Allume di potassio amoroso, aria condizionata pietosa

Sciogli le tue gambe dalle mie, lentamente. Si stanno svegliando anche loro con te. E’ difficile, la notte, stare lontani. E’ come se ti mancasse l’aria e mi vieni a cercare. Una gamba sulla mia, il viso accanto al mio che si nutre del mio respiro, una mano sul seno rilassato a dichiararne il silenzioso possesso. Sorrido. Le posizioni assurde, a volte, che si prendono per stare vicini e comodi, cercando pure di dormire. Dopo qualche anno, o mese, o giorno non ti ricordi più del filo rosso che vi lega e ognuno sta al posto suo, lontani ma vicini, dicono. A volte, pure, si cerca di nascondere il fastidio di avere vicino qualcuno che non sia solo tu. Succede a tutti. Con te no. Con te ho deciso che il filo rosso che ci lega, anche se non lo vediamo, è una gomena d’acciaio del diametro di  3 metri. Stavolta il destino e l’ineluttabilità del caso non mi fotteranno. Stavolta no. E così ti lascio sciogliere da me, per poco, però. E ti giri e mi guardi che ti guardo e sorridi che ti sorrido. Così va bene. Così è giusto. Niente bacio lungo e profondo, che abbiamo una certa età e lo sappiamo che non profuma di rosa e gelsomino l’alito, la mattina. Un “labbra contro labbra” dolce e gentile, una sniffata di noi due (quella che profuma di noi, della nostra notte abbracciati ed è vitale perché si insinua nei ricordi che terremo da parte per i giorni di pioggia). Un sospiro mio si allaccia al tuo e “Buongiorno tesoro, ci alziamo che andiamo a fare un bel giro?” Ti dico di sì e che ho deciso che ti voglio guardare mentre ti fai la barba, oggi. Ho preparato già i vestiti. Lo so già che ti prenderò la giacca di jeans e tu dirai che non è per me. Ma non mi frega. La voglio perché non posso aggrovigliarmi a te in pubblico e, perciò, mi faccio aggrovigliare dal tuo profumo, dalla tua essenza impressa in quella giacca. Oggi voglio guardarti fare la barba. Non so perché, ma voglio tornare bambina. Voglio sedermi sul bordo della vasca. Voglio mettere su la colazione e poi correre da te. Voglio sentirti armeggiare con pennello e tutti quegli altri alambicchi degli uomini. Voglio vederti preparare il tuo altare maschile. Voglio amarti con il mio sguardo, mentre fai quello che fai tutti i giorni, che quello che facciamo tutti i giorni tendiamo a dimenticarcelo spesso e a non dargli l’importanza che si merita. E’ quello che ci fa vivere di noi. E tu ridi e dici che è per questo che mi ami; perché ti stupisco con le richieste più insanamente economiche ma piene d’amore e di passione che ti verrebbe da piangere ma non lo fai perché sei uno duro tu ma io lo so che mi ami da impazzire anche se son passati così tanti anni e le nostre mani si sono allacciate una all’altra milioni di volte in milioni di vite ecco. E lo dici tutto di fretta e senza pausa e senza virgole che hai paura che io mi perda il senso, che tu non sei bravo a parlare. Silenzio. A certe cose bisogna rispondere col silenzio. Mi accomodo sull’angolo della vasca e ti guardo dicendoti con gli occhi “dai, vai… inizia lo spettacolo”. E tu sorridi, scuoti la testa e vai. Mi batte il cuore. Torno indietro di 40/50 anni. Vedo papà che insapona il pennello. Tu pure. Vedo papà che non si accorge di intonare un “uhm…” godereccio quando la sua guancia accoglie la prima pennellata. Tu pure. Vedo papà che mi guarda divertito dallo specchio e sospira. Tu pure. Vedo papà che sospira d’amore. Tu pure. Sento l’odore del caffè e corro a spegnere la caffettiera. Lo verso nella tazza e te lo porto in bagno. Nessuno parla. E’ giusto così. Poi inizi a raderti. Sei concentrato. Allora mi alzo, mi avvicino e ti poso una mano sul fianco mentre ti chiedo: “Mi fai fare un giro con la lametta? Solo uno, giuro… Solo uno…” Sorridi. Lo sapevi. Tu le sai certe cose. “No, dai…” Metto il broncio. “E vabbè, poi tanto devo ripassare, vedi di non sgozzarmi…” Felice, zompetto mentre aspetto che tu mi dia la lametta e giuro di non dissanguarti. Tu cerchi di spiegarmi, ma io non ti ascolto più. Io so fare tutto, dai. Che ci vuole? E poi ti afferro il mento e lo giro a sinistra e ti dò una carezza con la lametta. I propri averi bisogna curarli bene, no? Tremi per un nanosecondo. Che pirla che siete, voi uomini. 🙂 Ti dico grazie, ti restituisco la lametta, mi riaccomodo sull’angolo della vasca e ti dico di sbrigarti che il caffè si fredda. Tu lo fai. Tu fai tutto quello che ti dico. Anzi, diciamo la verità. Tu fai tutto quello che vuoi tu, ma fai sembrare che te l’abbia chiesto io di farlo. E non hai mai urlato. Sei l’unico che ci riesce. A capire come. Asciughi il viso e… “Cazzo, mi son tagliato..” Rido e dico che non è la mia parte di rasatura. Vedo papà che prende l’allume di rocca, lo bagna e se lo passa sul viso. Un mago. Pensavo fosse una magia. Credevo fosse ghiaccio magico. Ora lo uso come deodorante ed è la cosa più fantastica del mondo. Dopo che l’ho passato sotto le ascelle ci metto due gocce di olio essenziale di lavanda e me ne vado via per il mondo, profumata di buono e di vero. Non mi incancrenisco la pelle di merda chimica, non puzzo mai, mai, mai (che prima anche il deodorante mi faceva puzzare le ascelle), e mi costa solo 2 euro e 50 ogni due mesi. Vorrei dirlo a tutto il mondo. Prima o poi lo farò. Prendo l’allume, te lo passo con amore, lentamente, guardandoti negli occhi sulla ferita e quel rosso rivolo scompare con tutto il male del mondo. Mi ringrazi con un bacio e andiamo a fare colazione.

Sale a Bologna. I vagoni sono ormai vuoti. L’ultima fermata prima di arrivare a Milano. La signora lo vede arrivare e pensa che sia un vecchio maniaco. Assomiglia a Joe Cocker gli ultimi giorni di vita, viso butterato, barba sfatta, vestito tutto di nero con la giacca di jeans. Fa uno strano effetto vedere quella giacca di jeans su un completo nero, quasi da becchino. E la faccia del signore sulla settantina non ha proprio nulla di cui fidarsi. Mah, pensa la signora, uomini di merda che ci sono in giro. E chiude gli occhi mentre vede l’uomo che si ferma davanti a lei e sembra rimbambito, sfatto da chissà quanti litri di vino o droghe. Che lo sappiamo che ci sono persone che si drogano pure a una certa età, no? Gente di merda. Il rimbambito sta là fermo come se cercasse di capire cosa fare su un treno. Sembra che l’anima e il cervello li abbia lasciati a Bologna, mentre il Frecciarossa corre veloce verso Milano. E’ notte… Siamo tutti stanchi. Si accascia di fronte a lei. Chiude gli occhi. La signora si aspetta di sentirlo russare, ma non succede. Chissà come ha fatto a salire in prima.. mah… controllori di merda che ci sono in giro. 😦 Suona un cellulare. La signora apre gli occhi e vede Joe che tira il telefono fuori dalla giacca di jeans. Un pronto stanco e leggero accoglie il chiamante. La voce leggera e pesante allo stesso tempo, come se tutto il mondo gli fosse dietro a spingere le parole fuori dalla bocca. “Ciao, no… non mi disturbi. Sto tornando a Milano.” …. “Certo, come posso aiutarti?”… “No, no… sto bene, tranquillo”…. “No, senti, è che è morta la mia compagna tre giorni fa e sto tornando dal funerale. I suoi figli hanno voluto seppellirla a Bologna”… “Grazie. E’ stata una cosa inaspettata. Aveva solo 50 anni. Stavamo assieme da un po’.”… Mentre dice questa frase accarezza con la mano destra la giacca di jeans e si tocca la barba come se si volesse pungere per capire che è davvero successo, che è davvero ancora vivo. La signora si sente una grandissima merda per essere cascata nel tranello bastardo tesole dal destino infame. “No, davvero, no. Ti prego, dimmi cosa posso fare per te.”… “Ma sì, davvero”… “Oh, beh, è un bel casino. Secondo me devi proprio cambiare sistema operativo. Ora non usa più nessuno XP. Hai mai fatto una vera pulizia con deframmentazione?”…”No, quello non vuol dire niente. Anche se cancelli un file rimane sempre in memoria. Altrimenti noi tecnici come faremmo mai a recuperare certi documenti che voi nascondete?”… “Sì, certo, ma a pranzo no, ti prego. Ho un tale alveare in testa in questo momento che non so nemmeno io dove sto sbattendo. Non ci sto con la testa, davvero.”… “Si, certo, apprezzo molto ma, se vuoi, te lo mando per posta con un CD o un DVD, non ci vuole nulla. Poi mi chiami e ti dico come installarlo, ok? Facciamo così che, se ti dico che vengo poi, probabilmente non vengo perché non so proprio cosa ne sarà di me ora. Non ci sto proprio con la testa. Che ci ho un alveare..”… “Ma certo, stai tranquillo, purtroppo ancora qua sono. Buonanotte.” Si stringe di nuovo, quasi tremando, nella giacca di jeans che non c’entra niente con quel nero che si porta addosso. Alla signora sembra di sentire un sighiozzo strozzato. Spera che non sia vero. Rabbrividisce. I coglioni di Trenitalia non hanno capito che quando fuori c’è meno di 15 gradi sarebbe opportuno spegnerla la cazzo di aria condizionata. Ma forse è meglio così. Il freddo dentro va a braccetto con il freddo fuori. Meglio così. Che non ci sembra di ricordare quando faceva caldo e si stava bene, quando fa freddo dentro e fuori di noi. Gli occhi rossi si riempiono di lacrime e la signora cerca di non farsi vedere. Vergogna. Dolore per lui. Dolore per lei. Dolore per loro. Lo vede accarezzarsi di nuovo la barba mentre stringe forte la mascella. Lui prende un fazzoletto e soffia piano, gentilmente. Sospira guardando fuori nel buio e chiude gli occhi. La signora pensa che scriverà di lui e di lei. La vita è davvero strana. La signora pensa che stasera, e per molte sere di molti mesi a venire, accenderà una candela per lui e per la sua compagna che è andata via. La vita è davvero strana e bastarda. Ma va bene così.

 

 

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