circa 10 anni dopo la mia baby sitter mi mollò con il culo per terra, da una mattina all’altra, perché non si trovava con Marco che, ovviamente, si era preso il periodo di maternità al posto mio ma, ovviamente, non voleva curare Laura da solo e, ovviamente, avevo dovuto prendere pure la baby sitter. Ovviamente… Disperazione assoluta. Lei che gli diceva di buttare i pannolini di Laura. Lui che diceva che mai l’avrebbe fatto. Lei che gli diceva che era sangue del suo sangue e si doveva responsabilizzare. Lui che se ne usciva lasciandola là. Lei che se ne uscì, lasciandomi là. Bene. Dire che Dio mi aveva punita, mi sembrò il minimo. Ora sapevo cosa voleva dire essere mollata da un momento all’altro dalla baby sitter. Che figa che ero. Una di quelle sere di maggio, mentre allattavo Laura, mi fermai a fare un po’ la lista di cose del genere che avevo fatto e che mi sarei dovuta aspettare dal mio Dio generosamente vendicatore. Me ne vennero in mente tante e, ovviamente, da persona organizzata e preveniente, mi trovai tutte le soluzioni in caso di punizione divina. Cretina che fui, non pensai a quella più importante sulla quale avevo predicato e spredicato per anni e anni.
Ti porto indietro con me. Genova, 24 giugno 1987. Sai cosa successe quel giorno?
Frank Sinatra diede un concerto al Palazzetto dello Sport a Genova. Io c’ero. 
Mio padre si beccò un mega calcio nel sedere, mentre cucinava nel suo ristorante. Io c’ero. 
Dio si segnò sul diario di punire una stronzetta di 22 anni per aver peccato di supponenza e ipocrisia. Io c’ero.
Vedere Frank Sinatra in concerto fu una delle esperienze più strabilianti della mia vita. Quando iniziò a cantare Mack the Knife penso di aver avuto un orgasmo musicale. 🙂 Ricordo come si muoveva a ritmo della canzone. Altro che Renga o i Take That. Ma fatemi il piacere. Una delle esperienze più belle della mia vita. Se potessi anche solo sentire da fuori allo stadio Barbra Streisand, direi che potrei morire felice. Ma lei non verrà mai in Italia e io non voglio pagare migliaia di euro per andare in America. Dunque… tough shit.
Bon, all’epoca papà aveva due ristoranti e una discoteca, se ricordo bene. Uno dei due ristoranti era a Genova. Che culo. Dopo il concerto, inebriata dall’overdose di swing che mi ero iniettata, me la feci a piedi fino al ristorante di papà che mi avrebbe riportata ad Arma. Le brave ragazze non circolano, di notte, senza accompagnatore. Io sì. Il ricordo del concerto, i miei 22 anni, la mia fiducia nella vita e il fresco dell’estate mi facevano sentire invincibile. Entrai. Buon profumo. Bella gente. Bella musica. Bella lei… La vidi e mi venne un colpo. Maria la bionda. Eccola là, dietro la cassa, che mi sorride dicendo, sorpresa: “Uè, Rosè!”.
Sai la cosa che odio e mi fa incazzare di più? L’ipocrisia. Soprattutto dopo che l’ho praticata e vissuta per decenni. Tutti sapevano di Maria la bionda. Tutti lo sapevano e nessuno lo diceva. Tutti zitti. Non si doveva dire. Non si dice che tuo padre esce con un’altra donna. Non si dice, ma si fa. E neppure tua mamma lo dice. Tutto il resto del paese, sì, però. E c’è gente, in certi posti, che la confonde perfino con tua madre, quando esce con lui. E tu, pura d’anima e di cuore (e grandissima cogliona giovane che non ha vissuto un bel cazzo di niente) ti permetti di giudicare lei, tua madre e tuo padre. Tu, che insegni catechismo e conosci i comandamenti a memoria, dici che è sbagliato e che chi sta con una donna diversa dalla moglie è da fustigare. E chi accetta un comportamento del genere è una donna da niente che non ha il coraggio di dire addio perché esiste, grazie sempre a quel mitico Dio di cui sopra, la separazione. How bad can it be, no? Separati e via… Il rispetto, l’onestà, l’amore e tutto il resto andare… E tutti che ti lodano e ti dicono che sei forte e che sei una tosta. Povera pirla. Tu e loro.
Non la saluto. Per me, lei non esiste. Io sono la figlia e a lei non devo niente. A lei non devo un bellissimo cazzo di niente. Entro in cucina e lo vedo, da dietro, che armeggia con i fornelli. Sta cucinando i gamberoni alla griglia. Vedo l’arancione dei crostacei che vengono girati con la paletta dalle sue forti e grandi mani. Vedo il fumo che si libra nell’aria. Sento il caldo della piastra. Il profumo della sua MS. Si gira distrattamente e mi vede. Fa un gran sorriso, con la sigaretta a mezza bocca: “Uè! Capunciè! Tutt à post?! O’ cuncièrt er bbell?!” e ritorna ai fornelli mentre io, implacabile, non dico una parola e gli dò un calcio nel culo. Un calcio che va a finire dritto dritto nel culo di mio padre. Così forte che lo fa sbattere contro l’enorme cucina d’acciaio. Si gira. Mi guarda. Con la paletta in mano. Avrebbe potuto uccidermi, con quella cazzo di paletta. O anche senza, a dire il vero. Io guardo lui. Severa. Cattiva. Giudicante. Offensiva. Non dico nulla. Indico solo la cassa con il mio dito. E lui segue la mia mano con lo sguardo. Inspira forte la sigaretta, mette giù la paletta ed esce. Molla i gamberoni e va verso la cassa. Parla con lei. Poche parole. Pochi attimi. Lei mi guarda con gli occhi pieni di lacrime. Io, più crudele che mai, sfido il suo sguardo e la caccio via con la mia anima guerriera che si protende oltre la sala, contro di lei a disfarla, distruggerla con tutta me stessa. Lei prende la borsa e scappa via. Lui torna a cucinare i gamberoni senza dire nulla. Io mi metto alla cassa. Quella notte lui mi chiese di dormire a casa sua, a Genova, per riposarci. Non ci volevo stare nella stessa casa che, occasionalmente, condivideva con lei. Gli risposi male. Molto male. Gliene dissi di tutti i colori. Mentre la Mercedes sfrecciava, nel buio della notte calda, giù per l’autostrada dei Fiori noi due fumavamo una sigaretta dopo l’altra e la mia vita si preparava ad essere infiocchettata come un bellissimo pacco di Natale. Più lo insultavo, più lui diceva che non era cosa per me e che non capivo. Che un giorno, forse, avrei capito. Che io non sapevo le cose della vita. Che lei non era ciò che pensavo. Che lui le voleva bene e che voleva bene pure a mamma. Che lui… E poi smise. Poi smise di giustificarsi. Nel preciso istante in cui dissi che, per me, lui era un uomo di merda. Senza mezzi termini, la vostra beniamina… 😦
Trent’anni dopo, pensare che mio padre si sia fatto dire tutte quelle cose da me, uno come lui, è davvero impressionante. Mi fa capire quanto lui mi abbia amata e quanto lui abbia cercato di farmi capire, nonostante tutto. Quanto lui abbia cercato di farmi capire. Non ci sarebbe mai riuscito. Non ero pronta. Nessuno è mai pronto per certe cose. Bisogna affondarci, nella merda, per dire che puzza davvero di merda; non so se mi spiego. A volte, se hai le narici forti, la puzza la puoi sentire bene. A volte, se hai il raffreddore o se sei pirla, hai bisogno di cascarci dentro.
Maria la bionda. Chissà cosa direbbe se sapesse che ho scritto un post su di lei. Sull’altra donna. Sull’amante. L’amante.
Ci sono stata là. Ora so cosa vuol dire e chiedo perdono. Dopo tanti anni, anche se è tardi, chiedo perdono perché sono stata da tutte e due le parti. E quella che fa più male, permettimi, è quella di Maria. Lo so, lo so. Tutte le puttanate sul tradimento e su tutto il resto. Anche di quello, se vuoi, ti potrei fare un post da qui all’eternità. Sul tradimento. Ma non è questo il posto. Un giorno, se mi fanno girare le palle abbastanza, lo farò.
Amante, vuol dire “persona che ama”. Che cazzo di senso ha, allora, stigmatizzare? Giudicare? Schifarsi? Additare? Amante è una persona che ama, che ama, che ama e che fottutissimamente ama. Tu che cazzo ne sai dell’amore? Questo mi doveva dire mio padre. E pure mia madre. Questo mi dovevano dire quando giudicavo l’uno o l’altra per una ragione o l’altra. Ma, sicuramente, avrei detto che ero una strafiga, che ne sapevo più di loro e che nemmeno Cristo sceso in terra mi avrebbe fatto cambiare idea.
Che ne sai dell’amore di una moglie che tiene assieme disperatamente, per anni, le fila slabbrate e sfatte e di un matrimonio andato a puttane ancora prima di iniziare?
Che ne sai di una donna che incappa (senza volerlo e Dio le è testimone) nella vita di un uomo che non è il suo e che, pur cercando di non volerne più sapere, si sente inesorabilmente legata a lui anche se non ci si parlerà mai più per tutto il resto della sua maledetta vita?
Che ne sai di una moglie che cerca di inventarsi un matrimonio che non è mai esistito pur di non accettare il fatto di avere fallito su tutta la linea con quello sconosciuto che le russa accanto?
Che ne sai di una donna che sbatte la testa contro il muro, letteralmente, chiedendo a Dio di toglierle dalla mente quell’uomo che non è il suo, ufficialmente?
Che ne sai della merda che si ingoia in nome del bene dei figli?
Che ne sai della merda che si ingoia in nome del perbenismo e dell’ipocrisia?
Ah, mi spiace, carissima. Io so. So di entrambe le parti. E lo so da tanto tempo. So cosa vuol dire essere amante. Amante vuole semplicemente dire “Persona che ama”. Amante non è una persona di merda da evitare e condannare. Amante non è una persona da biasimare. Amante non è una persona da far piangere. Amante non è una persona da accusare. Amante è solo una persona che ama. Di nascosto o davanti al fottuto mondo, io sono stata un’amante. Io ho amato e sono e sarò sempre e solo una persona che ama. E basta. E come tale devo essere trattata. Il mio amore vale centumilioni di triliardi di oro e diamanti e lapislazzuli. Vale così tanto? Oh, anche di più. Perché? Solo perché ho il coraggio di amare. Di nascosto o davanti al fottuto mondo. Io amo.
Ah, l’amore… che grandissima incommensurabile figata.
Maria la bionda. Non l’avrei più vista se non circa 20 anni dopo. Mamma e papà si separarono quando ero incinta di Laura. Non mi fece assolutamente nulla. Per me, erano separati da milioni di secoli prima di quel giorno in cui mamma me lo disse. Rividi Maria la bionda, quando, ufficialmente, diventò la convivente di mio padre. Vivono assieme da tanti anni, ormai. Lui la cura perché è malata. Mio padre che cura una donna, non ce l’avrei mai visto. Lei è cambiata in maniera spaventosa e lui pure. Non è più Maria la bionda. E’ solo Maria. Si lamenta come si lamentava mamma di papà. Si sopportano e si fanno del male come prima. Nulla è cambiato tra di loro. A volte, mi vien da ridere e dico che, davvero, Dio ci punisce e noi non ce ne accorgiamo. Quello che papà dava a mamma quando lei era la terza incomoda, ora lo dà a lei. Esiste la giustizia divina, credimi. In tutti i sensi. Ed è pericolosa. E’ pericolosa perché dobbiamo stare attenti a quello che chiediamo. Chissà per quanti anni lei avrà chiesto a Dio di diventare la donna ufficiale di mio padre. E, ora che lo è, onestamente, non la invidio proprio.
Mamma sta bene, anche se ne ha passate tante davvero brutte. E’ una tosta e Dio (sì, sempre lui) le ha dato la pace e la tranquillità che tanto cercava. Finalmente vive una vita serena da pensionata con il suo cane e le sue amiche. Ci ha messo un po’ ad abituarsi ma, onestamente, penso che sia stata la miglior scelta che abbia mai fatto. Lei e papà si sentono e si vedono alle feste. Lui le porta i frutti della sua campagna. Lei diventa rossa e si emoziona, ma resta tranquilla e se ne torna a casa con il suo cane dopo che si sono sfruculiàti un po’, davanti a noi. Lui è uno sfruculiatore nato. E io ho preso da lui. Ce l’hanno fatta, comunque. Certo, una separazione seguita da un divorzio, anche quella, non è cosa facile. Ma ce l’hanno fatta. E, pensandoci bene, avrei dovuto mettere pure quello nella lista, quella sera di maggio. Me l’ha mandata proprio bene. 🙂 Che culo… Pensandoci bene, sulla separazione non avevo sparato più di tanto con il mio ex-bigottismo, ma si vede che l’avevo detta grossa… 🙂 e Dio mio ha punita. Tiè, Rosè… 🙂

Un pensiero riguardo “L’amante

  1. Grand mistero, la vita. A volte sembra perfino che esista una giusitizia in terra. Io ho rinunciato a capire da tanto. Nessuno di noi è esente dal peccato e dalle sofferenze… Un giorno ho scritto che scontiamo la pena di vivere ma qualcuno mi ha contestato… Naturalmente io parlo solo per me… L’unica vera gioia, quell’acqua che spegne la sete per sempre l’ho provata soltanto in quei rari momenti in cui ho sentito Dio dentro di me, nella mio essere più profondo… Certo occorrerebbe asciarsi andare più di quanto io non sia disposto a fare, col mio carattere diffidente, con la mia natura terrestre (stavo per scrivere taurina, in senso zodiacale), con la mia presunzione di essere pensante e razionale… Ciao Rosa. Buona domenica. Albix

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