A buon intenditor… (parte 1)

La morte di Anna mi ha dato da pensare e mi ha confermato una cosa su me stessa. Io sono una persona coerente. Nel male e nel bene, io sono coerente. Quello che dico è quello che faccio. Quello che penso è quello che sono. Piaccia o no, questo è. E la sai una cosa? Mi sono rotta i coglioni. Quando ho smesso di frequentare Anna, l’ho smessa di frequentare davvero. Quando ho deciso che non mi piaceva più come persona, perché violava uno dei miei valori di vita più importanti con il suo comportamento, tumore o no, non l’ho più frequentata. Non è stato facile, ma sono stata coerente con me stessa e non me ne sono pentita. Da quello che mi ha raccontato ieri sera Yasseer, le cose non sarebbero andate meglio. Si sono allontanate tutte, dopo di me… Il mio bene per lei, comunque, è rimasto, ma non l’ho più cercata da nessuna parte e tramite nessuna persona. La vita, te lo continuo a dire, Lalina, è una questione di scelte. Tu falle. Giuste o sbagliate, sono scelte tue e, tanto quanto sei libera di farle, sei pure libera di cambiare idea e dirlo a tutto il mondo. Questo è il punto: dirlo a tutto il mondo. Perché quello che ti chiedo è di essere coerente con le tue scelte. Ti chiedo di non dire una cosa e farne un’altra (magari pure di nascosto) perché, allora, saresti davvero una gran delusione, almeno per me. Io non l’ho fatto sempre, lo ammetto, ma ci ho provato con tutta me stessa e, se dovessi darmi una percentuale, direi che ci sono riuscita nel 95% dei casi. L’altro 5% era per esercitarmi… 🙂

Perché lo dico? Perché ieri mi hai detto che, quando morirai, non vorrai un funerale come quello di Anna. Hai iniziato a dirmi: “Ricordati, mamma che se…” e poi ti sei fermata (DIO DEL GRANDISSIMO PARADISO, GRAZIE) e hai continuato: “…vabbè, ma tanto tu non ci sarai, lo dovrò lasciare scritto…”. Lascia scritto, Lala. Tu lascia scritto che io sarò già terra per i cecetti da qualche centinaio di anni, per allora. Poi: “Mamma, non era un funerale per Anna, quello. Era un funerale per Dio e c’era un’atmosfera pesantissima e l’unico momento in cui ho versato una lacrima è stato quando quel suo amico della Croce Bianca, dove lei faceva volontariato da giovane, ha suonato la fisarmonica per lei, davanti alla bara. Ecco, è stato il mio primo funerale e non mi è piaciuto proprio anche perché io non credo in quel Dio là.” Le ho chiesto in cosa credeva, allora. E questa è stata la conversazione che ne è scaturita, stamattina:

“Ma perchè? Bisogna per forza credere in qualcosa?”

“Sì, perché la fede, in qualsiasi cosa, ti da la forza di vivere, di andare avanti, di sperare che qualcosa di buono possa succedere. Puoi credere in questa trapunta, nella pianta di pomodori, nel laccio delle scarpe. Credi in quello che vuoi, ma credi. Io credo nell’amore e nella forza della gente che prova amore e che lo pratica, indefessamente. Gli atti d’amore portano a fare cose stupende e orribili. La fede nell’amore sta nel mezzo di queste. Mai dovrai per forza credere nella stessa cosa mia. Mai. Scegli tu in cosa credere. Comunque, non lo sai, ma credi. Ne sono sicura. Credi in qualcosa.”

Vabbè, io credo che c’è qualcosa. Questo sì. Credo che c’è qualcosa che, quando mi succede una sfiga, è perché ho fatto qualcosa che non andava. Credo che se qualcuno fa qualcosa di male, poi viene punito. Credo nella giustizia che viene da qualche parte che non so dove sta. Credo che c’è il caso e credo pure nel Karma, questo si. Non credo che quando morirò ci sarà un Dio sulla nuvoletta che mi aspetta per portarmi in giro nei verdi pascoli, no. E’ ridicolo. Se faccio il rosario, quelle poche volte all’anno, lo faccio perché me lo ha insegnato nonna Anna e allora, credo in lei che mi ha insegnato a farlo, no? Lo faccio per lei e perché me lo ha insegnato lei e perché io voglio bene a lei, non per Dio. Non credo che sia giusto fare un funerale per una persona dicendo che ora che è morta andrà in Paradiso e tutte quelle cose della Bibbia. Voglio dire… con che diritto il prete dice questa cosa? Mica c’è stato dopo la morte lui, no? Mica sa davvero cosa c’è dopo? Io dopo credo che non c’è niente. Che moriamo e basta. E visto che nessuno lo sa e visto che in quella bara c’è una persona che abbiamo conosciuto che non sarà più tra noi, allora, perché non si parla di ciò che quella persona ha fatto per noi? Dell’impatto che ha avuto nella nostra vita? Perché dire tutte quelle cose sulla Bibbia che con Anna non c’entravano? Sai quando è stato bello ieri? Quando quel signore ha raccontato del fatto che Anna è stata la prima donna a fare parte della Croce Bianca. Prima erano tutti uomini, sai? E poi, quando hanno permesso le iscrizioni anche alle donne, Anna è stata la prima a iscriversi. Ecco, questo dovrebbe succedere a un funerale. Sai, ci ho pensato. Ho pensato che lascerò delle mie foto e i miei disegni e i miei scritti e la gente dovrà fare una festa… ok, non una festa vera e propria, ma….

“Una celebrazione…”

Sì, una celebrazione della persona che abbiamo conosciuto e allora, mamma, allora sì che si potrà piangere. Perché ieri, io, non ho pianto più di tanto proprio per questo. E poi la gente potrà dire tutto quello che vuole, ma perché hanno conosciuto me e hanno amato me e io loro. Ecco.. proprio come dici tu, dovrà essere una celebrazione e non una cosa pesante come ieri…

Cosa ho fatto? Nulla. Ho detto che era proprio questo che volevo sentire e me ne sono tornata a scrivere. A scrivere questo che segue.

Sai cosa penso? Penso che non mi vanto di essere una gran madre. Non mi vanto di essere una gran figa di educatrice. Non mi vanto di essere un genitore fantastico. Mi vanto solo di una cosa. Di aver avuto tra le mani il più fantastico “pongo umano” e di averlo fatto diventare, solo con l’istinto e l’amore, un’opera d’arte di essere vivente decisamente sublime: mia figlia.

Perché? Perché quello che lei ha deciso di fare del suo “funerale-celebrazione” io l’ho deciso circa 20 anni fa, quando ho visto l’involucro che conteneva l’anima di mio nonno e che chiamiamo corpo. All’ultima pagina del mio quaderno rosso dei sogni che trascrivo quando me li ricordo e che sta sul mio comodino, ci sono tutte le istruzioni per il mio funerale-celebrazione che non parlerà di Dio e della Bibbia, ma di me e della gente che ho conosciuto e amato e di me e quello che ho fatto o non fatto con e per loro. Dovrà essere un momento nella vita da ricordare con un sorriso e un sospiro. Come un palloncino che vola su nel cielo azzurro e fa sorridere la gente. Come una lanterna cinese che lasci andare nella notte buia e fresca con un alito di nostalgia e di speranza. Sai cosa penso? Che non ho mai detto a mia figlia come pensavo fosse giusto fare un funerale perché mai e poi mai vorrei obbligare nessuno a farlo come il mio. Penso che lei, Dio solo sa come e solo grazie a quello che le ho insegnato della vita e della gente, invece ha deciso di fare esattamente ciò che penso e che non abbiamo mai discusso. Penso che sono riuscita, con i miei insegnamenti e le mie parole e le mie rotture di cazzo quotidiane, a farla arrivare a questa decisione e a questi pensieri e, dunque, questo è il mio più grande successo della vita. Bizzarro che debba essere il più grande successo improntato sulla morte, ma, è davvero il mio più grande successo della vita perché non è mai stata fatta lezione in merito, dalla sottoscritta. Mai ne ho parlato e mai ne abbiamo nemmeno accennato. Ho solo vissuto come voglio vivere e fatto ciò che penso sia coerente fare. E lei mi ha osservata.

Così, sono tornata di là in cameretta e le ho detto tutto quello che ho appena scritto chiudendo con un: “Concordi?” Risposta? La vedo dare due o tre masticate al legnetto di liquirizia che le ho comprato per farle alzare la pressione; sorride, annuisce vigorosamente e mugugna un veloce Uh… 🙂 donna di poche parole, Lalina… E’ là che le ho chiesto la medaglia. “Bene, allora vorrei una medaglia, per favore. Una medaglia con la scritta: “Grande educatrice di bambine lunatiche” si può?” 🙂 Sorride di nuovo… 🙂 Vado a darle due baci schioccanti sulle guance che ancora masticano la liquirizia e sussurro: “Grazie per avermelo permesso“… Solo allora, parla: “Grazie a te…

Beh, che dire? Che avevo iniziato questo post che volevo dire una cosa e ne ho detta un’altra, come al maledettissimo solito. E lo volevo fare pure breve, ‘sto post. Cheppalle… 😦 Vabbè… lo finisco in un altro articolo, và… che altrimenti non ha lo stesso impatto. Mò vado a cucinare gli hamburger e le patate Hasselback… 🙂

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