Nomadi del cuore

“Il mondo finirà tra 700 anni” dice mamma. Ci penso su un attimo. Faccio un po’ di conti e rispondo: “Chissenefotte, tanto non ci saremo”. Mi guarda con aria attonita e riprende: “No, davvero… Dice che c’è un buco nero da qualche parte nel cielo. Che ci hanno già mandato delle cose che non sono mai tornate indietro ma, anzi, si sò bruciate fuse, capisci? Nessuno sa cosa ci sta là intorno e questo coso ci sta attirando e noi ci andremo a finire dentro. Roba che ci inghiottirà e noi non ci potremo fare niente. Hai capito?” Eccerto che ho capito. Onestamente, però, reitero, non me ne fotte niente. Saremo tutti polvere e pure di più, per allora. E poi, se mi guardo intorno, secondo me ci sarebbe già ora così tanta roba e così tanta gente che dovrebbe andare a finire in quel cazzo di buco nero immediatamente, senza nemmeno passare per il via, che mi chiedo perché non si muove un po’ prima, invece di aspettare 700 merdosissimi anni, a succhiarsi via tutto. Sono isterica o incazzata con qualcuno in particolare? No… è solo che non dovrei scrivere o dire il mio parere quando mi stanno per venire le mie cose, questa è cosa appurata. Sto tornando a Milano. Fa un caldo bastardo perfino nel treno dove c’è l’aria condizionata a manetta. Sono, Dio grazie, in un vagone con tre adolescenti sordomute. Sì, sono stronza, ma, pure di questo, chissenefotte. Provati tu a fare un viaggio con qualcuno che urla al telefono i fatti suoi o ti attacca bottone o si lamenta sempre di qualcosa. No… non è più roba per me. La pazienza, come gli anni che mi restano da vivere, si sta accorciando. Nun c’à pozz fà. E poi penso che potremmo davvero fare così tante altre cose diverse e più gratificanti di quelle che facciamo, ogni giorno, che mi irrito sempre di più, settimana dopo settimana. E’ come se mi stessi rendendo conto che stiamo davvero sprecando tempo, energie e amore. Come si fa, consciamente, a sprecare queste tre cose così importanti in una maniera così plateale? Eppure lo facciamo. Ci sarebbero tante cose da fare più importanti di tante altre che, invece, non lo sono. Ma non si può e allora sto zitta e penso a papà che stamattina mi ha portato in stazione e mi ha regalato un cappello di paglia bianco che gli hanno dato al Casinò di Montecarlo. Il minimo, con tutti i milioni che ci ha lasciato, là dentro. Questo, per me, è più importante. E poi penso alle foto che tiene nel cruscotto e che ha fatto vedere a me e Laura prima di lasciarmi salire su al binario. Foto che per lui sono talmente preziose da portarsele ovunque vada, tenendosele in un borsello da libretto di auto come se fossero il tesoro più prezioso del mondo. Come se non avesse altro che quelle foto, a testimonianza della sua vita e dei suoi averi. Come se lui fosse solo quelle foto. Mi viene in mente quel detto: “Home is where your heart is”. Il suo cuore è là. Non ha bisogno di mattoni o di altro. Potrebbe andarsene via anche ora, con la sua auto, e quella diventa la sua casa. Mamma diceva che era un vagabondo. Forse dovremmo essere tutti vagabondi. Per certe cose non lo stimo. Per altre si. Certe scelte non le ho condivise, altre si. E’ solo il mio pensiero, però, e non dovrebbe fare testo. Penso che, molto probabilmente, nel preciso momento in cui abbiamo smesso di essere nomadi, abbiamo iniziato a farci del male; come umanità, intendo. Vedo spesso documentari dove si parla di famiglie intere che viaggiano da un continente all’altro, godendo di quello che la terra dà loro, tirando su tende che gli permettono di avere giusto lo stretto indispensabile, portandosi dietro qualche animale proprio per avere il latte e la carne degli animali quando muoiono di vecchiaia. Vogliamo troppe cose. Troppe… E qualcuno ha pure pc e televisione con il satellite! Vagabondi di oggi. Lo vedo che rimette via le foto, accuratamente, con la mano che trema incessantemente, testimone di una sindrome di Parkinson avanzata che lui non vuole curare o sapere di avere. Mi fa male il cuore, ma penso che sono fortunata. Lui e mamma sono ancora vivi. Lui e mamma ci hanno dato quanto di meglio possibile potevano. Ci si può lamentare di tante cose che potevamo avere e non abbiamo avuto, di tante situazioni che potevano essere migliori, di tante azioni che potevano essere evitate, di tante lacrime che potevano non essere piante, di tanto dolore che poteva non essere sentito. Però… alla fine, meglio di così non si poteva avere e, dunque, va bene così. Ieri mamma ha insegnato a Laura a fare gli gnocchi. Oggi lui ha chiesto a Laura di andare a Montecarlo con lui a pranzare al Cafè de Paris e poi a fare un giro in città che a lei piace tanto (e a chi non piacerebbe..). Ognuno di loro due sta dando a mia figlia il meglio che può e che conosce. Così, in maniera un po’ arronzata, hanno fatto anche con noi e a me va bene. Va bene perché, comunque, sono quella che sono anche grazie a loro. Sai cosa vorrei? Vorrei che mia figlia diventasse una vagabonda che sa fare gli gnocchi con un po’ di magia mentre ascolta la musica e ama, riamata; non so se mi spiego. Avrebbe il meglio di mio padre, di mia mamma, di suo padre e di me. Ad ogni modo, mentre papà ci faceva vedere le foto che aveva nel cruscotto, ho fatto, per contro, la foto ad alcune di quelle che non avevo. Sai perchè? Perchè mi sono detta che non so dove sarò quando metteranno via le sue cose, quando non ci sarà più. Diventi previdente, a un certo punto della vita. Inizi a mettere le mani avanti. Lo so che è brutto metterla così, ma bisogna farlo per non avere rimpianti. E io detesto avere rimpianti. Non è roba per me. Quando morì nonno Giuseppe andai a casa sua, dopo il funerale, con zia Concetta. Ora, con il senno del poi, avrei portato via più cose perché so che molte di quelle che ho lasciato in quella camera, sono state buttate, non amate e conservate con affetto. Portai via due Borsalini usati (uno invernale e uno di paglia), un bastone di quelli che usava da sempre e con il quale minacciava noi nipoti scherzosamente e la sua pipa che poi regalai, un Natale, a Giuseppe. Si sentiva ancora il profumo del suo tabacco. Spezzava i sigari toscani e li metteva nella pipa. Sai che quando sento quel profumo, lo seguo come ipnotizzata che mi sembra di averlo accanto? Ecco… non presi cose preziose per il “mercato”. Presi cose preziose per il cuore. Sono queste le cose importanti. E so che, probabilmente, succederà che quelle foto non le vedrò mai più, dopo che papà non ci sarà più. So che essere vagabondi implica pure questo. So che, quando sei vagabondo, vagando da un posto all’altro, è molto probabile che tu ti perda in giro pezzi di vita tua che diventano “cose di nessuno” sulla terra. “Cose di nessuno” che, invece, rimangono universi composti da fluttuanti e dolci ricordi nelle anime di chi ti ha sempre amato e mai smetterà di farlo attraverso e con quelle cose.

Un pensiero riguardo “Nomadi del cuore

  1. Solo 700 anni… !? Da un certo punto di vista, questo pazzo mondo ne meriterebbe anche meno… però io avevo sentito di altri 5 miliardi di anni… Io comunque ho l’impressione che l’uomop, prima che questa finisca, avrà già numerose colonie su Marte e forse anche in altri punti del sistema solare, della via Lattea e forse ancora oltre… E’ per questo che avrei voluto che le mie figlie studiassero astronomia, o fisica astronomica o biologia dello spazio, o comunicazione intergalittiche, insomma qualcosa che prima o poi proiettasse la mia discendenza oltre questa misera terra… Ma poi, chissà, forse come dicono i buddisti, le nostre ceneri si ricongiungeranno nel cosmo, al Tutto che ci avvolge, nell’infinito spazio-tempo… Allora noi ci saremo, comunque e tutto sommato, in ogni caso. Beh, ne riparliamo. per ora, cara Rosa, stammi bene per i prossimi 70 anni e popi si vedrà. Va buo’? Ciao Albix

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