Diario di bordo: 74.730° giorno di mammitudine

E’ mezzanotte.

Sto facendo la torta per il tuoi 17 anni. E’ tardi, lo so, ma sono tornata poco fa dalla comunità. Ogni volta che ne vengo via, credimi, penso che mai feci cosa più giusta, quella sera, quando decisi di fare volontariato e trascorrere Capodanno con queste anime, grandi tanto quanto la mia, che vivono, però, in un corpo malato di AIDS e di tante altre cose che fanno proprio paura. Paura. La paura si affronta. La paura si guarda in faccia e la si affronta. Bizzarro; più tu guardi in faccia la paura mandandola a fare in culo, più questa, davvero, a fare in culo ci va. Bisogna sperimentarle, certe cose, per poterle asserire. E io, di sicuro, questo lo posso asserire.

È mezzanotte e mezza. Sto gonfiando i 17 palloncini con l’elio che riempiranno la casa quando aprirai la porta della cucina, domani mattina, tutta assonnata per fare colazione. Ad ogni palloncino ho attaccato un biglietto. C’è stato da ridere, quando ho chiamato il negozio, per comprare la bombola con il gas per gonfiarli. L’idea è questa: tu aprirai la porta e loro sgaiattoleranno fuori, uno dopo l’altro, nel corridoio e poi, lesti, nelle camere, facendo boing boing contro il soffitto. Già me l’immagino. Sorriderai. Sorriderai e non dirai nulla. Tu non dici mai nulla. Odio quando non dici nulla. A volte sembri di ghiaccio. Eppure so che non lo sei. Vabbè. Ad ogni palloncino ho attaccato un biglietto con su scritto qualcosa di diverso; un pensiero, un consiglio, una domanda, una cosa mia a te, un pezzo di canzone, un pezzo di libro, un pezzo di poesia. Chissà se avrai la voglia di andarli a leggere tutti o se li conserverai. Io lo farei. Ma, se non lo fai, resterà il ricordo. Così mi hai detto. “Mamma, non faccio le foto a Venezia perché mi rimane dentro. Non ho bisogno delle foto.” E poi ti freghi le mie…  vabbè… Il mio regalo “materiale” quest’anno è stato portarti a Venezia. Ogni compleanno è una festa. Ogni compleanno è qualcosa di speciale. Spero che tu impari. Spero davvero che tu faccia lo stesso con chiunque vorrai amare più del solito. Così si deve fare. Così. Altrimenti, credimi, la vita è proprio una merda. Ama più che puoi, meglio che puoi, chi più tu potrai. SEMPRE, OK?

Oggi, su Facebook, ho letto un articolo di Morelli che diceva che il nome del nascituro lo deve scegliere la mamma e basta. Qualche uomo dei miei contatti si è ribellato alla cosa. Io, onestamente, non lo so. So solo che se avessi ascoltato Marco, ti avrei dovuto chiamare “Marco Tullio” oppure “Terry Savalas” e, onestamente, tu la faccia da Terry Savalas non ce l’hai e lascia perdere Marco Tullio.

Quando eri piccina mi chiedevi sempre di raccontarti come fu che decisi di chiamarti così. E ogni volta pendevi dalle mie labbra, fino alla fine del racconto. Poi mi dicevi: “grazie mammona” e mi abbracciavi. Mò, se tutto va bene, mi mandi a cagare se ti chiamo a voce forte per farti scaricare il water che ti dimentichi sempre di scaricare. Cambiano gli anni, cambiano le abitudini… Beh, oggi te la racconto di nuovo… fosse mai.

Ero in ospedale a fare il monitoraggio. Me ne stavo seduta su una panchina del lungo corridoio della Mangiagalli. Faceva un caldo boia ma c’era un sole splendido. Mai avrei pensato che la notte del giorno che saresti nata si sarebbe scatenato l’inferno con grandine, pioggia, temporali e tutto il resto appresso. I finestroni erano aperti e godevo della lieve frescura che mi solleticava la testa e le spalle. Aspettavo, tranquilla. Nessuno, nel corridoio, con me. Poi, a un tratto, vedo un uomo che mi passa davanti. Un bell’uomo, molto distinto e vestito bene. Sulla cinquantina, brizzolato. Incomincia a sbracciarsi perché dall’altra parte del corridoio vede qualcuno che, ovviamente, non lo nota. Allo sbracciamento non ha risultato e allora, chiama: “Laura!”. Noto il suo sguardo, bello e innamorato, mentre lo dice e così, mi giro pure io verso questa Laura e la vedo. Incinta, forse al nono, come me. Una lunga e morbida tunica bianca l’avvolge. Ha i capelli lunghi chiari e si gira al richiamo. Sorride tanto quanto e nella stessa entità del sorriso di lui. Dio, quanto non dimenticherò mai quel sorriso. E’ stato in quel momento che ho deciso di chiamarti come lei. Fosse mai che diventavi bella come lei? Me ne fottei in quel preciso momento della lista dei nomi che tua nonna, da brava suocera che non si fa i cazzi suoi, mi aveva fatto perché secondo lei avrei dovuto usare solo i nomi che diceva lei. Per me dovevi essere Chiara, all’inizio, ma lei disse che dovevi essere Daniela per prendere il nome di sua figlia morta e perché una Chiara nella famiglia di suo marito esisteva già. ‘Fanculo, pensai. Mia figlia si chiamerà Laura. Il nome lo decido io perché il male e il dolore di partorire saranno miei; almeno, se posso, gli voglio dare il nome che voglio io, a questo male e a questo dolore, così mi sarà più familiare e imparerò prima ad accettarlo.

Laura. Mi sono innamorata di te molti anni prima di averti in grembo, Laura del mio cuore. Ti ho immaginata, adorata, abbracciata, stretta forte al mio seno, cresciuta, sculacciata, rimproverata, ancora prima che tu fossi un simpatico svirgolo genetico nel mio ventre, Laura del mio cuore. Ti conosco da sempre e ti amo da mai, Laura del mio cuore. Pure quando mi fai incazzare.

Oggi, per il mondo, è un qualsiasi tuo diciassettesimo compleanno. Per me, invece, è il 74730esimo circa giorno di gioia e orgoglio di essere tua madre. E’ anche il mio 74730° giorno di mammitudine, ma più di tutto, di gioia e orgoglio di averti come figlia. Ogni giorno, su questa terra, è e sarà sempre così; qualsiasi cosa tu faccia e comunque tu decida di vivere. Continua così, anche se mi mandi a cagare, di tanto in tanto… non cambierà mai.

Firmato: mamma

p.s. Buon Compleanno Lala… 🙂

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