Viaggio di lavoro… ma non troppo.

Se sei brava a leggere tutto, ma davvero tutto, fino alla fine, avrai una sorpresa da non poco…

Esco dall’albergo mentre le fitte, dal basso ventre, iniziano a spargersi lentamente su per i lombi e farsi sentire leggere, ma infami, attraverso tutto il corpo. Quelle così sono: leggere, sì, ma infami. Una volta al mese, leggerezza unita ad infamia avvolgono le ovaie di milioni di donne. Grazie, Dio… 😦 Dio che tutto vedi e tutto organizzi, grazie del dolore che, puntualmente e mensilmente (giorno più, giorno meno) generosamente ci elargisci. Sai ‘na cosa? Il mio dolore, quello mio… quello che mi accompagna, ormai, da più di 30 anni, frutto di questa femmininità (sì, con la N) acquisita al meglio che posso, te lo offro in cambio di tutto ciò che di bello mi hai dato. Perché, devo dirlo, cose belle me ne hai date e, ho sentito dire, tu sei uno che apprezza il dono del dolore degli altri. Padre Pio te ne faceva dono, Madre Teresa pure… Io non sono come loro, ma ti dò il mio piccolo dolore. Spero ti basti e non me ne chiedi di più grandi, ok? Ecco… Bisogna pensarle, certe cose. Soprattutto quelle cretine come questa, se cretina è. Perché soffro? Perché mi succedono certe cose? Dio lo sa. Io no. Io posso solo speculare. Dio lo sa. Mi piacerebbe parlare con Dio, se potessi. Avrei ‘na marea di domande da fargli. In mancanza di lui, sulla terra, avevo Padre Marco; domenicano missionario che sputava sangue quando parlava perché aveva la tisi. Poi è morto, Padre Marco, non Dio… e non ho avuto più nessuno a cui fare domande di un certo tipo. Mi piacerebbe avere un prete sereno nell’anima e nel cuore con il quale poter parlare come facevo con Padre Marco. Domande di tutti i tipi. Ma, Dio… è femmina o maschio? Ma esiste davvero il “non gender”? Ma tu, da lassù, vedi davvero tutto? Ma noi, quaggiù, che cazzo ci stiamo a fare? Ma come faccio a far capire a mia figlia che si deve aprire all’amore e non “ragionarlo” perché, tanto, l’amore è in continuo agguato?

Fitta lunga e bastarda, ora. Lungo respiro. Mi blocco un attimo. Marò… Questa volta, però, non mi lascio scoraggiare. Continuo a camminare tra i bouquinistes di via Luca Giordano. Non sono uguali a quelli di Parigi ma, uè… chissenefrega? Anyway, ho deciso che questo viaggio di lavoro a Napoli deve servire a qualcosa. A parte il fatto che se andassi in centro, troverei un casino assurdo perché oggi arriva il Papa e ‘a forza nun à teng… Bizzarro, mi vien da ridere. Siamo a Napoli tutti e due, io e Papa Francesco, per lavoro. Io ho finito ieri di lavorare a Napoli, lui inizia e finisce oggi. Ho deciso. Voglio andare a rivedere Castel sant’Elmo e pure la Certosa di San Martino con la chiesa e il museo. Ci devo essere sicuramente stata, quando ero bambina e abitavo al Vomero, ma non me lo ricordo più e, diventando vecchia, penso che ci siano molte cose da ri-ricordarsi; devo rivederle. Certe cose, non si possono non ricordare, per quanto vecchia tu possa diventare. Che, a dire il vero, tanto vecchia con i miei quasi 50 anni non lo sono, ma me li sento tutti addosso. Li sento tutti, davvero. Sono così pesanti. Come se mi fosse cascata addosso da un balcone una trapunta di chintz color porpora il 15 di agosto, durante la processione dell’Addolorata. Una volta si faceva. Durante la processione, le famiglie esponevano sui loro balconi le coperte più belle così che la Madonna le vedesse, suppongo. O che, magari, benedicesse il talamo nunziale. Macchennesò… Io questo ricordo ho: di mamma che allungava sulla ringhiera del balcone la sua trapunta di chintz color porpora finemente ricamata e di me che mi ci nascondevo sotto e di lei che me ne cacciava da sotto. Sì, mi sento proprio così… come se mi fosse cascata addosso, da sopra la ringhiera, la coperta di mammà… Dubbio: mi sto forse paragonando alla Madonna? Che egocentrica sono mai? Vabbè, và… Comunque, sì, mi sento proprio così, mentre cammino spedita e allegra verso la fine della mia solita vita; con una coperta cadutami addosso che d’estate mi fa sudare e d’inverno mi pesa sulle spalle doloranti. Cerco il cellulare e programmo il percorso su Google maps. Sorrido. Mi fa specie temere di perdermi in uno dei quartieri in cui sono cresciuta. Poi, però, ricordo che sono cresciuta in molti quartieri, in molte città, in molti momenti della mia vita e non si può mica poi chiedere così tanto alla mia fragile memoria, no? Il senso dell’orientamento ce l’ho, certo, ma quando si tratta di Napoli, il mio cervello sembra andare in tilt per il troppo eccitamento e desiderio di inglobare nell’anima qualsiasi ricordo, emozione, attimo di vita. E’ come se la volessi bere tutta in un sorso col rischio di strozzarmi, non so se mi spiego. Giro a sinistra e mentre mi incammino lentamente, tra una fitta e l’altra, su per la salita di via Solimena, ricordo una delle tante volte che ero tornata. Una mattina avevo deciso di scendere a piedi da via Cimarosa, giù, fino ai Decumani. E così avevo fatto. Piano piano, dolcemente, la giornata si era sciolta, come il nodo leggero di un filo di seta, tra profumi del passato, fotografie scattate con il cuore, urla nei mercati del pesce, motorini esalanti gas puzzolenti, le onde del mare vituperato dalle navi, le donne a forma di anfora vestite di nero, le coppie di ragazzini che avevano marinato la scuola, i gradini delle chiese odoranti d’incenso. Non mi accorsi del buio, quando mi colse, da qualche parte intorno a via Toledo. Me ne accorsi solo quando vidi tutti i marocchini tirare su in fretta e furia le lenzuola piene delle loro mercanzie e scappare via all’arrivo della volante della polizia e mi fermai a guardare l’orologio. 7 ore a camminare avevo passato. Mi accasciai, felicemente stanca, su un sedile della funicolare che mi avrebbe riportata in collina e mandai un sms a Rino: “Me so’ ‘mbriacata ‘e Napule…”. Dovevo dirlo a qualcuno e solo lui poteva capire. Sì, mi ero proprio ubriacata e fu una sensazione fantastica.

Ecco, dopo tanti anni, ora che mi incammino verso Sant’Elmo voglio provare di nuovo la stessa sensazione e so che Napoli non mi deluderà. Tu chiedi, lei ti dà. Napoli è così. Nel male e nel bene. Passo davanti a una chiesa di via Bernini ed entro. Devo chiudere un voto. Adesso o mai più. I voti si devono mantenere, ricordatelo. Ma, i voti, Dio li conta? Voglio dire, ne tiene conto? Quanti ne ho fatti nella mia fantastica vita? Qualcuno. Tutti andati a buon fine, dovremmo dire. Sì, forse Dio ne tiene conto, ma non lo sapremo mai perché non ci può rispondere. Ah… ci fosse Padre Marco… Necessito di un prete! Ho mille domande da fare. Non necessito obbligatoriamente di risposte fighe e religiose. Ho bisogno di condividere domande e anima. C’è un prete? No… Accendo le candele e faccio le mie preghiere. Non sono ‘sta gran religiosa, ma i miei Padre Nostro e le mie Ave Maria li ricordo ancora, pure quelli. Faccio un po’ fatica ad inginocchiarmi causa ginocchio artrosico e pure di quel dolore faccio dono a Dio. Non si sa mai… Ma ‘sto Dio, con tutto ‘sto dolore degli altri, che cosa ci fa? Lo trasforma in bene e lo rimanda giù a noi poveri stronzi che pensiamo ci sia dovuto? Stamattina, in albergo, alla televisione, ho visto Papa Francesco che è atterrato in elicottero a Napoli. L’ho visto inginocchiarsi a fatica. Pure lui con il ginocchio artrosico? Mi piace questo papa. Mi piace quasi quanto Giovanni Paolo II. Mentre mi vesto, prima di uscire a comprare i libri, lo sento dire alla gente di Scampia: “La corruzione spuzza!” Ecco, là sono quasi sicura che non è stato un caso. Certe cose si ricordano se hanno un’accento diverso o una S in più. Se avesse detto solo “puzza” non avrebbe impattato tanto quanto. E questo Papa Francesco sa bene cosa deve fare e lo fa. O no? Mi piacerebbe chiederlo. E’ uno umile, sembra. Ma è anche un capo grande. Un grande manager della Chiesa. Sa dove andare a toccare. Vorrei chiedergli se fa tutto da solo o se ci sono i “consiglieri”. Che la cosa dello schiaffo che disse nell’aereo, per me, fu una gran figata, ma mi sa che sfuggì alle briglie di qualcuno (e così è giusto che sia)! Boh… Continuo a camminare sotto il sole di questo sabato napoletano che riscalda i mattoni di tufo delle case di via Solimena. Un gatto si affaccia da un basso e mi scivola tra le caviglie miagolando gentilmente. Che pace, che silenzio… altro che il centro con Papa Francesco, lasciamo alla gente che non ha le mestruazioni oggi, quella cosa là. Il Papa a loro, Napoli a me. Sembra quasi estate, tanto sto bene. Dio, che pace immensa. Salgo, salgo, sempre più su. Mi accingo a fare le scalinatelle della Salita di San Martino che mi porteranno in Via Morghen. Non è il percorso che farebbero tutti. Io sì. Piano piano, una alla volta, mentre l’ombra mi accoglie, impietosita dai miei passi lenti e doloranti, affronto ogni singolo scalino, ringraziandomi da sola. Ci vuole ‘na forza. Poi, di nuovo, la salita della strada. Marò, sembra che stia pagando pegno e non so nemmeno per che cosa, ma è un pegno che mi piace. Arrivo in via Cotronei con una pace dentro che non so da dove mi sia stata infusa. Ancora pochi metri e poi sarò nel piazzale panoramico. Il silenzio, sì, sarà il silenzio e il cinguettio degli uccelli e il sole e lo stordimento datomi dal Brufene 600 unito al Buscopan in doppia dose? Massì, và… lo devo proprio ringraziare, ‘sto Papa, che ha fatto correre tutti i napoletani giù in centro lasciandomi la gioia di godermi il Vomero senza casino. Nel castello non c’entro perché non c’è niente da vedere, onestamente; bello e grande, sì ma non altro. Un negoziante di cameo mi vuole attirare dentro per vendermi l’ennesima chicca ornamentale. Gli dico che passo dopo… Lui mi urla dall’altra parte della strada: ti aspetto! e io rispondo: come no, aspetta, aspè… Ridiamo tutti e due.

Arrivo nel piazzale e ci sono pochissime persone. Un cane fa divertire le guardie facendo un po’ il buffone. Forse è la loro mascotte. Ci sono i poliziotti e il panorama della balconata del piazzale mi riempie gli occhi. Non so dove guardare, tanto è bello. La chiesa delle donne è chiusa. E vabbè, me ne farò una ragione e poi manderò un’email al Papa dicendogli che le chiese dovrebbero essere sempre aperte… Mica ci sono orari per il ristoro dell’anima, no? E’ tutto così bello. Mi sembra di essere una bambina in un negozio di giocattoli. Entro nella Certosa. E’ lei il mio obiettivo principale. Sai perché? Per colpa della regina Giovanna. La regina Giovanna I d’Angiò regnò su Napoli per 34 anni, tra vari mariti e amanti e tra una guerra e l’altra. Non è la regina Giovanna II, bada, quella pazza (così dicono) che fece cose poco carine. Lei fu una tostissima che ne vide di tutti i colori e fu una delle prime donne europee a regnare per proprio diritto e fu la prima regina di Napoli. Voglio dire… Non è una gran cosa? E vuoi sapere la figata più di tutte le figate? Morì il 12 maggio 1382 e fu insignita della Rosa d’oro che i Papi danno solo a coloro che sono davvero meritevoli. Voglio dire… E’ morta il giorno in cui sono nata io e fu una dei pochi ad avere la Rosa d’oro, capisci? Tu chiamalo caso. Io, invece, ci faccio “Slurrrrpppp” con la mia curiosità esoterica e investigo e vado a toccare con mano per sentire se mi “succede qualcosa dentro”. Bisogna essere aperti ad accogliere certe cose, per poterle vivere, dico sempre a Laura. Speriamo che prima o poi mi capisca. La Certosa fu consacrata sotto il suo regno, nel 1368. Voglio vedere il posto che ha visto lei, voglio toccare le mura che ha toccato lei e voglio vedere la collezione di presepi con quello nel guscio d’uovo e le barche dei re nel museo navale e poi, chicca delle chicche, voglio vedere il chiostro. Adoro i chiostri. Soprattutto se ci sono solo io, quando li visito. Entro, pago il biglietto e chiedo la cartina da seguire. Non c’è, mi dicono, c’è il percorso. Ok, mi segno che dovrò scrivere al museo, dopo che avrò mandato l’email al papa per le chiese aperte, dicendo che una qualsiasi cazzo di cartina la devono dare, altrimenti, che senso ha avere tutto ‘sto ben di Dio (sempre lui…) a fare? Entro e casco in un altro mondo. Siamo in due o tre visitatori. Guardo tutto come se dovessi morire domani. Le carrozze sono una cosa surreale. Povere ruote di legno… Bellissime. Arrivo davanti ai battelli dei re che venivano usati per andare da Napoli alle isole e mi viene troppo da ridere a vedere i piccoli tronetti dorati messi proprio là, a timone. Me li immagino, il re e la regina, tutti impomatati ad attraversare il Golfo per andare a Ischia. E se uno soffriva di mal di mare? Che vita di merda, quella da Re o Regina… Mi blocco davanti a un finestrone. Dio bono del paradiso… Mi sembra Capo Miseno. L’azzurro del mare mi acceca, tanto è bello. Che ricordi… Marò, ma quanto è ipnotizzante questo panorama? E questo silenzio? Abbiamo tutti così tanto bisogno del silenzio. Guardo i quadri, uno più bello dell’altro, e mi chiedo una cosa (e tu dimmi se sbaglio): se su una targhetta c’è scritto “Anonimo Napoletano” invece del nome del pittore, già che è anonimo, ma tu, quant’è vera la Madonna, ma come fai a dire che è “napoletano”?!? Ma quanto sei scemo! Se uno è anonimo è anonimo e basta, no? E vabbé che possono essere scuole pittoriche riconoscibili ma, mia figlia m’insegna, tutti possono copiare tutto, artisticamente parlando e, dunque… anonimo sì, ma napoletano, no, che ci fai pure ‘na figura da pirla! Ritorno a guardare i battelli. Sono proprio belli. Sono da sola. Vedo arrivare un guardiano che mi dice: “Signò, aggiàte pacienza, dobbiamo chiudere in urgenza. Niente di personale, neh, ma si putite lascià ‘sta zona mò mò, me fate ‘nu piacere ca c’avimmo ‘na cosa che nun avevamo previsto…” Non so se ridere o piangere… E vabbè, lascio la zona, come Elvis. Ti ricordi? Ogni volta che lui finiva i concerti, la gente non voleva andarsene via e, così, alla fine, si sentiva sempre la voce che diceva: “Elvis has left the building” come a dire: “virit e ve ne ì ca nun ce sta chiù niente cà”. E vabbè… Passo attraverso la balconata che porta all’orto e al giardino. Marò… Ho la bocca aperta per lo stupore? La chiudo. Mi accomodo sui gradini con le maioliche e due gatti mi vengono accanto. Lui è rosso, lei è bianca e nera. Ma quanto siete belli. E quanto è bello accarezzarvi sotto il sole napoletano nel silenzio di questo giardino che mi inebria di profumo di lavanda e limone e trifoglio fresco dell’ombra generosa e di legno vecchio quanto il mondo. Guardo il mare per un momento infinito della mia vita. Sospiro di felicità. Vedi ‘more mio? Non ci vuole molto per essere felici. Basta essere aperti ad accoglierla, questa maledetta felicità, ovunque lei si nasconda. Sento, da lontano, l’eco della musica che stanno trasmettendo gli altoparlanti di via Caracciolo per l’arrivo del Papa. Quasi mi disturba. Rientro dentro sospirando felice, sì, felice. Mi avventuro nel chiostro. E quante volte ho scritto, in quest’articolo, che la cosa è bella? Eccheppalle… Ma come fa tutto a essere così bello? Mi siedo ai piedi del pozzo. Raccolgo un seme di magnolia. Lo seminerò a Milano. Faccio voto ora. Se questo seme mi darà una magnolia, verrò a riportare un seme della mia pianta qua, alla prima fiorita, non importa quanti anni avrò. Non importa se ci sarà ancora Napoli. Il silenzio, il silenzio, il silenzio. La solitudine, la solitudine, la solitudine. Come si fa a non amarli? Come si fa a non capire quanto siano importanti e belli? Mi abbraccio, sì… Mi abbraccio. Mi abbraccio tendendo i muscoli della schiena e dei lombi perché le fitte delle mestruazioni non si sono calmate. Sudo un pochino, ma sto bene nell’anima. ‘Fanculo il corpo.  E’ l’anima che importa. Poi mi dirigo verso la raccolta dei presepi. L’ho tenuta per ultima per ricordarmi tutto bene, io che faccio del mio presepe un’opera d’arte, ogni anno. Attraverso lentamente i corridoi che comunicano tra di loro attraverso porte di legno fantasticamente intarsiate. Osservo le mattonelle che sono così belle che mi spiace camminarci sopra. Sento, da fuori, rumori di auto che frenano… Ogni presepe è un universo incredibile. Ogni manufatto è un piccolo mondo a parte. Quello dentro l’uovo è assurdamente accurato. Il presepe Cuciniello mi blocca. Sono là ferma da 5 minuti quando sento dei passi. Mi giro e vedo una francese. L’ho già sentita esclamare “fantastique” “superbe” davanti a quadri e barche, metre cliccava all’impazzata con la sua macchina fotografica. Mi sta davvero irritando. Ero sola, fino a quando non è arrivata lei e ho modificato il mio percorso, dopo che la guardia m’ha buttato fuori da quell’altra area, per non sentirla. Mò, davanti al presepio, cade in adorazione, è proprio il caso di dirlo, come i re magi. “Encroyable!” E fa foto a tutt’andare e sospira comm ‘a ‘na pazza. Mò m’incazzo… C’è scritto di non fare foto! Vabbè, son troppo contenta per insultarla. Evito la lite e me ne vado a riguardare l’uovo, in quell’angolo lontano nascosto e aspetto che se ne vada. Quando non sentirò più i click della macchina fotografica, tornerò. E così… resto davanti al presepe nel guscio d’uovo per un lungo tempo fino a quando sento pure delle voci, ora, oltre ai click. Mi sembra la voce del guardiano. Sento un po’ di frastuono di passi di corsa e Dio sa cos’altro. Mi avvio verso il Cuciniello e, quando arrivo, non c’è più nessuno. Strano, ma figo. Grazie Dio! Finalmente sola, mi rimetto ad osservare ogni suo piccolo centimetro. Mi appoggio alla colonna di marmo che c’è davanti. Le mani in grembo, concentratissima su questa magia di Natale. Che grandi opere può fare l’uomo. Che cose di cuore può fare l’uomo. Che… frastuono, passi frettolosi, porte sbattute, gente che parla concitatamente, fruscii di gonne (?!?! gonne?!?) e di nuovo il cazzo di rumore di click della macchina fotografica. Mi giro di scatto, come un orso infuriato che gli hanno sparato la siringa di anestetico nel culo, ma deve ancora fare effetto. Mò, alla tizia francese, le faccio un culo tanto c’à Madonna ossape e Dio ‘o vede. Mò le dirò così tante parolacce che sarò scomunicata all’istante e in contumacia dalrespiro bloccato, sudore intenso, gambe deboli, bocca secca, occhi sgranati,  Papa…

Ops… 😦 ok, ora so a chi fare le mie domande… se non mi arrestano, all’istante… 🙂 :-)… ma, prima, dovrò inginocchiarmi con il mio ginocchio artrosico, mi sa… 🙂

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