La vita non è un film

Lo sta per dire, ma lo blocco. Lo blocco mentre mi stringo stretta a lui così come farebbe un panda, lentamente e oziosamente, sotto i caldi raggi del sole salendo su, su, su, e aggrappandosi alla dura e profumata corteccia del suo albero di gelso preferito. “Come faccio a pensare che la vita non sia un film se poi tu fai le cose che fanno nei film? Certo, non le fai sempre, ma le fai…”. Silenzio. Sai la cosa che mi mette più a soqquadro? Il silenzio. E lui lo sa. Odio il silenzio dopo le mie parole. Lo odio perché sento l’eco di quello che ho detto. E, spesso, non mi piace quello che dico. La devo smettere di pensare che la vita sia un film. La devo smettere. Vedi? Dico sempre che la vita è una merda ma, poi, mi illudo che, invece, non lo sia. Ci spero, no? La speranza, come si dice, è l’ultima a morire e io, sappilo, morirò sempre dopo la speranza, questo è poco ma sicuro. Prima schiatta lei e dopo io. Sempre esagerata, neh? Ma onesta. Forse non sempre… Massì, dai, una onesta che si fa i film. Da sempre.

Quando ero ragazzina (avrò avuto intorno ai 10/11 anni), invece di fare i lavori in casa (che mi facevano pulire tutta la casa…), mi stendevo sul letto dei miei genitori e facevo finta di essere sul punto di morte. Con uno straccio in una mano e il Vetril dall’altra, a gambe tese e quasi paralizzata (che il ruolo richiedeva una certa immobilità, non so se mi spiego) sudavo sotto il lenzuolo e mi immaginavo che tutti quelli che mi avevano conosciuto venivano a rendermi omaggio, prima che esalassi l’ultimo respiro. ‘Na fila ci stava, vicino a quel letto, lunga come la Quaresima… 🙂 Naturalmente ad ognuno, con la mia rinomata magnanimità, elargivo la mia ultima frase, il mio ultimo messaggio d’addio. Cose come: “Lo so, lo so… sei stato cattivo, ma ti perdono” oppure “Non ti preoccupare, ti sarò vicina anche da morta” o, meglio ancora, “Dio m’è testimone che mai, mai, mai nella vita avrei rubato quel mappamondo eppure, tu mi incolpasti. Come potesti?! Ora che mi vedi in punto di morte, non ti vergogni? Piangi!! Piangi per il male che mi hai fatto!” Ecco, in quest’ultima frase mi rivolgevo a quella sfranticata infame della maestra Elvira Naclerio che mi fece fare un’emerita figura di merda davanti a tutta la classe e alla direttrice della scuola quando io, con mia grande sorpresa e inavvertitamente (t’ò ggiuro ‘ncòpp a mia sorella Federica!!), mi ritrovai un mappamondo sotto la maglietta di lana rossa. “Che ci tieni sott à chèlla maglietta, Rosetta?!” Io?! Che cosa? Dove?! Come?! Chi?! Quando?! Le mie manine andarono a coprire la rotonda protuberanza che faceva bella mostra sotto la maglia; continuai a camminare verso il mio banco, ma… l’infame insegnante mi tirò le trecce e mi bloccò seduta stante. E vabbè… La vita è una merda. E le trecce non me le faccio da molti decenni. Veramente, non ho ancora capito come c’è andato a finire quel mappamondo sotto la maglietta mia. E veramente, credimi, io ci passai, certo, davanti allo studio della direttrice della scuola, ma proprio non mi ricordo chi mise quel cazzo di mappamondo sotto la maglietta mia. Veramente! E veramente, marò… Mi presi così tante di quelle righellate sulle mani che ancora ora ne sento il dolore. La cosa più brutta? Che pure gli altri se le beccarono. Quando uno faceva una cosa che non andava, in quella scuola, veniva preso a 10 righellate per mano. E pure gli altri. Per un peccatore, penitenza maggiore; questo era il motto. Ed era pure una cosa brutta. Il male a te poteva ancora andare bene… ma agli altri. Marò… 😦 In quella scuola si parlava solo napoletano, pure quando ti insegnavano l’italiano. In quella scuola, che si trovava in via Nazionale delle Puglie, verso Casoria, se uno sbagliava di brutto, dopo le righellate lo mettevano nell’angolo, dietro la lavagna, inginocchiato per terra… con decine di chicchi di grano sotto le ginocchia. E là dovevi schiattare fino a quando non suonava la campanella. Sì, una bella manciata di chicchi di grano buttati là e… “Parrella, inginocchiati così impari a rubare i mappamondi!” E meno male che pesavo poco, all’epoca. Spacciatrice di mappamondi, sì, ma magra… Sì, già da allora, nei momenti di merda, trovavo sollievo. Laura dice che ho l’inesauribile fonte del sollievo. Speriamo che duri. Ero magra all’epoca, sì. Non mi ero ancora sviluppata e mamma mi rompeva i piatti di pasta in testa per farmi mangiare un po’ di spaghetti. Ok, in quella scuola, però, ci davano pure i panini con i pezzetti di cioccolata, a merenda. E’ un bel ricordo, no? Chissà perché, però, poi la cioccolata a me non è più piaciuta tanto. E non c’erano i riscaldamenti. C’era un coso di rame (?) in mezzo alla classe dove mettevano le braci e tu dovevi sempre sperare che la maestra ti facesse alzare per andare alla lavagna così ci potevi passare vicino e riscaldarti un po’. E però, in quella scuola, c’era pure Salvatore, il figlio del portinaio, mia prima passione d’amore e pure Sergio (altro compagno di classe dai corvini capelli e dalle labbra carnose) che fu la mia seconda passione d’amore. Che bei ricordi… Che sogni… E che film mi facevo. Sì, durante le ore di “inginocchiamento sul grano” chiudevo gli occhi, mi estraniavo e mi facevo i film. Ecco, quelli io li continuo a fare. Sul grano non ci sto più ma, a volte, mi sembra di esserci ritornata, credimi. E pensa che non ho nemmeno rubato il mappamondo. Quello là, però, era bellino forte. Era di legno, da scrivania. Non tanto grande, bada, ma era davvero carino. grosso come un mezzo melone giallo. Prima o poi, me ne comprerò uno. Insieme a tutte le cose che continuo a dire che mi devo comprare… 🙂 Marò… ma comm cazz so’ arrivata qua?!

E ritorno all’oggi, all’adesso. Scappo dai ricordi del grano conficcato nelle ginocchia, dai palmi delle mani rossi di dolore da righello, dai mappamondi e dai film mai realizzati. Penso, però, che i film me li faccio ancora, ogni sera. Penso che la Naclerio non c’è riuscita a farmi smettere di farmi i film, fangule ‘a ess. Mi faccio ancora i film. Alcuni non me li posso fare più. Tipo, chessò… che suono sul palco con Pino Daniele oppure che andrò in giro con una fantastica 44 e una terza senza reggiseno. Però, mi faccio altri film. Che, magari, trovo quella casetta come dico io, vicino a un fiume, nei pressi del mare, con tanta campagna e tanto vecchia, da mettere a posto, a modo mio. Che mi ripopolo la casa di cani e gatti che tanto mi mancano; che, finalmente, trovo un po’ di pace e serenità… ‘nzomma… dei film. Qualsiasi film, ma dei film.

Ok, sono tornata definitivamente qua, ora. Sospiro. Chiudo gli occhi e mi aggrappo più forte al mio albero di gelso. Non esiste la felicità. Esistono piccoli attimi di pace e amore. Forse questa è felicità. Poi, magari, t’arriva ‘na mazzata in fronte che ti fa vedere le stelle ma, intanto, hai vissuto quei piccoli momenti di… chiamali come vuoi tu. Inspiro il suo profumo. Lo abbraccio più forte e, finalmente, lo sento che dice: “la vita non è un film”. Assafàddio, ha parlato. Ha ragione, certo… Però, cheppalle. La vita non sarà un film, ma io me lo faccio lo stesso, ok? Poi, se diventa realtà, vuol dire che mi sono fatta il film giusto e che sono una brava strega. Se non succede, va bene lo stesso. Io, intanto, me lo faccio, che tempo da perdere, tra quando chiudo gli occhi e inizio a sognare davvero, ne ho.

p.s. che io sappia, non ho sorelle che si chiamano Federica (almeno in questa vita)

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