Io non so parlar…

Una volta, quella che definivo la mia migliore amica, mi disse qualcosa in merito alle mie candele. Disse qualcosa tipo “tu sei una disperata, ecco perché accendi le candele la sera. Perché sei una disperata che spera che succeda qualcosa di buono e si affida alle candele”. Non lo disse in questa maniera ma, ovviamente, questa fu la mia percezione. E io, per quanti difetti possa avere, ho il sistema percettorio che funziona perfettamente, purtroppo. Era brava a dirti cose molto brutte, ma con belle parole. Mi incuriosisce molto la capacità della gente di usare le parole. Se ci pensi bene, è questo che ci salva, spesso e volentieri: il saper parlare, il saper dire le cose in una maniera o nell’altra in modo che pesino di più da una parte piuttosto che dall’altra, a nostro piacimento e necessità. Saper usare le parole (non PARLARE, bada bene) è un’arte. Io, di sicuro, non ne sono maestra. Sono brava a scrivere, questo sì. A parlare, non molto. Anche perché, spesso e volentieri, mi incazzo e mando a fare in culo i miei interlocutori senza nemmeno farli passare dal VIA dopo aver dato prova però, e questo bisogna ammetterlo, di una certa dose di pazienza nell’interloquire, almeno per i primi 5 minuti. Succede…  A volte sembrava quasi che ti dovessi pure scusare perché lei faceva così; nel senso che, comunque, era sempre e solo colpa tua se le facevi fare una cosa così antipatica e insensibile. Solo ora me ne rendo conto. Ma, naturalmente, sono io la persona insicura che vede come atti di stronza insensibilità le semplici osservazioni degli altri. E vabbè, chettelodicoaffare. Beh, qualche volta ci penso, quando accendo le candele. E penso pure che non mi manca. Non mi manca nulla di lei. E sono sicura che è la stessa cosa per lei. Ormai non c’era più nulla e ci stavamo soltanto lasciando portare dal tempo e dalle nostre vite che non si incrociavano più da anni, malgrado non lo volessimo ammettere. Quando una storia è finita, è finita per sempre. Almeno per me. Beh, stavo parlando delle candele. Stasera le stavo accendendo e mi sono ricordata della mia risposta. Pensa… Non mi sono ricordata della sua affermazione lesiva e offensiva, ma mi sono ricordata della mia risposta. Le risposi qualcosa tipo: “Almeno io spero…”. E questo ti fa capire che proprio non ero così brava a parlare… 🙂 Perchè mi è venuta in mente la mia risposta? Perchè la gente fa schifo. Perché sono fortunata a sperare ancora, nonostante tutto quello che succede intorno a noi. Perché quel padre al quale quella grandissima stronza ha fatto lo sgambetto, mentre correva con il figlio in braccio per rifarsi una vita nuova con più speranza e più fede, non è tornato indietro ad ammazzarla di botte (come avrebbe dovuto fare, secondo me) ma ha continuato a correre dopo essersi rialzato. Ecco, io penso che nella vita non si debba mai perdere la speranza. Mai. Chi lo fa commette peccato veniale. Dovrebbe essere uno dei comandamenti, fosse mai che un giorno io accettassi di avere dei comandamenti da rispettare.  E continuo ad accendere le candele dicendo la mia preghiera dell’accensione delle candele (sì… pure questo faccio). E arriva Laura: “Mamma, vuoi una mano?” E che lo chiedi a fare? “Sì, grazie, batata… tira su i moccoli che li accendo con le altre candele.” Ci tengo, lo sai? Ci tengo ad accendere ogni singola candela con una candela già accesa. E’ così che succede sempre. E allora glielo chiedo, fosse mai: “Lala, ti ho mai raccontato di quella frase di Lev Tolstoj? Quella che dice: Come una candela ne accende un’altra e così si trovano accese migliaia di candele, così un cuore ne accende un altro e così si accendono migliaia di cuori. Te ne ho mai parlato? Ti ricorderai di accendere le candele sempre con le candele, Lala, quando non ci sarò più? E’ importante, sai? Sai cosa vuol dire quello che disse Lev?” Non risponde. Mi giro perché ho paura che non abbia sentito. E invece mi sta guardando sorridendo che sembra quasi felice. E’ qualche giorno che la becco così. Che mi sta guardando estatica e quando la becco, cambia obiettivo. Mah… E’ tornata da una settimana, dal mare, e quasi sembrava che volesse baciare il pavimento, quando è entrata in casa. Due mesi al mare con la nonna son tanti… Soprattutto se sei tu che l’hai scelto di fare e soprattutto se la nonna è mia madre 🙂 🙂 . “Sì mamma, me l’hai detto anni fa. Non mi ricordo, però, che cosa mi avevi detto che voleva dire… immagino che abbia a che fare con il calore delle candele, paragonato al calore del nostro cuore, che si può diffondere nel cuore delle altre persone se condividiamo con loro ciò che proviamo, giusto?” Azz… fighissima!! Onestamente, non sarei mai stata capace di dirla così, però è questo il principio, sì. Te l’ho detto che non sono brava a parlare. 🙂 E allora sono felice. Sono felice perché può darsi che lei, un giorno, lo insegni ai suoi figli. Sono felice di accendere le mie candele ogni sera. Le mie candele che si stagliano nel buio della notte, tra le pieghe della mia libreria, in attesa di qualche altra candela che si accenda, vedendole accese. Vorrei, davvero, che ci fosse più gente come mia figlia o come me. Gente che non ha paura di condividere le cose del cuore. Gente che sa che sta mettendo molto in palio e che ne può uscire molto dolorante ma, almeno, che ci prova e che, se quel Dio che tutti chiamiamo in modo diverso ci mette ‘na mano, magari ne esce pure qualcosa di buono, qualcosa di bello, qualcosa d’amore. Non so… Vorrei tanto che più gente accendesse le candele. Ho un manuale sulla magia delle candele (chettelodicoaffà…) e su quello che si può ottenere con le candele e il loro potere. Alla fine della fiera, però, sappiamo tutti che il potere è il nostro. E’ il potere del nostro amore, del nostro desiderio di bene, del nostro affetto, delle nostre preghiere sussurrate mentre una fiamma si alza e l’altra si abbassa, della nostra fiducia (malriposta oppure no, è irrilevante) ma, più di tutto: della nostra speranza. Senza speranza non si va da nessuna parte. Senza speranza nessuno di tutti quei disperati si sarebbe mosso dal proprio paese in guerra o senza nessuna possibilità di vita decente. Senza speranza nessuno di tutti quei poveri cristi morti sarebbe morto, mi dirai. Ma, forse, tra quelli che si sono salvati, c’è una bimba che un giorno diventerà una scienziata e creerà la pillola che ci farà imparare a smettere di essere stronzi e disumani facendo sgambetti ai padri che corrono verso la vita con il figlio in braccio o usando parole belle per dire cose di merda. Non so… io ci spero. Nel frattempo, vorrei, davvero, che li facessimo arrivare. Paura dei terroristi e dei testa di cazzo l’abbiamo tutti, certo. Io, come tanti, che mia figlia esca di casa, lunedì, per andare a scuola e si ritrovi a crepare a casua di una bomba esplosa nella metro perché qualche bastardo ha deciso di farla saltare. Però, non posso fare nulla se non sperare. Non possiamo smettere di sperare che non ci succeda e andare avanti. E poi, davvero, tu vai a letto con l’anima in pace, ogni sera, sapendo che i carcerati di un paese di merda stanno costruendo un muro per far sì che bambini, madri, padri, figli e persone come noi non riescano a passare oltre (non dico rimanere là) e fare una vita decente in un altro paese? Davvero a te va bene così? Ok, allora ‘fanculo. Sì, fammi un favore, và… mavaffanculovà. E te l’avevo detto che non son brava a parlare.

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