Le stregonerie del dito ammaccato

Che poi uno se le va a cercare. Ero andata in solaio per prendere la scala che mi serve per scambiare i lampadari di cameretta e cucina. Alla fine, avevo deciso, me lo faccio io il lavoro. ‘Fanculo. Che nessun elettricista vuol venire perché dice che son pochi soldi che gli vorrei dare… Meglio così. Fosse mai che mi dimentico di staccare la luce e mi prendo una scossa epica a 250 milioni di volt e muoio finalmente, così faccio felici tutti. E invece? Invece… mi casca proprio sul ditone del piede destro una mensola nera in legno massiccio di un metro e mezzo. 😦 😦 :-O Tu non puoi capire. Sai che non ho detto una parola? Ho solo pianto 3 lacrime, giuro, 3 lacrime singole e solitarie che sono scese sulle mie gote arrossate dalla fatica di avanzare attraverso la marea di roba che ho in solaio. Ho pianto 3 lacrime sole. Due a destra e una a sinistra. Marò… Che dulore… 😦 Mi sono piegata in due annaspando per far entrare aria nei polmoni. Ho lentamente, moooolto lentamente e con due mani, tolto la pesantissima e fottutissima mensola dal mio piede destro sperando in Dio di ritrovare il mio dito attaccato al piede. E così è stato. C’era. Peccato che non avevo le scarpe, ma le calze antiscivolo. Peccato che è la stessa gamba destra che si è beccata, nell’ordine: strappo del tendine di Achille la sera dei mondiali tra Italia e Francia con relativa cicatrice di 20 punti che mi fa da riga delle calze, artrosi in atto con infiltrazioni di acido ialuronico e relativo sanguinamento al ginocchio e mò, l’alluce colpito a morte da questa bastarda di una mensola puttanoide. Ma, come si dice, nel dolore c’è anche la gioia. Soprattutto per me che non sono ancora morta dal dolore. E così, scendo zoppicando a casa, dal sesto piano. Mi veniva da ridere, credimi. A ogni passo che facevo con il piede azzoppato, mi scappava una risata. Sarà stato lo shock, che cazzo ti devo dire. So solo che mi veniva una risata proprio da dentro e mi dicevo: “Ecco, questa gamba è finita. Sei arrivato alle dita. Mò vuoi iniziare dall’altra e me vuò ciuncà pure l’ata? Rimmèll ca io mò me mett l’anema in pace, no? E poi ridevo. Non ci potevo credere. Arrivata a casa, mi lascio andare sul letto e piango. Non ho pianto per il dolore. Ho pianto perché certe piccole cose, a volte, ne scatenano di più grandi e tu non lo puoi evitare. Succede. Ho pianto tanto mentre sentivo il dito “battere”; lo dici pure tu? Battere vuol dire che l’elemento dolorante batte proprio come se fosse un cuore impazzito. Come il mio cuore pazzo… E poi non mi sono curata. Ecco, non mi sono curata. Per la prima volta in vita mia, mi sono lasciata andare alla “noncuranza” di me stessa. Ho lasciato che il dolore mi pigliasse il cervello. Sapevo che avrei dovuto metterci il ghiaccio, il Lasonil (che poi ho scoperto di non avere), di tenere su la gamba. Sapevo tutto. Sapevo tutto ma non ho fatto nulla di tutto quello che sapevo. Come certe volte, nella vita, che uno sa che non dovrebbe fare certe cose, ma le fa e poi, non se ne pente… Beh… Anyway, mi sono lasciata prendere dal dolore e l’ho fatto mio. Penso di aver avuto un enorme bisogno di piangere e che quella mensola, si può proprio dire, è caduta giusto a puntino. E proprio sul mio alluce destro. Fino a pomeriggio inoltrato, sono andata avanti così. Poi Laura è entrata in camera e mi ha visto che avevo la gamba sulla poltrona e stavo lavorando al pc in quella strana posizione. Si è avvicinata al piede che io, di tanto in tanto, toccavo e me ne ha dette di tutti i colori quando ha visto che il povero contuso era nero come la pece e gonfio come una pesca d’agosto. E vabbè… Là mi sono rinsavita. L’ho mandata a prendere il Lasonil e la pizza e me lo sono curato. Poi, nella foga di recuperare il “non-curato” ho preso uno dei miei trattati di magia delle erbe e ho cercato una pozione che ricordavo. Doveva essere miracolosa per le contusioni e si faceva con il rosmarino, questo ricordavo. È stato là che mi sono detta che la vita è stupenda. Non perché ho trovato la ricetta della pozione, ma perché ho aperto il libro ed ho trovato queste pagine che vedi sotto e sono scoppiata a ridere come una pazza. Lacrime e risate, questa domenica di fine febbraio… Ho riso così tanto che ho deciso di leggerne un pezzo ogni sera, di questo libro. Che cosa vuol dire tutto ciò? Molte cose. Il dolore, come dice Albix, lui non lo capisce. Io sì. Lo capisco e lo sopporto. Questo vuol dire. Va bene così perché so che così deve andare. Ho capito che nulla succede per niente. Ho capito che vuol dire che io non cambierò i lampadari fino a che non trovo qualche elettricista che si impietosisca e si prenda i miei 50 euro. Ho capito che vuol dire che, quando pensi proprio di averle viste tutte, beh, proprio non è così. E vabbè…

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