I sensi di colpa delle cicale

“Ciao, scusami se ti rompo… mi hanno detto in ospedale che avrò bisogno di un accompagnatore domani, perché mi sedano. Per favore, puoi venire solo per mezz’ora? Il tempo che ti chiamo e mi porti a casa quando mi sveglio?” Silenzio… Sbuffo… “Oh, proprio domani!!! Ma dai… Ma perché proprio domani? E che cosa ci vai a fare in ospedale? Ma io domani devo uscire con gli am… ho da fare domani!” Nessun silenzio: “Ok, va bene grazie.” Clic. A vita è comme o’ mare. Pare ca cagn e invec è semp o stess. Primm t’abbracc e poi te lassa. Po nata vota ven appriess.

Non me ne fotte niente. Davvero, sai, non me ne fotte niente. Non me ne fotte niente che mi rendo conto di non aver qualcuno “vicino” che mi possa stare “vicino”. Certo che, se avessi chiesto, ne avrei trovate di amiche, ma è il principio che conta, no? Già… Il principio. Il principio di ‘na stronzata. Il principio di ‘na cosa che non esiste. Il principio di qualcosa che è morto da innumerevoli anni e che ci si accanisce a pensare che sia vivo mentre in mano si ha soltanto le mappe bruciate di due rotte che una volta, forse, erano una e ora non lo sono più. Ci sono milioni di rotte come le nostre. Milioni. C’è chi continua a navigare trascinandosi dietro le mappe bruciate di cui sopra per farsi del male e perché non ha il coraggio di dire che è finita. C’è chi dice che è finita e poi sta molto meglio e va tutto bene. C’è chi dice che è finita e poi sta molto meglio ma se la piglia, comunque, in quel posto, come me. E poi c’è sicuramente un’altra opzione, ma io non la so. C’è sempre quella fottuta opzione che io non so. E’ la prerogativa del destino: avere la possibilità di far accadere l’opzione che noi non sappiamo. Tina dice che, comunque, io sono sposata, davanti a Dio, e ne devo tener conto. Mò, onestamente, vorrei tanto dire “chissenefotte di Dio” visto che non gliene fotte nulla a quello che, sulla carta, è ancora mio marito anche se legalmente separato da me. Ma non lo dico. Lo penso e basta. Lei ci tiene alle cose “formali” di Dio, io no; pur essendo la nostra fede forte uguale. Io non le voglio fare male a dire certe cose e così sto zitta. Ci sto pensando. Ci sto pensando seriamente a chiedere il divorzio. Anche se non mi devo sposare con nessuno. Anche se non sto con nessuno. Anche se… Anche se non ho nulla da perdere o guadagnare (no… forse da guadagnare ne ho… ma questo è un altro discorso emotivo). Ad ogni modo, dopo che ho fatto clic, penso solo una cosa: bene, carissimo… dovrai venire a chiedermi aiuto per qualcosa; dovrai venire a chiedermi di aiutarti per la salute o per chissà cos’altro. Ti aspetto. Ti aspetto e ho già pronta la risposta. Insieme a tutte le altre cose cattive che già si dicono di me, dite pure questa: io sono vendicativa. Sono così subdolamente vendicativa che sono capace di aspettare anni prima di fartela pagare così tanto caramente, solo con poche parole ben messe e uno sguardo, che chi ci si è trovato non ha per niente gradito la cosa e ha maledetto il giorno, l’anno e l’ora. Ho testimoni ancora vivi che lo possono provare. Le tue parole sono mine, le sento esplodere in cortile… al posto delle margherite ora ci sono cariche esplosive… due lunghe romantiche vite, divise da queste rime… 

Ma lui è prevedibile. E’ così prevedibile che non devo aspettare anni, sono sicura. Metto sulla scrivania tutti i fogli delle visite precedenti già pronti. Mi sono messa la sveglia alle 8. Dormo di sasso con il condizionatore a palla dopo aver buttato i gatti fuori dalla camera, all’una di mattina, perché i due fighetti, rinvigoriti dal fresco dei 24 gradi di frescura, avevano preso la notte per il giorno. Son troppo fighi ‘sti gattini. Lei è timida e non si fida. Lui è un coccolone. Son troppo belli e sono una gioia e un amore però sono pure un terremoto. Terremoto sì, certo, ma un simpatico terremoto d’amore. E così mi va bene.  Sì, 24 gradi… Chissenefotte della cervicale. Quando verrà, pure lei, se ne andrà. Come tutto e tutti.

Lo squillo del telefono di casa mi sveglia alle 7 e mezza. Rispondo impaurita. Se chiamano a quest’ora è per guai grossi. Sento il rumore di un navigatore che dà indicazioni. Scrollo la testa e guardo la cornetta da rimbambita. Poi sento la sua voce “Rosa, ma tu proprio oggi devi andare in ospedale? Io non posso…” Non lo lascio finire. Dico solo la risposta che aspettava di essere risposta: “Mavaffanculovà.” Clic. Ecco, ‘stavolta è stata perfino più veloce di quello che pensavo. Me ne torno a letto abbracciando l’orso di peluche che mi aveva regalato Rino assieme alle rose rosse, uno dei nostri tanto sofferti San Valentino. Io ci tengo a San Valentino. …e si chiove o jesce ‘o sole je te voglio penzà, pecchè senza ‘e te i nun sò nient… Io ci tengo a tutte le feste, as a matter of fact. Lui no. Lui diceva che bastava il pensiero. Se, vabbè… 😦 Riabbraccio più forte l’orso e sospiro soddisfatta. Almeno a qualcuno oggi l’ho detto vaffanculo. La mia dose quotidiana l’ho avuta.

Alle 8 e mezza sto mettendo a posto camera da letto. Penso che se mi succede qualcosa in ospedale, chi viene qua deve trovare tutto a posto. Lezioni di mamma. Lezioni preziosissime. Ho paura. Non ho mai fatto una gastroscopia. Ho paura del tubo. Ho paura dei risultati. Ho paura. Non l’ho detto a nessuno che ho paura. Me la tengo per me. Non ho chiamato nessuna amica. Ci vado da sola. Merda che vada, se sono sedata, me ne torno a piedi a casa facendomi un trip allucinogeno. Tanto il San Carlo è qua dietro. Anche questo mi ha insegnato mamma. Non vorrò mai pesare su Laura. Mai. Vorrò riuscire a fare quanto posso fare, da sola. Fino alla fine. Mia figlia non deve pagare il fio delle mie scelte. Lei deve farsi la sua vita senza pensare che io debba avere bisogno di lei impedendole di vivere. Così deve essere e così sarà. Suona il cellulare e mi riporta all’afa pazzesca del primo mattino. Guardo lo schermo del telefono e non dico nemmeno pronto. Con voce calma e tranquilla rispondo: “Ma si può sapere che cazzo vuoi da me?!?” Non ho sentito le parole che sono venute dopo. Tanto le sapevo. Metto il cell con la telefonata che continua sotto il cuscino della cuccia dei gatti e continuo a fare ordine in camera. Tanto le sapevo le parole che stavano uscendo dal quel telefono. Parole di qualcuno che cerca assoluzione e dissolvenza dei suoi sensi di colpa. Not my cup of tea. Non è roba per me. Io non assolvo e non punisco. Mando solo a fare in culo o amo fino a quando non ne ho più da dare. Prendere o lasciare. io ti volevo bene, ma riparlarne è inutile, inutile, non ha più senso pensarti, capire, provare o sparire… Ci sono verità che restano dentro di noi. Che ognuno si gestisca da solo le sue, per favore, senza venire a chiedere a me di inzuccherargliele dopo che le ha rese amare a me. Che coraggio, puttana miseria… Che gran coraggio. 😦

Entro in ospedale e mi dico che se pure mi tengono fino a quando non ritorno in me, va bene, che fa un bel fresco. Pensa a cose belle, Rosè. Penso a dopo. Penso che, se tutto va bene, poi mi gratificherò con un milkshake ghiacciato al Mac. Il dottore mi fa le domande di prassi e mi chiede se sono accompagnata. Dico di no. Mi guarda strano e mi dice “ok, allora le facciamo una blanda anestesia locale, non in intravena, ok? E’ una cosa di un minuto. Nessun fastidio. Nulla di problematico, ok?” Ok… se lo dici tu, è ok. Che devo dire? Ok! Aspetto… Mi chiamano ed entro in sala. Sembra che li buttano fuori con la macchinetta, marò… C’è una fila di letti con persone in semi-coma. Una signora anziana cinese cerca di alzarsi. La bloccano perché barcolla e la rimettono a letto. Nessuno capisce una mazza e l’infermiere si incazza perché lei blatera, lui blatera, tutti blaterano e nessuno riesce a trovare il suo accompagnatore. Poveri noi. 😦

Il medico che mi farà la gastroscopia è gentile. L’assistente mi fa di nuovo le domande che mi aveva fatto l’infermiere. Nome? Guardo lo schermo della tv con sopra il mio nome e la mia data di nascita. Mi hanno dato il numero 11. Il numero totale dei numeri sullo schermo fa 8. Ok, mi porta bene. 8 è il mio numero. Cognome? Sempre il solito. I suoi denti sono suoi? Sì… ci mancherebbe. Ok, ora si stenda sul lettino e si metta sul lato sinistro. Prende farmaci anticoagulanti? No… Ok, ora le metterò un morso. Penso ai cavalli. Tenga la lingua sotto. I suoi denti sono suoi? Lo guardo e rido dicendo: “Scusi, ma non ci ha creduto quando le ho detto prima che sono miei? Se vuole glielo firmo con il sangue…” Si scusa dicendo che non aveva sentito. Il chirurgo lo guarda strano. Vabbuò… Speriamo che hai sentito tutto il resto. Mi spruzza l’anestetico ma, secondo me, sbaglia mira perché mi arriva tutto sulla lingua e non in gola. Tant’è che la lingua va in paresi totale dopo due secondi, la gola no… e lo capirò solo quando sarà troppo tardi, porca zozza… 😦 Se vi capita, rassicuratevi che ve lo spruzzino in gola, quel coso, a costo di sembrare antipatici. Lui spruzza alla sciambracò e io vedo le zoccole, non i sorci, verdi!!! Poi mi fa girare e il chirurgo si avvicina. Da uno sguardo al tubo e dice: “ma che strumento mi hai collegato alla macchina?!” l’assistente lo toglie scusandosi frettolosamente… il chirurgo mette la mano sulla macchina a mò di: “Marò, miettece ‘na mano tu…” e mi guarda sorridendomi. Solo ora mi rendo conto che poteva essere il tubo per la colonscopia e non per la gastro… 🙂 🙂 azz… wrong hole!!!! E meno male che non me l’hanno messo in bocca, puttana la miseria!!! Ahahahaha… Ridi, ridi…

Poi inizia il bello. Succede in un lampo di luce. Sto male, sto male e sto male. Vedo quel tubo che entra dentro di me. La gola fa male. Fa male. Continuo a cercare di vomitare. L’assistente mi tiene ferma perché voglio togliermi il tubo. Mi continua a dire “stia calma”. Stia calma un cazzo… 😦 il tubo va sempre più giù. Faccio delle eruttazioni che il Vesuvio è una pippa secca in confronto. Sto male. Sto male. Dio meno male che non mi hanno sedata. Meno male perché va bene così. Me ne vado via da sola. Ed è allora che mi calmo. Da sola sono venuta e da sola me ne andrò. Avrei voluto Rino. Lo devo ammettere. Avrei voluto lui, accanto a me. Non si può. Non si può. Va bene pure così. Poi mi prendo il milkshake, dai. Pecchè senz e te t’ò ggiuro… io nun crer chiù a nisciuno, a nisciuno… a nisciuno… Pecché senza e te i nun sò niente… Il tubo va giù e cerco di respirare con il naso, ma sento il vomito che sale su… Il tizio mi spinge giù la testa con insistenza, ma gentilmente, per farmelo andare più giù. Marò… ma che cazzo di film è questo? Sto male. Il chirurgo è di un professionale incredibile. Quanti ne passano sotto le tue mani di tizi vomitanti come me, signore? Quanti? Quanti vomitano davanti a te e non per te? Vomito. Vomito per me, per te, per tutti noi. Vomito il bene e il male dentro e fuori di me. Marò, i che jurnata… Vomito e rigurgito ancora. Sembra non finire mai. Ah, quanto passa velocemente il tempo quando ti diverti, Parrella, neh? Male, di nuovo male mentre quel maledetto tubo nero scivola via fuori di me. Sangue. Vedo sangue. Il mio sangue. Il mio sangue che bagna il cuscino. Il mio sangue che scorre nelle mie vene. Il mio sangue che riempie il mio cuore. Il mio cuore… Il mio cuore che batte forte di paura e di dolore… comm o sang int ‘e vene… si chiur l’uocchie si te voglio assaie bene, e si chest nun è ammore, ma nuje che campamm a fa’, e si chiove o jesce ‘o sole io te voglio penzà Il sangue della biopsia. ‘Fanculo… è finita. Chiudo gli occhi e mi rendo conto che ho pianto. Marò, marò, marò… Via, tutti e due, a fare il loro lavoro. Uno scrive. L’altro stampa le foto del mio intestino. Uno mi da dei fazzoletti per asciugarmi. Stia distesa una attimo. Si tiri su. Si pulisca. Uno mi sorride gentilmente. Marò… 😦 “Come sta?” E come cazzo vuoi che stia? Sei scemo?! “Bene, grazie…”. Ah, le palle che si devono dire per far stare bene gli altri.

Esco con il referto dopo un’ora. Marò come sono veloci. E poi parlano di malasanità. Qua a Milano sono bravi e veloci. Non devo bere per mezz’ora. Ho la gola che mi fa un male bastardo. Sembra che mi abbiano accoltellato nella tonsilla sinistra. Cammino lentamente, ora. Ero entrata in fretta. Prima facciamo, prima usciamo. Così sono io. In tutte le cose. Prima facciamo, prima usciamo. L’afa mi coglie di sorpresa. Si stava troppo bene dentro. Voglio pensare a tutto e a niente. Non metto gli occhiali da sole. Voglio che mi accechi. Non guardo il cellulare. Ci saranno altre chiamate. Non mi interessa. Non mi interessa. Sento le cicale. Le cicale a Milano?! Oddio, ma sono davvero le cicale o quel cazzo di tubo mi è arrivato fino alle trombe di eustachio e me le ha disintegrate? L’ultima volta che vidi una cicala fu quando andammo in vacanza in Sardegna. L’ultima volta che noi… Non sapevo che le cicale stanno sugli alberi. Ma le cicale stanno sugli alberi? Sento la vibrazione del cellulare e sospiro perché sono contenta. Ce l’ho fatta e ce l’ho fatta da sola. E’ stata un’esperienza di merda, ma ce lo fatta da sola. Devo mettere no al desiderio di avere una gastroscopia fantastica nella lista dei 101 di Sibaldi, porca eva. Vibrazione, di nuovo. Mò lo scaravento nel cesso. Ok, ora andiamo a prenderci il milkshake ghiacciato… Magari due… Oh… Le sento cicalare nel caldo di questa mattina caldissima. Sono belle. Come me. Sono bella quando faccio cose che penso di non fare e poi ci riesco e le faccio pure da sola. Soprattutto le cose che mi fanno paura. Sono bella. E loro sono belle come me. tu come me, tu voli con me, tu voli con me… che le stelle della notte fossero ai tuoi piedi, che potessi essere meglio di quello che vedi, avessi qualcosa da regalarti e se non ti avessi uscirei fuori a comprarti Sono belle. Non lo sanno, ma sono belle. Qualcuno gliel’ha mai detto? Di nuovo la vibrazione. Dubbio atroce… Ma le cicale hanno i sensi di colpa?

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