Anna Milena Pecchenino

Scrivo il tuo nome e cognome completo perché, se ti cercano, ti devono trovare, Anna. Perché si deve sapere di te. E se ti cercano, in questo mare di byte nel quale non ti sei mai tuffata e lo facevi fare a me, per te, ti devono trovare. Stiamo guardando una trasmissione coreana. Abbiamo appena chiarito una discussione animata, io e Laura. Il mio fio da pagare è guardare ‘sta trasmissione di cantanti coreani che sono di un ridicolo assurdo. Il suo l’ha già pagato ascoltando la mia ennesima sfuriata sul rispetto e l’amore e la considerazione per le persone che vivono con noi e per chi si ama. E’ venerdì 17. Giornata di merda. Ci sono dei gruppi di Kpop che fanno proprio cagare, sappilo. Il suo cellulare suona. Vede il numero e dice: “E chi è?” si alza e va in corridoio a parlare. Io resto là, sul divano, a cuccarmi ‘ste mini-troiette vestite da Candy Candy che mimano l’atto sessuale cantando rap in coreano. Mi dico che è tutto surreale e che, se non torna tra 2 minuti cambio canale e, piuttosto, mi guardo i pacchi su Rai1. Torna. Le chiedo chi era. Esita. Si siede sul bracciolo, vicino a me. La osservo e mi chiedo se è diventata scema tutto d’un botto, che non mi parla. Poi risponde: “Clarissa”. Vedo che vorrebbe dire qualcos’altro, ma non ci riesce. E allora le chiedo: “Embè? Che ti ha detto? Tutto ok?” Toglie l’audio alla TV e penso che sia ancora più scema. Silenzio e poi… “Mi ha detto che ieri è morta la Anna, per colpa del tumore. Fanno i funerali domani.” Si, così ha detto “per colpa del tumore”. Mia figlia che dice: “per colpa del tumore”.  Mi guarda in silenzio e mi  chiede: “Come stai?”.

‘Sta storia che al nord mettono il LA o il IL davanti al nome delle persone mi fa proprio cagare. Finalmente si è liberata e spero proprio che ora sia felice e stia bene.

Anna, mi

Queste sono le prime due cose che ho pensato. Sono stata zitta. Ho solo pensato queste due cose per qualche secondo. Poi ho cercato i segni. Ho pensato queste due cose e mi sono chiesta perché non piangevo. Ho cercato i segni e li ho trovati. Ho cercato i segni e li ho trovati ed ho iniziato a piangere. I segni li troviamo sempre, se vogliamo. E il mondo intero mi ha travolto. Come se fossi stato Bip Bip in mezzo all’autostrada del deserto e un camion da 3 milioni di tonnellate mi avesse improvvisamente travolto. Il mondo mio e di Anna mi ha travolto. Ieri ero alla riunione di classe del Brera. Subito dopo essere uscita dalla classe di Laura, verso le 8 di sera, mi chiedevo quando la smetterò di fare la rappresentante di classe. Quando la smetterò di fare quella cosa che lei mi insegnò e che così tanto amai fare, con lei. Quel pensiero mi ha portato alla cosa che lei amò più di tutte, di quelle che feci per quella classe, durante i 3 anni da rappresentante: un calendario perpetuo. Ci mettemmo assieme a creare il progetto. In realtà lei disse cosa voleva fosse il risultato; io glielo portai. Disse che doveva essere una cosa che sarebbe dovuta rimanere per tutta la vita di quella scuola. Trovai la soluzione. Doveva insegnare ai bimbi a calcolare le date e le stagioni e i mesi e i giorni. Voleva che fosse una cosa giocosa  e che non costasse nulla. Esigente… Feci una roba stratosferica. E ci misi pure le immagini e i colori che voleva lei. Fu un lavoraccio della Madonna, ma ce la feci e lo inaugurammo durante una delle riunioni di classe. Questo è stato il segno. L’esatto momento in cui lei moriva, io ero in auto e ricordavo questa cosa.

Anna, mi manchi

La prima volta che la conobbi fu quando andai a portare Laura all’asilo, il primo giorno. Classe verde, asilo di via Paravia, Milano, settembre 2001. La classe verde di Anna ed Eugenia. La classe di Anna, in realtà. Comandava lei… 🙂 A lei piaceva comandare, come a me. Lo devi ammettere, Anna. 🙂 Nessun contatto particolare fino al giorno, alcune settimane dopo, in cui volli fissare un colloquio perché, secondo me, Laura non stava vivendo bene l’asilo. La notte non dormiva e non voleva mangiare a cena. Ricordo ancora dove ci incontrammo. Contro le finestre dell’infermeria. Là mi fece aspettare. E io, guerriera di mia figlia, le dissi che, forse, faceva male il suo mestiere perché Laura dava segnali di malessere. E lei sai che mi rispose? “Signora, invece di pensare che noi a scuola li traumatizziamo, perché non si guarda un attimo in casa e vede se davvero, come mi dice, tra lei e suo marito tutto va bene e nulla è un problema? Perché date sempre alla scuola la responsabilità di problemi che potreste, invece, causare voi? E’ vero, ha ragione, sua figlia trascorre 8 ore in questa classe ma, mi creda, sono 8 ore lontano da casa e qua Laura è felice. Io li conosco tutti, i miei bambini e se ci fosse un problema, sarei la prima a cercare di capirne la ragione. Dunque, ripeto: si è mai guardata in casa prima di guardare a scuola?” CAZZO, CAZZO, CAZZO 😦  Nessuno, davvero, nessuno aveva mai osato. Nessuno. L’avrei potuta sbranare. L’avrei potuta uccidere a parole. E invece le dissi che ci avrei pensato e le avrei fatto sapere, per il bene di mia figlia. Penso di essermi innamorata di Anna in quel preciso momento. Sei stata una migliore amica, davvero. Ora che sei morta, Anna, lo posso dire. Ora che guardo indietro a noi due, lo posso dire.

Anna, mi manchi così

Qualche tempo dopo il giorno del colloquio, tornai. Tornai a dirle che aveva ragione e lei ci rimase di pippa. Penso che si sia innamorata di me in quel momento. Disse che nessuno era mai tornato a dirglielo e che, se volevo, potevamo vederci anche fuori dalla scuola. E così fu. Quanti anni, Anna? Quanti? I primi 3 furono anni d’amore amicale vero. Quelli in cui eravamo entrambe felici di essere assieme, nonostante tutto. Abbiamo respirato la stessa aria, assieme, su questa terra per quasi 14 anni. Ci sentivamo tutte le sere e tutte le mattine. Non potevo capire come si potesse parlare senza dire parolacce. Tu lo facevi. Usavi termini come: stordito, babbeo, imbecille che per me sono acqua sporca. Da ieri sto cercando di ricordare quella parola che dicevi sempre, quando volevi insultare qualcuno che mi faceva ridere un casino perché era la meno offensiva del mondo, ma tu la dicevi come se fosse uscita dalla bocca del diavolo. Insegnasti a Laura a mangiare le carote. La chiamavi Tin Tin.. come il cartone animato. Fosti la prima a farmi vedere le sue opere d’arte e a comprendere, con me, che andava lasciata correre via, con la sua fantasia e le sue capacità per avere da lei il meglio del mondo. Mai, nessuno, dopo di me e con me, fu così vicino a Laura quanto te. Per te lei era un genio sensibile e cuor contento… vabbè. 🙂 Stavamo ore e ore al telefono. Eravamo fantastiche alleate per le iniziative dei tuoi bambini. Andavamo al cinema (certo che a te piacevano quelli cagosi). Ai concerti (prima fila al concerto strumentale solista di Alex Britti, primo concerto vero di Laura). Ci sentivamo e parlavamo e ridevamo così tanto assieme che Marco fu così coglione da andare a controllare i miei sms e serenamente asserire che, secondo lui, eravamo lesbiche perché mi scrivevi “ti voglio bene” ogni sera e io rispondevo lo stesso. Ed era vero. Forse era questo che lo faceva dannare. Quando si vede qualcosa di bello, dentro e fuori, bisogna sporcarlo, se si è sporchi noi dentro vero? Bisogna sporcarlo, se non si è capaci di cotanta forza di cuore.

Anna, mi manchi così tanto

Poi ci furono gli anni del tumore, che ti stetti vicina quanto più potevo, sin dalla prima operazione, nonostante le liti con Marco che non capiva perché lo facessi. Ricordo ancora l’attesa, tutte quelle ore, fuori dalla porta della sala operatoria, quando ti tolsero il rene; il primo pezzo del tuo corpo che il tumore si portò via. Ero da sola. Nessuno di famiglia, vicino a te. Solo io. E quando uscisti, su quella barella, ad occhi chiusi, quasi mi venne un colpo perché pensavo fossi morta e, invece, ne apristi uno e mi facesti ridere dal sollievo. Quanti baci su quelle guance morbide e profumate ti ho dato, Anna? Quanti? Quante cose mi hai insegnato? Quante ne ho insegnate io a te? Quanto abbiamo vissuto assieme? Nel bene e nel male. E quella volta che mi insegnasti a sopportare il dolore come facevi tu con il tumore? E il reiki che mi praticasti, malata e buona? Ci sostenevamo a vicenda. Ridevamo assieme. Urlavamo assieme. Quante fotografie, Anna, del mondo che ci circondava. Fotografavamo tutto e tutti. E non ho una foto mia con te. Ho questa foto. Mi guardi negli occhi e mi sorridi, mentre ti fotografo. Come sempre. Tu guardavi negli occhi e sorridevi, no matter what you said…

No, non ho una foto di noi due assieme ma, da qualche parte, però, so che siamo assieme. Lo so.

Poi incontrasti Yasseer e ti aiutai a sposarlo mandando i documenti alle ambasciate tramite email. Che ridere, tu non sapevi nemmeno cosa era un pc e non lo hai mai voluto sapere. Donna del giornale di carta e donna dei libri tra le mani, tu eri. E poi vi sposaste. Dio, quanto eravate belli. Ricordo ancora le notti, prima che arrivasse in Italia, che mi chiamavi piangendo come una bambina cretina e urlando: “Io voglio Yasseeeeeerrrrrr….” E lo avesti. 🙂

Anna, mi manchi così tanto che mi 

Poi ci furono gli anni della paura, del dolore e della rabbia, i tuoi. Gli anni che non ti capivo, ti volevo bene e non dicevo nulla. Gli anni che, a tratti, ti stavo lontana per non dirti cose cattive. Perché non capivo. Non capivo e, ancora ora, Anna, non capisco. So di persone che diventano brutte dentro, con la malattia, ma tu, Anna? La mia Anna non poteva essere cattiva. Eppure… Sembrava che il mondo ce l’avesse con te. Sembrava che tutto e tutti fossero contro di te se non la pensavano come te. Quando sbaglio, magari con un po’ di riluttanza, lo dico. Questa volta, no. Questa volta non ho sbagliato, lo so. E mi assumo la responsabilità di non esserti stata vicina fino all’ultimo. Così abbiamo voluto entrambe. Va bene così.

Anna, mi manchi così tanto che mi fa

Oh, Anna… 😦 spero davvero che ora tu stia bene, ovunque tu sia. Spero che la rabbia e il rancore e il dolore e la cattiveria ti abbiano abbandonata all’ultimo, almeno all’ultimo. Yasseer mi ha detto che sei morta con il sorriso. Che hai chiuso gli occhi sorridendo, come sorridevi una volta. Piango perché era un anno che non ti sentivo più. L’avevamo deciso assieme. Non mi piacevano le tue scelte da donna malata di tumore. Non ero d’accordo. Non mi piacevano e tu sapevi che non erano scelte giuste. Non posso condannarti. Posso solo dire che Antonella mi ha aiutato a capire. Mi ha detto che la gente che si ammala di botto, a volte, diventa cattiva. Che è possibile per chi, come lei, invece, non sa cosa sia una vita in salute, essere buoni e generosi dalla nascita. Forse avrei dovuto amarti di più. Forse avrei dovuto sopportare e amarti comunque. Forse ho sbagliato. Non lo saprò mai. Certe scelte, però, sono davvero importanti e non si può sempre abbozzare. Me ne assumo la responsabilità. Spero che tu però, alla fine, abbia capito. Spero tu abbia davvero capito e fatto ciò che era giusto fare. Lo spero con tutto il cuore.

Anna, mi manchi così tanto che mi fa male

Piango perché non ti ho potuta abbracciare un’ultima volta. Piango perché ho chiesto di poterti vedere un’ultima volta e tu mi hai ascoltata. Sono sveglia da stamattina alle 5. Piango a tratti rigirandomi nel letto caldo. Alle sei ho chiuso gli occhi. Ho sentito Laura che veniva a controllare. Ieri sera non ha pianto. Lo farà oggi, al funerale. Le darò le mie fresie da mettere sulla tua bara. Ieri mi ha detto che le faceva strano, quella situazione, perché era la prima volta che diceva a qualcuno che era morta una persona che ama. Embè, pure questo le hai insegnato, Annina… 🙂 Anche questo hai insegnato a Laura. Non mi ha chiamata, stamattina. Mi ha solo guardato. Ho sentito lo sguardo preoccupato di mia figlia trapassare la coperta. Ha accostato la porta ed è andata a scuola. Ho chiuso gli occhi meglio ed è stato allora che t’ho sognata. Ho sognato che eravamo in un locale. Io ero seduta sul bancone e cantavo una canzone che mi era venuta in mente da comporre. In inglese. Tu ascoltavi. Stavi seduta, davanti a me, ad ascoltare. L’avevo appena pensata e non avevo nemmeno la chitarra da metterci su le note. Cantavo a voce alta perché avevo paura di dimenticarla. Poi, finita l’ultima strofa, tu ne hai subito cantato il ritornello, con me. E mi hai sorriso dicendo: “Hai visto? Ho imparato la tua canzone! Non è così difficile da imparare.” Oh, Anna… Anna… Anna… 😦 Dio, che dolore… Si, penso che abbiamo cantato una bella canzone assieme, noi due. Lo penso proprio. Una bella canzone d’amore abbiamo cantato, noi due.

Oggi, al funerale non verrò. Tu avresti capito. Lo so che avresti capito. Quando ti portai al funerale di tua madre non ci stavi bene, in chiesa. Ci saranno tutti i tuoi bambini e ci sarà una marea di gente e io, invece, voglio stare sola con te, per dirti addio e piangere quanto ci sarà da piangere. Verrò a Lambrate, domani. Stasera Yasseer verrà a cena da me e gli chiederò tutto. Stasera sarai ancora con me. Stasera guarderemo le foto della gita al lago di Como. Stasera tornerai da me, con me, per sempre.

Anna, mi manchi così tanto che mi fa male il cuore. Aspettami, ok?, che io arrivo…

Cos’è la vera amicizia? Nessuno lo sa. Ognuno ha la sua. Per me, la vera amicizia fu quella che vissi con te.

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