Rehab, le onde e i cammelli che sudano

Inforco la cyclette con determinazione. ‘Sta mezz’ora al giorno di pedalare, pedalare, pedalare come la mitica Rosalina di Concato, da qualche parte mi dovrà portare, porca di quella zozza infida. Fosse anche solo al reparto rianimazione del San Carlo, che ogni volta che smonto dalla sella mi sembra di avere tutti i pezzi del corpo nei posti sbagliati e mi ci vuole la bacchetta da radioestesista per recuperarli… 🙂 Ma lui mi ha detto: “Vedrà, sarà felicissima di avermi ascoltato”. E l’ho ascoltato. Fosse mai, torno al Don Gnocchi camallandomi la cyclette sulle stanche spalle e gliela sfondo in faccia, và. Prima, pedalando, accendevo al tv, ma non mi dava soddisfazione e facevo solo 15 minuti. Ora, invece, accendo Spotify e metto Amy Winehouse a palla oppure Einaudi e ci sto la mia mezz’ora. Ci penso, sai? Perché la gente muore così giovane che ha tante doti e cose belle da dare al mondo? E perché certi vecchi, che potrebbero ben morire per il contributo che danno al mondo, invece non lo fanno? Questo è un gran mistero, per me. Certo, non sarò mai io a giudicare ma, dal mio piccolo, il significato non lo vedo. Spero solo che ci sia. E se non c’è, allora vaffanculo. 😦 E pedalo. Mezz’ora. Guardo il timer. Ogni secondo è una vita. In un secondo si nasce, si vive e si muore. L’ho sempre detto. Stefania, quando eravamo alle medie, diceva che era una frase che non aveva senso. Ora, dopo 40 anni, mi dice che ero già filosofa allora. Vabbè, lei mi stima troppo e chi sono mai io per confonderle le idee? 🙂 Pedalo, pedalo e mi chiedo come ho fatto a tornare qua, a pedalare per perdere dei chili. Sai cosa è la bulimia? Io sì. Lei e la solitudine sono mie fedeli compagne da decenni. Amo il mio corpo, nonostante tutto, e amo la solitudine. Laura rideva come una pazza, da bambina, quando, dopo aver fatto la doccia, mi sdraiavo, nuda, sul letto e, dopo essermi messa le famose 3 gocce di Chanel N. 5, sorridevo felice e dicevo: “Oui, je suis Rosa, avec mon Chanel numerò senc je suis very sexy!” e mi mettevo in pose pseudo-comiche- a mò di pin up beneventana extra large. 🙂 Sì, amo il mio corpo e la mia solitudine. Avrei voluto un po’ più di equilibrio tra i due, se proprio vogliamo dirla tutta. Un po’ più di solitudine e un po’ meno di corpo, quello si. Ricorda, Lala, di non aver mai paura della solitudine. Adoro la solitudine. C’è gente che non ci riesce a stare assieme. Io, invece, anelo ai miei momenti di solitudine. Amala. Se la sai usare bene, ti darà frutti inaspettati e dolcissimi, come questi momenti che sto scrivendo, alla luce del tramonto, dopo essermi fatta la doccia, dopo aver pedalato. Già, pedala, pedala, Rosè… Come ci sono arrivata qua? Questo mi chiedevo, mentre pedalavo sudando e guardando i secondi che scorrevano sotto i miei occhi appannati dalla stanchezza, sul timer. Una volta ero magra. Sono sempre stata magra. Poi, verso i 10 anni, sono arrivate le mestruazioni, le cose brutte della vita e il fatto di non poterle dire a nessuno. In quel caso, la solitudine non ti aiuta. E allora te le dici a te stessa, le cose, e più te le dici, più non ti piacciono e più non ti piacciono, più ti senti vuota dentro perché nessuno ti dice che ci sono cose che non ti devono succedere e tu non sei preparata e loro ti difenderanno. Nessuno ti dice che va bene anche così. Nessuno ti dice che quelle paure che hai e quelle cose che ti succedono non sono poi così spaventose come credi e le vivi. Che spaventose e brutte e orribili lo sono davvero, ma se qualcuno, da bambina, ti dice che va bene e che non è colpa tua, allora, magari ci credi e più paura non avrai e il lupo, magari, scappa pure via perché arriva il cacciatore che lo spaventa. Ma non succede. Nulla di questo succede. E allora mangi perché il vuoto dentro non può essere riempito dalla parole e dall’affetto di nessuno perché nessuno ti parla e nessuno ti dice che ti vuole bene e tu non riesci a parlarti e a volerti così tanto e abbastanza bene da riempirtelo da sola. Non so se mi sono spiegata. E se non mi sono spiegata, chissenefotte. Non è necessario. Succede. Comunque, penso che bisognerebbe volersi un bene enorme e parlarsi in più lingue diverse, per poter essere sereni e tranquilli anche quando nessuno ti vuole bene e ti parla. E quando non c’è il cibo a colmare quel vuoto, c’è qualcos’altro. E ti mandano al rehab… E se non ci vuoi andare… 😦 Ecco, forse così è successo ad Amy Winehouse. Ognuno ha il suo mostro da nutrire. Che ci piaccia oppure no, per quanto fighi e imbattibili e forti pensiamo di essere, il mostro lo abbiamo tutti, dentro. Hai voglia a dirti tutte le palle del mondo. Perfino quelli magri, molto più magri di me. Ognuno di noi ha il proprio mostro, dentro. Qualcuno lo vomita, qualcuno lo droga, qualcuno lo abbuffa, qualcuno lo fa ubriacare, qualcuno lo stordisce, qualcuno lo ignora, qualcuno lo affronta, ma solo dopo averlo guardato in faccia per anni. Se io l’ho mai guardato in faccia e affrontato? Sorrido… Pedalo e sorrido… Pedalo più forte perché mi sto incazzando. E Amy continua a cantare. Sorrido perché non l’ho solo guardato in faccia, ma l’ho affrontato e ne sono uscita perdente; più volte. Non so se la guerra l’ho persa, ma tutte le battaglie, finora, sì, questo sì… Bisogna ammetterle certe cose. Sono i fatti che parlano. Il mio mostro non paga l’affitto e si è allacciato a luce e gas senza mai pagare una bolletta, il figlio di puttana che non è altro. Non lasciare che il tuo mostro ti mangi da dentro, Lala. Uccidilo. Uccidilo non appena puoi. Se leggerai questo scritto, se io ci sarò ancora, se ci sarà anche lui, vieni da me e fatti aiutare. Magari, in due, ce la facciamo, ok? Bisogna sempre provarci, Lala. Non ti arrendere mai. Non ti arrendere mai, capito? Chi si arrende, da fuori può sembrare che viva, ma è già morto dentro dal preciso momento in cui si è arreso.

A 22 anni dimagrii. Dopo 12 anni di pseudo-grassitudine, nella quale mi nascondevo con le mie poesie, le mie canzoni, i miei libri, le mie paure, i miei rancori e la mia solitudine, decisi di dimagrire. Lo decisi e basta. E così mi facevo 15 km al giorno con la bicicletta da Arma a Portosole, andata e ritorno, ogni giorno. Mangiavo solo proteine, verdure, frutta e grissini. Niente porcherie. Niente budini, panini con burro e acciughe, gelati, torte, bibite gassate, carbonara, pizza… Niente di niente. E dimagrii. E lei gli disse che, forse, mi drogavo, perché una non poteva dimagrire così di botto per niente. E lui le credette. Lei non mi chiese mai perché dimagrii. Lui nemmeno. E così iniziò la tortura. Ogni mattina di quella maledetta estate, lui mi svegliava alle 7 buttandomi acqua ghiacciata addosso, prendendomi a calci da sopra la coperta, dandomi della drogata e dicendomi che dovevo scendere giù ad aprire il ristorante altrimenti mi avrebbe trascinata giù per i capelli. Una volta lo fece pure. Chissà se se lo ricorda. Chissà… E lei stava dietro la porta, ad ascoltare e guardare. Quanto male e quale male posso mai averti fatto? Perché? Perché? Perché, invece, non mi hai solo chiesto “perché”? Se me lo avessi chiesto, ti avrei detto che ero innamorata e che volevo essere bella per fare innamorare anche lui di me. Solo questo. Nessuno mi chiese nulla. Io dimagrii. Lui si innamorò di me. Durò solo due settimane. Poi me ne andai a Londra. Via, via, via… Vieni via con me. Io e il mio mostro, a Londra. Ci sono volte che si permettono perfino di rimproverarmi che me ne sono andata a Londra lasciandoli soli, con papà che la faceva da padrone. 🙂 Sorrido… pedalo e sorrido… Sai ‘na cosa? Non me ne fotte niente del tuo mostro. Non me ne fotte niente del fatto che ce l’avessi pure tu. Sorrido perché l’ultima volta che me lo hanno detto gli ho risposto: “Bisogna avere i coglioni per andarsene solo con 500 mila lire, nessun posto dove andare a dormire, senza conoscere nessuno in un paese freddo e ostile. Bisogna avere i coglioni per rimanerci 10 anni e soffrire la fame e costruirsi una vita e una carriera senza chiedere una lira a nessuno di voi che, invece, pensate di aver avuto i coglioni a rimanere qua, con un bel tetto sopra la testa e 500 milioni sotto il culo.” Chissà perché, da allora lui non mi parla più. 🙂 Meglio così… Fammi un favore, và… FOTTITI. Sorrido e pedalo. Pedalo e sorrido… Come ho fatto ad arrivare qua? Così? Con questi chili e questi dolori alla cervicale e tutto il resto? E’ lui che si è allargato. Si sta prendendo tutte le camere del mio corpo. I chili me li porto dietro da quando avevo 10 anni. Vanno e vengono, dipendentemente da quanto mi sembri che qualcuno mi ami abbastanza oppure no. Non è praticamente mai abbastanza, pure questo dobbiamo ammettere. Il vuoto è troppo. Troppo. E’ diventata una voragine, con gli anni. Niente e nessuno mai la colmerà. Ci vorrebbe troppo. La cervicale è infiammata perché, se somatizzo bene, lo faccio pensando che porto addosso il peso del mio mondo, delle mie responsabilità, dei doveri che non posso condividere con nessuno; come Atlante, che si portava il mondo sulla schiena, io ci porto il mio. E pesa… sapessi quanto pesa, per quanto bello sia. Pesa. Sorrido e pedalo. Amy ha smesso di dire che non vuole andare in rehab. Sento le note di Einaudi che mi entrano nel cervello. Sto pedalando più forte. Sto sudando come un cammello. Ma i cammelli sudano? Boh… 🙂 Sorrido e pedalo. Ricordo la settimana scorsa. Stavo in stazione per andare fuori per lavoro. Ero in ritardissimo. Quasi lo perdevo, il treno. Stasera ho raccontato di questa cosa a Laura in inglese. La prof le ha detto che deve fare pratica con me per l’orale e, da oggi, si parla solo in inglese in questa casa. Vedremo quanto regge. 🙂 Comunque, correvo dal Mediaworld verso le scale mobili che portavano ai binari. Che affanno… La valigia era pesantissima, tra pc e libri. E poi lo vedo. Stupendezza tra le stupendezze, un ragazzo che suona un pianoforte a muro, proprio là, di fronte a me, dall’altra parte delle scale mobili. Tutti passavano correndo. Solo una ragazza gli stava accanto ad ascoltare. Le note, bellissime, mi arrivano al cuore. Non so perché, non me lo chiedere. E’ successo e basta. Ho pensato, peccato che nessuno gli dica che è bella, quella musica. Ho pensato, peccato che nessuno si fermi ad ascoltare, anche poche note. Ho pensato, chissà se mi sente se glielo urlo da qua, mentre la scala va su, su, su, verso il mio destino. Ho pensato, vabbè, merda che vada, non mi risponderà. Ho urlato: “Uè, ragazzo pianista! Quassù! Sono qua!” Mi sbracciavo mentre lui cercava la sorgente di questi richiami folli. Mi vede. Lui sorride, lei sorride, io sorrido: “Bellissima musica! Mi dici il titolo? Ti prego!!” Lui ride, lei ride, io rido. Le sue parole mi arrivano leggere, attraverso il ciuff ciuff dei treni, la gente che parla, le scale mobili che vanno, la pubblicità sugli schermi, gli annunci della stazione: “Leonina, andiamo”. Rimango là un po’ confusa per qualche milionesimo di attimo e mi dico che è proprio ‘na musica che non conoscevo. Giusto per non perdermela, ripeto: “Leonina, andiamo?!” Lui ride, lei ride, io rido. “Noooo”, urla ancora più forte, ormai ci siamo sputtanati, ‘fanculo il mondo, e tutti ci stanno guardando…” Le onde, Einaudi!” Io rido, lui ride, lei ride. Urlo un grazie proprio alla fine delle scale mentre ci salutiamo con le mani. Io rido, lui ride, lei ride. Sono felice perché ho fatto una cosa che, se non l’avessi fatta, sarei stata triste e l’avrei rimpianta per tutta la vita, come quella volta che non comprai l’anello d’argento con la testa di cobra a fauci spalancate al mercato di Portobello per 30 sterline. Era così bello e realistico che, dopo 30 anni, lo sto ancora cercando… Vabbè… Sorrido e pedalo. Pedalo e sorrido. E’ una musica così bella che non smetto di ascoltarla e mi ispira lo scrivere dell’anima. Non si smette mai di sapere, se vuoi sapere. Il mio mostro non ha mangiato, quel giorno. Di queste cose si nutre la mia anima che, quando ci riesce ed è abbastanza forte, lo respinge bene. Le cerco ovunque, pur di nutrirla. Sono atti d’amore verso me stessa. In mancanza d’altro. Ora sai perché le noto, le vivo e le racconto.

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